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Londra, Royal Opera House – Werther

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Come secondo appuntamento della stagione 2019/2020, la Royal Opera House di Londra ripropone, per la terza volta dal 2004, la produzione di Werther di Jules Massenet firmata da Benoît Jacquot e ora ripresa da Andrew Sinclair. È un allestimento, quello di Jacquot, sicuramente elegante e tradizionale e senza alcuna trasposizione spazio-temporale, ma caratterizzato da una grande staticità, che unita alla scelta di due intervalli e a una trama dell’opera non ben sviluppata, creano un lungo senso di attesa nel pubblico, per fortuna ripagata dal crescendo di efficacia vocale e interpretativa dei protagonisti negli ultimi due atti.

Le scenografie di Charles Edwards sono austere ed eleganti con pochi elementi scenici e nessun movimento, fatta eccezione per un portone mobile di legno nel primo atto e l’avanzamento da fondo scena fino a quasi alla buca dell’orchestra dello studio di Werther (un cubo grigio e angusto), quasi a proiettare la tragedia del protagonista morente sul pubblico. Le luci, sempre curate da Edwards, sono usate in larga parte nel primo atto, non solo nella scena del chiaro di luna, ma anche per creare effetti di realismo pittorico esteticamente molto gradevoli. Il terzo atto segna un cambio drastico di atmosfera con un crescendo di cupezza che va al passo con l’evoluzione tragica degli eventi: l’appartamento di Charlotte e Albert è illuminato da un finestrone sul lato sinistro che crea delle lunghe ombre tetre attraverso tutto il pavimento di legno scuro. Nel quarto atto, invece, la stanza dove Werther ha commesso il suicidio, è completamente avvolta nell’oscurità, salvo degli effetti luminosi sullo sfondo a ricreare la nevicata della notte di Natale. Christian Gasc firma i costumi che rimangono complessivamente fedeli all’epoca del libretto (fine Settecento) seppure in versione stilizzata, compresi, nel terzo atto, il panciotto giallo e marsina blu di Werther che lanciarono una vera e propria moda tra i giovani di mezza Europa. Come unica osservazione, sarebbe stata auspicabile più varietà nell’abbigliamento di Charlotte, che per tutta la produzione indossa solo un costume color panna. Unica nota di vero colore è data dal total look rosso indossato da Albert, l’elegante borghese di Wetzlar.

Edward Gardner è senza dubbio il vero fautore del successo della serata, regalando una direzione estremamente articolata che coglie tutte le sfaccettature di uno spartito di pregio, dalle reminiscenze tematiche alle tempeste di suono più wagneriane, fino ai momenti più delicati e soffusi, il tutto perfettamente cesellato dall’inizio alla fine senza nessun problema di insieme. Rimarchevoli gli interventi solistici di arpa, violoncello e clarinetto.

Juan Diego Flórez non è la prima volta che si cimenta con il ruolo del titolo, aggiunto al suo repertorio nel 2016 con una prima esecuzione al Comunale di Bologna seguita da altre produzioni a Parigi e Zurigo. Si può discutere se questo sia il repertorio giusto per il tenore peruviano, il cui nome è legato al repertorio belcantistico. È vero che nonostante la voce abbia acquistato in spessore e proiezione nei centri (ma perso brillantezza in acuto), il volume non è sempre sufficiente quando si tratta di dominare orchestrazioni gravi e pesanti. Tuttavia, Flórez rimane un fuoriclasse anche fuori dalla sua comfort zone con un fraseggio e una musicalità eccellenti uniti a un’ottima declamazione ed eleganza nel porgere la parola (in un buon francese). Forse è un Werther meno passionale e inquieto, ma dall’altra parte Flórez conferisce al personaggio una dolcezza e introspezione di rilievo. Se la recitazione è statica nei primi due atti, l’interpretazione diventa gradualmente più credibile e anche la voce sembra diventare più scura, ma non in maniera artificiosa, con un maggior slancio sonoro nel terzo atto. La show stopper aria “Porquoi me réveiller” ferma veramente lo spettacolo e viene accolta da applausi come da copione, ma è l’esecuzione commovente del quarto atto a brillare per qualità espressiva con dei pianissimo e fiati sostenuti (da disteso) davvero magistrali.
Isabel Leonard, al suo debutto al Covent Garden, appare distaccata e senza particolare trasporto nei primi due atti, salvo poi crescere a livello interpretativo nel terzo atto, laddove brilla nella famosa “Aria delle lettere” comunicando con i dovuti colori e dinamiche l’agitazione interiore del personaggio in perfetto allineamento con i contrasti musicali, fino alla tragica corsa alla casa di Werther dove lo trova mortalmente ferito. Se l’interpretazione è discontinua, la performance vocale è notevole: il timbro è cremoso e seducente, lo strumento è a suo agio nella tessitura mezzosopranile, gli acuti sono penetranti con un vibrato ricco ma usato con parsimonia e la voce risulta ben calibrata tenendo testa il più delle volte all’orchestra, ma anche adattandosi ai momenti di accompagnamento solistici.
Heather Engebretson eccelle nel ruolo di Sophie: dotata di timbro sopranile brillante, si distingue per facilità di emissione, agilità nei passaggi e ottima proiezione persino in un’uscita di scena laddove sostiene un lungo diminuendo in acuto. Grazie alla sua corporatura minuta, il soprano americano è un’interprete ideale per il ruolo di un’adolescente quindicenne alle prime armi con le infatuazioni (e delusioni) amorose. Jacques Imbrailo regala un canto elegante, quasi liederistico come sensazione, e caratterizzato da ottimo legato, omogeneità di emissione e sostegno dei fiati. Essendo poi anche una figura molto affascinante sul palcoscenico, viene lecito domandarsi come sia possibile che Charlotte non sia riuscita a dimenticarsi di Werther stando al suo fianco.
I ruoli di supporto hanno poco spazio in questo lavoro e nell’ambito di una produzione dove tutto è statico emergono ancora di più come personaggi buffi, a tratti caricaturali. In particolare il borgomastro di Alastair Miles, ma anche Vincent Ordennau e Michael Mofidian nei panni degli amici del borgomastro, forniscono brevi parentesi di intrattenimento: se i primi due non fanno trasparire particolari doti vocali, il terzo spicca invece per timbro caldo, volume generoso e suono ben in avanti.
Nell’opera, le uniche parti corali (seppur all’unisono) sono regalate dalle voci bianche dei bambini del borgomastro, a cui spetta il compito di aprire e chiudere l’opera con un canto natalizio. L’esecuzione non è impeccabile e quasi stridula, il che enfatizza il realismo della situazione nella scena iniziale alla casa del borgomastro e dall’altra parte la malinconia di Werther morente nella scena finale.

In sintesi, una serata in crescendo, con un’esecuzione musicale di prim’ordine e un cast principale ben assortito, dove la staticità delle scene e qualche incongruenza interpretativa vengono ampiamente compensate dalle qualità vocali dei singoli. Il pubblico riconosce il valore dell’esecuzione riservando calorosi applausi a Flórez e Leonard e una vera e propria ovazione, ben meritata, all’orchestra della Royal Opera House e al suo direttore.

Royal Opera House – Stagione 2019/2020
WERTHER
Dramma lirico in quattro atti
Libretto di Édouard Blau, Paul Milliet e Georges Hartmann
Musica di Jules Massenet

Werther Juan Diego Flórez
Albert Jacques Imbrailo
Charlotte Isabel Leonard
Sophie Heather Engebretson
Il borgomastro Alastair Miles
Schmidt Vincent Ordennau
Johann Michael Mofidian
Brühlmann Byeongmin Gil
Käthchen Stephanie Wake-Edwards
I bambini Pearse Cole, Emily Barton, Laurence Taylor,
Victoria Nekhaenk, Paul Warren, Toby Yates

Orchestra della Royal Opera House
Direttore Edward Gardner
Regia Benoît Jacquot ripresa da Andrew Sinclair
Scene Charles Edwards
Costumi Christian Gasc
Luci Charles Edwards
Allestimento dell’Opéra national de Paris
Londra, 24 settembre 2019

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