Chiudi

Londra, Royal Opera House – Otello

Condivisioni

Dopo aver debuttato nel 2017 alla Royal Opera House di Londra, giunge alla prima ripresa l’allestimento di Otello firmato da Keith Warner. Se due anni fa i riflettori erano tutti puntati su Jonas Kaufmann, al suo debutto nel ruolo del titolo, quest’anno al contrario, nessuna distrazione impedisce di constatare quanto sia bruttina e pasticciata questa produzione. Per fortuna, un cast eccellente e un’esecuzione musicale di prim’ordine compensano ampiamente i difetti della regia, garantendo un tripudio finale di consensi per gli interpreti e l’orchestra.

La lettura di Warner è allo stesso tempo convenzionale dal punto di vista dell’azione drammaturgica, ma anche decisamente confusa per quanto concerne la coerenza estetica complessiva. Un’atmosfera cupa e oscura che farebbe pensare alla Scozia di Macbeth (invece che alla mediterranea Cipro), unita a uno spazio scenico minimalista angusto e alla scelta di usare costumi del periodo elisabettiano come tributo al teatro di Shakespeare, creano un senso di disorientamento complessivo. Inoltre, sulla scia del filone politically correct che si sta imponendo nei teatri di mezzo mondo, il moro veneziano diventa un bianco in vesti tudor, in modo da non urtare la sensibilità di nessuno. Le scene tetre e moderniste di Boris Kudlička sono basate su una sorta di cubo nero scomposto, suddiviso da pareti scorrevoli con finestrelle strette (stile architettura moderna di periferia) o con intarsi metallici (stile ristorante asiatico). Un ponte levatoio gigante fa spazio, nel primo atto, a un veliero bidimensionale (anch’esso nero guarda caso), magicamente intatto nonostante la tempesta di mare. Botole fanno comparire e scomparire i personaggi, mentre dall’alto di uno delle due mura laterali, fuoriesce un piano massiccio da cui si affaccia prima Desdemona e poi Otello, un bell’effetto scenico da vertigine che fa però temere per l’incolumità dei cantanti. L’unico rimando scenico a Venezia, purtroppo molto kitsch, è un gigantesco Leone di San Marco che attraversa la scena velocemente all’inizio del terzo atto: una scelta francamente ridicola che non fa altro che enfatizzare la piccolezza degli spazi scenici. Lo stesso leone comparirà poi nel quarto atto, a pezzi e decapitato, su una struttura metallica rotante (da concerto rock), accostata alla camera di Desdemona (bianca, moderna e anch’essa angusta), che dal fondo scena, viene proiettata verso la buca dell’orchestra. Questo è un espediente già visto in Werther lo scorso ottobre, anche se in quell’occasione l’effetto poetico e drammatico era molto ben riuscito. Poco credibile anche l’uso di maschere veneziane e di uno specchio forse a simboleggiare lo sdoppiamento di personalità in atto.
I già citati costumi elisabettiani firmati da Kasper Glarner sono d’altro canto ben fatti, anche se più opportuni per una produzione di Anna Bolena. Il color dominante per Desdemona è il bianco mentre pelle e damascati prevalgono per i personaggi maschili. Altro elemento esteticamente piacevole sono le luci di Bruno Poet che alternano effetti a chiaroscuro, riflessi color bronzo o blu che si innestano sulle strutture metalliche, totale oscurità con semplice uso di riflettori per alcuni momenti solistici più drammatici, rosso sangue per l’arrivo degli ambasciatori e bianco asettico per la camera di Desdemona.

Se vi sono molte riserve sulla produzione, che pecca in coerenza estetica e grandiosità, l’esperienza musicale è entusiasmante, senza alcuna discontinuità. Dal podio, la bacchetta energica e infuocata di Antonio Pappano propone una lettura fatta di contrasti, con momenti di forte impatto sinfonico e drammatico, alternati a momenti più introspettivi e intimisti. Saltuariamente il volume dell’orchestra soverchia il canto ma per il resto c’è una perfetta sintonia tra buca, cantanti e coro, come nel concertato del terzo atto e nei vari momenti d’insieme. L’introduzione degli archi del terzo atto è particolarmente emozionante, così come il duetto d’amore e la canzone del salice. Fiati e ottoni brillano in precisione, agilità e potenza dando slancio al dettato musicale, mentre gli archi delineano i cantabili con grande gusto e musicalità. Musicalmente efficace anche le trombe fuoriscena con effetti d’eco per la scena dell’arrivo degli ambasciatori veneziani.

Nel ruolo del titolo si impone uno strepitoso Gregory Kunde, in una forma vocale straordinaria per la sua età. La voce è densa, omogenea, sonora e perfettamente proiettata, con acuti smaglianti e di buon squillo, mentre nel registro medio si evince solo talvolta qualche suono opaco o qualche mezzavoce un po’ artefatta. Quello che colpisce è soprattutto la resistenza in un ruolo così impegnativo: non si nota nessuna rottura della voce e nessun cenno di stanchezza, neanche al termine del quarto atto. Così, l’Esultate del primo atto è ben eseguito e convincente come “Niun mi tema” del quarto atto. Kunde è un Otello impotente di fronte al corso degli eventi che vede sbriciolarsi attorno potere, gloria e amore: se non si evince una grande introspezione psicologica, si apprezza comunque una lettura umana del personaggio, combattuto tra l’impulso di istinti irrazionali e la memoria dell’amore per Desdemona.
Ermonela Jaho è una scelta ideale per il ruolo di Desdemona: con grazia e gusto stilistico dipinge perfettamente l’innocenza, l’estraneità al male, l’incredulità, la rassegnazione e l’abbandono alla fede prima di morire. Jaho regala una toccante canzone del salice e un eterea “Ave Maria” e per tutta l’opera brilla per qualità dei filati e dei pianissimi. Luminosa in acuto, risulta particolarmente credibile nei momenti drammatici con attacchi precisissimi e nessun problema di intonazione. Certo forse un po’ più di volume sarebbe talvolta auspicabile (e qui la direzione orchestrale potrebbe essere più accondiscendente), ma la sua è un’interpretazione di classe basata sulla ricerca del dettaglio. Come unica altra nota di una performance per altri versi eccellente, si riscontra qualche problema di sostegno e sonorità delle note di petto.
Carlos Álvarez interpreta in maniera molto convincente il ruolo del maligno macchinatore Jago e a livello vocale si distingue per proiezione, ottima dizione e agilità. Freddie de Tommaso offre dignità al ruolo di Cassio un canto fiero e ben omogeneo. Tra i numerosi ruoli di supporto, si distingue per qualità del timbro e presenza scenica il Montano di Michael Mofidian. Corretto e funzionale il Roderigo di Andrés Presno.
D’impatto e fortemente coesi gli interventi del coro della Royal Opera House diretto da William Spaulding. “Fuoco di gioia” nel primo atto riesce a essere agile ma grandioso e senza sbavature.
Al termine, dopo il sospiro finale di Otello, risuona dalla galleria un “Bravo Greg!” che rompe il silenzio e scatena applausi festanti per tutto il cast. Vere e proprie ovazioni vengono riservate a Kunde, Jaho, de Tommaso, Alvarez e Pappano.

Royal Opera House – Stagione d’opera e balletto 2019/2020
OTELLO
Dramma lirico in quattro atti
Libretto di Arrigo Boito
Musica di Giuseppe Verdi

Otello Gregory Kunde
Desdemona Ermonela Jaho
Jago Carlos Álvarez
Cassio Freddie de Tommaso
Roderigo Andrés Presno
Lodovico David Soar
Montano Michael Mofidian
Emilia Catherine Carby

Orchestra e Coro della Royal Opera House
Direttore Antonio Pappano
Maestro del coro William Spaulding
Regia Keith Warner
Scene Boris Kudlička
Costumi Kaspar Glarner
Luci Bruno Poet
Movement Director Michael Barry
Produzione della Royal Opera House
Londra, 13 dicembre 2019

Download PDF
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino