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Londra, Royal Opera House – La traviata

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Per festeggiare il venticinquesimo anniversario della produzione di Richard Eyre della Traviata, andata in scena per la prima volta nel novembre 1994 con la conduzione di Georg Solti e un cast che comprendeva la stella nascente Angela Gheorghiu e Leo Nucci, la Royal Opera House di Londra ripropone questo storico e inossidabile allestimento con tre mesi di recite e quattro cast differenti. Dagli anni ’90 a oggi, innumerevoli sono state le riprese di questa produzione, dove circa una trentina di soprani si sono cimentate con il ruolo di Violetta: oltre alla già citata Gheorghiu, catapultata verso la fama internazionale grazie a una diretta televisiva in mondovisione della BBC, ricordiamo Anna Netrebko, Renée Fleming, Diana Damrau e per ultima Ermonela Jaho, protagonista della passata ripresa e anch’essa balzata alla fama internazionale in modo virale grazie al potere amplificatore dei social media e complice una performance toccante e iper-realista del quarto atto. Si respirava aria da grandi occasioni martedì sera al Covent Garden con teatro gremito, stampa e direttore musicale Antonio Pappano seduti in platea.

L’allestimento conserva il suo fascino e non si può dire sia impolverato o non più attuale, anche grazie al lavoro del revival director Andrew Sinclair. Tuttavia è sicuramente un allestimento statico (salvo le danze del secondo atto) dove i movimenti di coro e cantanti non danno necessariamente impulso all’azione e lasciano grande responsabilità ai cantanti nel rendere credibile l’azione. Le scene di Bob Crowley sono esteticamente gradevoli e hanno ancora qualcosa da dire. La loro efficacia però, aumenta progressivamente nel corso dell’opera e quello che potrebbe essere l’atto più fastoso e scenografico, ovvero il primo, è in realtà forse quello meno riuscito, nonostante delle belle tinte oro, dati gli spazi angusti che più da salone sono da cameretta, per lasciare spazio a scale laterali discendenti che avvolgono la struttura a cilindro e permettono agli ospiti di lasciare la festa. Per fortuna, lo spazio si allarga nel secondo atto con alte scene color azzurro-grigio e vista prospettica sui corridoi: l’oro di Parigi lascia spazio a quadri appoggiati contro il muro e un grande tavolo rustico di legno. Nella scena seconda si torna ai fasti parigini, questa volta in maniera più credibile, con tanto di tavolo da gioco, lampadario da casinò, balaustra rosso fuoco e sullo sfondo strutture architettoniche dorate incastrate in diagonale, il che crea un interessante effetto vorticoso. È il quarto atto tuttavia a essere il più efficace, seppur nella sua semplicità di mezzi scenici: delle alte veneziane color bianco sporco circondano la scena, laddove troviamo solo un letto con cuscino insanguinato, una stufetta e qualche altro mobiletto. In questo caso, sono le luci di Jean Kalman a creare un’atmosfera dai richiami pittorici che va di pari passo con l’azione narrativa: così, mentre si sentono da lontano gli schiamazzi del carnevale parigino, lunghe ombre di maschere festanti vengono proiettate dall’esterno sulle veneziane, con un effetto visivo quasi spettrale. L’oscurità iniziale, fievolmente illuminata da una luce calda a ricreare il fuoco della stufa, lascerà poi spazio a un crescendo di luce bianca nelle battute finali in cui Violetta, sentendosi per un attimo pienamente viva, corre per la scena salvo poi crollare esanime tra le braccia di Alfredo, mentre le luci si smorzano d’improvviso. I bei costumi firmati da Bob Crowley sono all’insegna della tradizione con eleganti redingote maschili e ampie gonne ottocentesche femminili dai toni pastello, oro, rosso per il coro mentre Violetta veste di bianco e stelle dorate nel primo atto e nero nella scena seconda del secondo atto.

Dal podio, la direzione discontinua di Daniel Oren si caratterizza per dilatazione dei tempi (il che va a volte a discapito dei cantanti e dei motivi principali che perdono in cantabilità e musicalità) alternati in modo bruscamente repentino a tempi decisi, il che impedisce una generale scorrevolezza del discorso musicale. Eccellente invece l’esecuzione del famosissimo Preludio del terzo atto. In questo caso Oren riesce a ottenere il massimo dall’orchestra in termini di dinamiche, cantabilità, leggerezza e struggimento. Lodevoli gli interventi solistici di clarinetto e oboe.

Nei panni di Violetta Valéry troviamo il soprano armeno emergente Hrachuhi Bassenz. Dal volume di voce adeguato anche se talvolta soverchiata dall’orchestra, Bassenz risulta un po’ fredda e poco coinvolta nel primo atto anche se dimostra padronanza delle difficoltà tecniche: le fioriture di “Un dì felice, eterea” sono correttamente eseguite così come la cabaletta “Sempre libera” coronata con un Mi bemolle sovracuto conclusivo (anche se un po’ assotigliato). Il timbro è chiaro in acuto ma con tinte ambrate nei medi. Tuttavia si evince una tendenza a opacizzare i suoni, non sempre pienamente limpidi e sonori. Buoni i pianissimi e i filati. Interpretazione e coinvolgimento migliorano decisamente a partire dal secondo atto (il più riuscito). “Addio del passato” nel quarto atto è molto sentita ma non smuove gli animi dei presenti, come testimoniato dalla reazione freddina del pubblico. Dall’Armenia proviene anche l’Alfredo di Liparit Avetisyan. Tenore leggero dal timbro caldo, Avetisyan si caratterizza per omogeneità di emissione anche se talvolta risulta affaticato in acuto. Nel complesso si armonizza bene con Bassenz e i duetti sono ben eseguiti, nonostante i tempi poco scorrevoli scelti da Oren. Perfettibili le doti interpretative da attore. In “Libiamo ne’ lieti calici” Avetisyan viene a tratti soverchiato dall’orchestra e dal coro. Festeggia il suo trentennale di carriera con la Royal Opera House Simon Keenlyside. Seppur con meno fluidità rispetto al passato, la voce è ancora emessa in modo sano e pieno di armonici. Inoltre, il baritono inglese brilla per eleganza del fraseggio e tenuta dei fiati. Alto, austero ed elegante, Keenlyside ha una bella presenza scenica anche se la gestualità punta troppo sulla fragilità della vecchiaia, che a tratti risulta un po’ caricaturale. L’aria “Di Provenza il mar, il suol”, viene resa in maniera eccellente con notevole trasporto musicale e interpretativo. Il pubblico apprezza e gli tributa applausi a scena aperta.
Non particolarmente degni di nota dal punto di vista vocale i ruoli di supporto, a parte il Dottor Grenvil di Timothy Dawkins, che spicca per bellezza timbrica.
Il coro della Royal Opera House diretto da William Spaulding risulta un po’ fiacco nel primo atto, mentre interviene con impeto musicale e grandiosità nel secondo quadro del secondo atto.

In sintesi, una produzione che ancora affascina per bellezza ed efficacia, anche se in quest’occasione la riuscita complessiva è stata in parte condizionata da una direzione non sempre musicale e da un cast che, seppur ben assortito, non ha di fatto brillato per piena padronanza dei ruoli.
Al termine, ovazioni per Bassenz e applausi calorosi per il resto del cast e Oren. Consensi unanimi, come venticinque anni fa, accolgono il team di creativi capitanato da Richard Eyre, salito sul palco come se fosse una vera prima, a coronamento di questo importante anniversario di una produzione che, per il momento, non ne vuole sapere di andare in pensione.

Royal Opera House – Stagione d’Opera e Balletto 2019/2020
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Violetta Valery Hrachuhi Bassenz
Flora Bervoix Stephanie Wake-Edwards
Giorgio Germont Simon Keenlyside
Alfredo Germont Liparit Avetisyan
Barone Douphol German E. Alcantara
Marchese d’Obigny Jeremy White
Dottor Grenvil Timothy Dawkins
Annina Sarah Pring
Gastone Andrés Presno
Giuseppe Neil Gillespie

Orchestra e Coro della Royal Opera House
Direttore Daniel Oren
Maestro del coro William Spaulding
Regia di Richard Eyre ripresa da Andrew Sinclair
Scene e costumi Bob Crowley
Luci Jean Kalman
Coreografie Jane Gibson
Produzione della Royal Opera House
Londra, 17 dicembre 2019

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