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Londra, Royal Opera House – Agrippina

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Sete di potere, manipolazione, intrighi, seduzione, stratagemmi politici, inadeguatezza e debolezze dei potenti: potrebbero sembrare gli ingredienti dell’ultima serie televisiva di grido e invece sono gli elementi cardine che rendono Agrippina di Georg Friedrich Händel un’opera ancora molto attuale. Il merito va soprattutto a un libretto efficace e brillante, storicamente attribuito al cardinale Vincenzo Grimani, comproprietario del Teatro di San Giovanni Grisostomo (ora Teatro Malibran) a Venezia. In questo teatro Agrippina venne eseguita per la prima volta all’inizio della stagione di carnevale del 1709, con enorme successo di pubblico, testimoniato dalle grida poi divenute celebri di “Viva il caro Sassone!”. L’opera viene ora proposta dalla Royal Opera House di Londra nell’ambito di un ciclo di riscoperta del repertorio händeliano che continuerà nelle stagioni a venire.

L’allestimento, già andato in scena a Monaco la scorsa estate, è quello diretto da Barrie Kosky, direttore artistico della Komische Oper di Berlino. La produzione è originale per certi versi e riesce sicuramente nel difficile compito di intrattenere il pubblico con una commedia dark di quasi quattro ore, creando in chiave moderna stupore, sorpresa ma anche disturbo. Benché il libretto fornisca già tutti gli elementi per una comicità equilibrata e irriverente, Kosky si spinge più in là calcando troppo la mano sull’aspetto della commedia a sfondo sessuale e della farsa, dove i personaggi maschili sono delle macchiette totalmente in preda a delle figure femminili potenti e seduttrici. Ci sono diverse gag comiche obiettivamente irresistibili anche per i più rigidi: il campanello dell’appartamento di Poppea che riproduce l’Hallelujah di Händel e Nerone che scende veramente in platea interagendo con gli spettatori nella scena dove cerca di aggraziarsi la plebe (non importa se il pubblico in platea sia più patrizio che plebeo). Ma l’apice viene raggiunto quando Agrippina, nel da capo dell’aria “Ogni vento ch’al porto lo spinga”, torna in scena in modalità pop star con microfono glitterato con tanto di amplificazione, una trovata geniale da far rabbrividire i puristi, ma che garantisce qualche minuto di vero intrattenimento con pubblico in visibilio all’esclamazione finale di Agrippina “Grazie Londra!”. Le scene asettiche di Rebecca Ringst sono costituite da un cubo metallico rotante e scomponibile su tre moduli, una sorta di Campidoglio-ufficio high tech. La struttura è difficile da gestire e richiede tecnici sul palco durante la performance a spostare i diversi elementi scenici, inclusa una scala metallica traballante. Il tutto, combinato con delle veneziane elettriche non proprio silenziose e i continui movimenti scenici (corse, balletti e colpi talora inferti dai personaggi alla struttura), rende frastornante la fruizione complessiva dell’opera. Al termine, Kosky taglia le danze finali e le sostituisce con un estratto dell’oratorio L’allegro, il Pensieroso, e il Moderato mentre Agrippina siede in amara solitudine scomparendo dietro le (rumorose) veneziane. Un finale che smorza il lieto fine dell’opera e non veramente congruo con gli altri atti, anche se è vero che in questi sono presenti dei vaghi elementi di introspezione psicologica. La cupezza delle scene grigio-metalliche viene spesso interrotta dalle luci bianche di Joachim Klein, così abbaglianti e talvolta fastidiose da costringere il pubblico a muovere la testa altrove. Se stupore e disturbo sono probabilmente voluti forse per mantenere il pubblico vigile, l’insieme di abbagli e rumori scenici distoglie (almeno per quanto concerne la platea) da un pieno apprezzamento della musica. Unica nota di credito: nelle arie patetiche l’uso delle luci è molto efficace ai fini della caratterizzazione dei personaggi. Klaus Bruns firma i costumi che si possono dividere su due fronti: semplici e moderni quelli della componente maschile (unico tocco di colore la divisa militare color blue navy di Ottone e Claudio e i decori preziosi a fiori dell’abito finale di Nerone), più variegati quelli di Agrippina e Poppea con tanto di costumi couture per la seconda che culminano in un enorme e scenografico costume giallo nel terzo atto.

Dal podio e al clavicembalo continuo (affiancato da Steven Devine), Maxim Emelyanychev, un enfant prodige della direzione orchestrale (è appena trentunenne ma dirige dall’età di 12 anni) e uno uno dei direttori più richiesti al momento per le esecuzioni storicamente informate. Al suo debutto al Covent Garden, Emelyanychev dirige l’Orchestra of the Age of Enlightenment dando vita con vigore, energia ed elettricità allo spartito händeliano, che raccoglie una lista di arie usate dal compositore in cantate e oratori precedenti ad Agrippina così come prestiti da altri compositori. Il direttore russo predilige ritmi spediti ma è efficace anche nei momenti più patetici e soffusi, a cui si oppongono dei veri e propri lampi di suono, come nell’introduzione dell’aria di Agrippina del secondo atto “Pensieri, voi mi tormentate”. A lui (e ai cantanti) va anche il merito di rendere musicalmente interessanti e scorrevoli i recitativi. Lodevoli gli interventi solistici dell’oboe e l’accompagnamento del continuo.

Joyce DiDonato, come Agrippina, è una vera e propria forza della natura, dando del ruolo della macchinatrice una delle interpretazioni più intense della sua carriera. DiDonato domina il palcoscenico e brilla per tenuta (in quasi quattro ore d’opera) e controllo dei fiati. Il suono è penetrante (anche se talvolta eccede in vibrato quando sfoga in acuto), le colorature sono precise e sul fiato, la palette di colori è vasta. La prova della sua bravura vocale e interpretativa in questo ruolo è l’aria del secondo atto “Pensieri, voi mi tormentate”, dove DiDonato esordisce con una messa di voce da distesa per poi passare a momenti drammatici efficacemente modulati vocalmente grazie all’uso delle dinamiche. Franco Fagioli veste i panni di Nerone, che in questa produzione viene dipinto come un debole adolescente (con tanto di piercings, felpa e tatuaggi) soggetto ai voleri di una tiger mother e vagamente affetto da sindrome maniaco-depressiva. Lo stile di canto di Fagioli può risultare controverso, con agilità talvolta meccaniche e un timbro spesso metallico. Tuttavia il controtenore è un virtuoso con una piena padronanza tecnica, intonazione precisissima anche a velocità stratosferiche e ottima proiezione. La sua aria di bravura “Come nube che fugge dal vento” viene accolta da applausi a scena aperta. La Poppea di Lucy Crowe si distingue per una vocalità agile e piena di colori seppur il registro acuto risulti non sempre brillante e talora un po’ assottigliato. A suo favore va detto che la voce viene costantemente messa a dura prova dai ritmi spediti scelti dal direttore e dai movimenti scenici voluti dal regista, che causano eccessiva aspirazione nell’emissione. Quando invece Crowe si può concentrare esclusivamente sul canto, il risultato è egregio come nell’aria “Bel piacere è godere fido amor”. Il controtenore inglese Iestyn Davies nei panni di Ottone regala alcuni dei momenti musicali più eccellenti ed eleganti grazie a un timbro dolce, omogeneità di emissione, ottimo legato e un innato senso stilistico piegato a fini espressivi. L’interpretazione di “Voi che udite il mio lamento” è particolarmente toccante e crea tra gli spettatori uno di quei tipici effetti di sospensione da togliere il fiato. Una piccola ma eccellente rappresentanza italiana è costituita dai bassi Gianluca Buratto e Andrea Mastroni, i quali ci ricordano che la musica di Händel non è appannaggio esclusivo di soprani e controtenori. Buratto è un basso profondo e sonoro con un timbro scuro e un’ottima proiezione in sala: l’emissione è morbida, la dizione è ottima, mentre i gravi risultano talvolta meno consistenti. Mastroni è un Pallante magnetico con una vocalità grave e possente caratterizzata da un timbro scuro e sostenuta da una tecnica solida con suoni ben appoggiati e sostenuti e agilità ben curate. L’esecuzione dell’aria del primo atto “La mia sorte fortunata’’ è impeccabile in fierezza e accenti e viene molto apprezzata dal pubblico londinese. Non particolarmente degni di nota il Narciso di Eric Jurenas e il Lesbo di José Coca Loza, seppur funzionali all’azione scenica.

Per riassumere, se ci sono alcune riserve sulla produzione, a tratti esagerata e schizofrenica ma comunque accolta dal pubblico inglese con apertura e sense of humour, l’aspetto musicale è travolgente grazie a una direzione elettrizzante e un cast molto buono. Al termine applausi scroscianti accolgono DiDonato, ma grande calore viene riservato a tutto il cast con picchi di entusiasmo per Davies, Crowe e Fagioli, mentre una vera e propria ovazione viene tributata a Emelyanychev e all’Orchestra of the Age of Enlightenment.

Royal Opera House – Stagione 2019/2020
AGRIPPINA
Dramma per musica in tre atti
Libretto di Vincenzo Grimani
Musica di Georg Friedrich Händel

Agrippina Joyce DiDonato
Nerone Franco Fagioli
Claudio Gianluca Buratto
Poppea Lucy Crowe
Ottone Iestyn Davies
Pallante Andrea Mastroni
Narciso Eric Jurenas
Lesbo José Coca Loza

Orchestra of the Age of Enlightenment
Direttore Maxim Emelyanychev
Regia Barrie Kosky
Scene Rebecca Ringst
Costumi Klaus Bruns
Luci Joachim Klein
Drammaturgia Nikolaus Stenitzer
Allestimento della Royal Opera House
In coproduzione con Bayerische Staatsoper e Dutch National Opera
Londra, 4 ottobre 2019

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