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Genova, Teatro Carlo Felice – Tosca

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Tosca, l’opera con cui si apre il Novecento musicale italiano, è titolo tra i più popolari del repertorio melodrammatico. L’ampia popolarità non è, di per sé, un vantaggio in termini di allestimento. Molti frequentatori dei teatri d’opera hanno già in partenza un’idea, si aspettano qualcosa di ben preciso, una reazione o un’emozione che scaturisca da un momento musicale, da una particolare situazione scenica. Non ci sono molte scelte da vagliare, quando si allestisce un titolo come Tosca: o si gioca la carta della “dissacrazione”, dell’audacia, del pugno nello stomaco, o si rimane nell’ambito più tranquillo della tradizione. Tertium non datur. Si tratta di due strade legittime e ugualmente percorribili.

L’edizione proposta dal Teatro Carlo Felice, prodotta da Teatri di OperaLombardia e Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, reca la firma di Andrea Cigni per la regia, di Dario Gessati per le scene, di Lorenzo Cutùli per i costumi e di Fiammetta Baldiserri per le luci. Si segue la strada della tradizione, nella consapevolezza, come si legge nelle interessanti note di regia, che la vicenda si svolge in un momento storico ben preciso e che quello che conta è il senso drammatico evocato più che il descrittivismo realistico delle situazioni.
L’allestimento si orienta sul versante dell’essenzialità soprattutto nel secondo e nel terzo atto, indubbiamente i più riusciti dal punto di vista visivo, mentre il primo, dominato dalla grande statua di una Madonna addolorata, visibile solo attraverso una cancellata trasversale, non riesce del tutto a rendere il senso di ampiezza della Chiesa, finendo per far perdere il contrasto tra la spettacolarità esteriore del Te Deum e la malvagità interiore di Scarpia. Molto suggestivo invece il secondo atto, dove lo studio del barone, dominato da un’incombente parete rossa, anch’essa trasversale, contiene solo gli elementi scenici essenziali: un tavolo, due sedie, molti candelabri e l’immancabile crocifisso. È evidente l’ispirazione alle celebri affiches della prima assoluta di Tosca, in particolare nelle scelte cromatiche e nell’efficace gioco di luci. Ancora più minimal il terzo atto: solo una grande pedana a scalini e un ampio squarcio di cielo su cui si diradano le nuvole leggere citate da Floria. Il tutto – si diceva – nel rispetto di una tradizione consolidata, che sicuramente trova il favore del pubblico.
I solisti vengono guidati attraverso una gestualità misurata, attenta al rapporto musica-azione, senza cadute nelle pose ormai superate da “divi del muto”: su questo fronte forse gli artefici dello spettacolo si spingono leggermente “oltre”. È il caso di Angelotti che si prova davanti a uno specchio le vesti femminili con tanto di mosse ammiccanti, ma l’introduzione di un elemento “da commedia” non pare del tutto in linea con la situazione scenica e con il colore musicale pensati da Puccini. Di ottima fattura, decisamente eleganti, i costumi disegnati da Lorenzo Cutùli.

Sul versane esecutivo, il punto di forza è la direzione di Valerio Galli, che fornisce una prova ragguardevole dal punto di vista della timbrica, del colore, dell’equilibrio tra buca e palcoscenico. Guida i cantanti, rispetta le voci, ma, al contempo, non rinuncia alla ricchezza orchestrale della partitura, alla sua modernità, ai suoi debiti verso l’operismo francese coevo e alle sue anticipazioni nei confronti del futuro. Galli non delude le attese dei momenti cardine dell’opera, ma sottolinea anche particolari su cui spesso l’attenzione del pubblico non si sofferma: una citazione per tutte, il colore, il timbro che sostiene la frase di Scarpia “Darei la vita per asciugar quel pianto”. Nella sua interpretazione, Galli è comunque coadiuvato dalla prestazione di livello dell’Orchestra e del Coro della Fondazione, sotto la guida di Francesco Aliberti.

Dignitosa, anche se con qualche riserva, la compagnia di canto. Nel ruolo eponimo figura Maria José Siri, di cui si conoscono solidità e professionalità. Nonostante il timbro vocale non sia di quelli che si riconoscono dopo due note, Siri è una cantante seria, preparata, consapevole del ruolo che interpreta e delle sue insidie. Risolve i passaggi più attesi di Tosca senza problemi, quali, ad esempio, il do della “lama” affrontato con sicurezza, quasi con spavalderia. Lo stesso dicasi per la scena finale. Il “Vissi d’arte” non va oltre una correttezza di fondo e non guasterebbe qualche sfumatura in più, anche sul versante della sensualità del personaggio. Va comunque riconosciuto il merito di gestire la parte con sobrietà, senza effetti da Grand Guignol che in un simile ruolo sono sempre in agguato.
Alberto Gazale è uno Scarpia giovanile, scenicamente credibile, molto consapevole di sé, del ruolo che ricopre e del fatto, non secondario, di essere un barone. Peccato che la sua entrata in scena, nel primo atto, rimanga leggermente sottotono. Tuttavia, sa creare uno Scarpia sinuoso e insinuante, cinico e crudele, attento al fraseggio e alla parola. Anche nel suo caso, provvidenzialmente evitati tutti gli effetti ed i vezzi di certe interpretazione vecchio stile.
Quanto a Diego Torre, sfoggia un timbro brunito e una voce importante. Il suo è un Mario Cavaradossi monolitico, non molto prodigo di colori e sfumature. Le puntature acute ci sono tutte e sono decisamente timbrate, talora troppo marcate (vedasi la corona esagerata del celebre “Vittoria! Vittoria!”). Il personaggio tuttavia non esce del tutto. Per dovere di cronaca, va segnalato che l’aria “E lucevan le stelle,” più orientata verso la forza drammatica e meno incline alla componente sensuale, è stata bissata a furor di popolo. Si è trattato, in ogni caso, di una prestazione di buona professionalità.
Piacevoli sorprese da Didier Pieri nel ruolo secondario, ma drammaturgicamente importante, di Spoletta. Il giovane tenore, pur nella brevità della parte, possiede il senso della frase e la capacità di calare le parole che pronuncia nella situazione scenica del momento. Altrettanto a fuoco il Sagrestano di Matteo Peirone che caratterizza il personaggio per quello che è, senza cadere in effetti macchiettistici o nei vezzi spesso usati e abusati in questo ruolo. Efficaci tutti gli altri, dall’Angelotti di John Paul Huckle allo Sciarrone di Ricardo Crampton, al carceriere di Alessio Bianchini e al Pastore di Manuel Meledina.

Teatro Carlo Felice di Genova – Stagione lirica 2018/19
TOSCA
Melodramma in tre atti
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Musica di Giacomo Puccini

Floria Tosca Maria José Siri
Mario Cavaradossi Diego Torre
Il barone Scarpia Alberto Gazale
Cesare Angelotti John Paul Huckle
Il Sagrestano Matteo Peirone
Spoletta Didier Pieri
Sciarrone Ricardo Crampton
Un carceriere Alessio Bianchini
Un pastore Manuel Meledina

Orchestra, Coro e Coro di voci bianche del Teatro Carlo Felice di Genova
Direttore Valerio Galli
Maestro del coro Francesco Aliberti
Maestro del Coro di voci bianche Gino Tanasini
Regia Andrea Cigni
Assistente alla regia Lucia Baracchini
Scene Dario Gessati
Costumi Lorenzo Cutùli
Assistente ai costumi Gaia Bindini
Luci Fiammetta Baldisserri
Allestimento Teatri di OperaLombardia
e Fondazione I Teatri di Reggio Emilia
Genova, 5 maggio 2019

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