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Genova, Teatro Carlo Felice – Il trovatore

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Con l’inaugurazione della stagione 2019/20, la Fondazione Teatro Carlo Felice mette a segno un indiscutibile successo di pubblico. Il trovatore è del resto un punto fermo del teatro musicale di Verdi: la summa del melodramma italiano della prima metà dell’Ottocento, su cui pone una sorta di pietra tombale aprendo, al contempo, più di uno spiraglio sugli sviluppi futuri della drammaturgia del compositore.

Le scene e i costumi portano la firma di Sofia Tasmagambetova e Pavel Dragunov. L’impianto è molto semplice e funzionale: un grande girevole che permette rapidi cambi di prospettiva, adattandosi alle diverse ambientazioni delle quattro parti in cui l’opera si compone. L’impatto è in alcuni casi efficace, come nella scena iniziale del racconto di Ferrando e in quella finale del carcere. L’accampamento degli zingari rimane, al contrario, sacrificato e quasi imprigionato tra le quinte della struttura laddove, seguendo la didascalia del libretto, dovremmo trovarci in un’ambientazione en plein air. Lo stesso dicasi per la scena della cattura di Azucena che, secondo sceneggiatura, dovrebbe svolgersi in un accampamento e non tra le mura incombenti del castello. In effetti, pur non presentando elementi particolarmente innovativi e audaci, l’idea registica di Marina Bianchi non può essere definita didascalica. Gli stessi costumi evocano uno spostamento dell’epoca di ambientazione verosimilmente più vicina alle fogge secentesche che al previsto inizio del XV secolo, indicato dal libretto. Si nota un bel lavoro sulla postura e sulla recitazione dei personaggi, che evitano le tipiche pose “a braccia larghe” e le grandi gestualità da cinema muto, sempre in agguato negli allestimenti delle opere romantiche. Per contro, si notano alcune incongruenze: ad esempio, una sorta di timore della staticità insita nella drammaturgia operistica romantica, un senso di horror vacui che porta all’inserimento di figuranti in funzione di spettatori in scene che funzionano proprio per il loro carattere intimistico e confidenziale (vedasi il racconto di Leonora a Ines nella prima parte o il racconto di Azucena nella seconda). Notevole l’impatto visivo dei mimi addestrati dal Maestro d’armi Corrado Tomaselli, sia nella scena del rapimento di Leonora, sia soprattutto nella prima scena della parte terza, forse il momento musicalmente più debole dell’opera: veri spadaccini, con scatti e movimenti calibrati e spettacolari. Pregevole il lavoro di Luciano Novelli sulle luci, elemento fondamentale per la realizzazione cromatica dello spettacolo, dai toni eleganti, tenui e decisi allo stesso tempo, di impronta sicuramente romantica. Coerenti all’impostazione dello spettacolo, gli interventi coreografici sotto la guida di Tiziana Colombo.

Andrea Battistoni concerta e dirige l’opera. Si sente che il giovane maestro l’ama molto e ne conosce le insidie. Facile cadere nel bandistico e nel roboante, facile abbandonarsi all’impeto, al fiume di musica che sgorga dall’orchestra. Battistoni evita prudentemente tutto questo, senza rinunciare al colore, alla tinta verdiana. C’è soprattutto il Verdi sanguigno, nella sua direzione, il Verdi infuocato, il Verdi che prende le mosse da Ernani e giunge a compimento con Il trovatore. Battistoni offre in questa produzione una delle sue prove migliori, forse la sua migliore. Se ci fosse stato un maggiore abbandono negli squarci più scopertamente lirici, si potrebbe parlare di una direzione esemplare. Ma, lo sappiamo, Battistoni è giovane e certo ci sarà modo di riascoltarlo in altre occasioni e in altre edizioni dell’opera. Impeccabile la prova del coro sotto la guida di Francesco Aliberti, precisa sia nel settore maschile sia in quello femminile.

Marco Berti riveste il ruolo di Manrico. Cantante di grande esperienza, non gli si possono negare uno squillo notevole e un’indubbia tenuta d’assieme. La voce è ampia e riempie la grande sala del Carlo Felice. Porta a termine la recita con sicurezza e disinvoltura. Non è poco, senza dubbio. Ma il suo Manrico è granitico, tutto giocato sul forte e sul mezzo forte, piuttosto avaro di colori che sicuramente non avrebbero guastato, rendendo più complesso il personaggio. Nell’insieme, una prova di indubbia professionalità. Quanto a Vittoria Yeo si conferma una delle voci timbricamente più interessanti dell’attuale panorama operistico. Non manca i momenti più attesi del ruolo che, tuttavia, ancora non possiede del tutto. Canta molto bene, risolve il registro grave da un punto di vista prettamente musicale, come ben centrato e sicuro è il registro acuto. Tuttavia, Leonora stenta ancora a venir fuori, a esprimersi del tutto, un po’ come se ci fosse ancora un tassello da aggiungere al personaggio per renderlo del tutto vero e credibile.
Massimo Cavalletti è un Conte di Luna molto attendibile scenicamente: sicuramente l’aspetto fisico lo aiuta non poco. Il timbro è senz’altro quello che oggi ci sia aspetta da chi interpreta il ruolo. La voce di Cavalletti è molto bella di colore. Tende leggermente ad assottigliarsi nel registro acuto e a perdere un po’ in precisione nell’articolazione della parola, talora preme un po’ troppo il pedale dell’enfasi, il che è nella tradizione interpretativa del ruolo. Ciò nonostante, il personaggio esce benissimo, tant’è vero che a lui tocca uno degli applausi più convinti della rappresentazione.
L’esperienza e la classe di Violeta Urmana, tornata al ruolo di Azucena, sono una garanzia per la resa di uno dei personaggi verdiani più affascinanti. La Urmana trova in “Stride la vampa” e in “Condotta ell’era in ceppi” i momenti memorabili dello spettacolo. Voce ben proiettata e omogenea in tutti i registri, non cade mai in emissioni di petto, tonitruanti o sguaiate. Poco importa se nella scena della cattura mostra qualche piccolo affanno o se il grido “Sei vendicata, o madre” non è quel pugno nello stomaco che tutti si aspettano: è un’interprete sempre pertinente, sempre in parte, è Azucena.
Buona la prova di Mariano Buccino nel ruolo più breve, ma non secondario, di Ferrando. Voce timbrata, di bel registro grave, migliorabile comunque nell’emissione sul registro acuto che tende un poco a sbiancarsi e a restringersi, Buccino disegna un Ferrando nobile e misurato, anche nella scena della cattura della zingara ove è facile cadere nella platealità.
Completano il cast Marta Calcaterra nel ruolo di Ines, Didier Pieri nelle vesti di Ruiz, Filippo Balestra nei panni del vecchio zingaro, Antonio Mannarino nel personaggio del Vecchio zingaro, tutti efficaci e calati nei rispettivi personaggi.
Grandissimo successo di pubblico con applausi davvero entusiasti. Molti posti vuoti in sala, non certo per mancanza di interesse verso l’opera, bensì per le difficoltà a raggiungere Genova, in una giornata particolarmente difficile dal punto di vista della viabilità, fortemente compressa dal maltempo. Tutto lo staff della Fondazione Carlo Felice ha comunque garantito il puntuale svolgimento dello spettacolo.

Teatro Carlo Felice – Stagione lirica 2019/20
IL TROVATORE
Dramma in quattro parti. Libretto di Salvatore Cammarano
Musica di Giuseppe Verdi

Conte di Luna Massimo Cavalletti
Leonora Vittoria Yeo
Azucena Violeta Urmana
Manrico Marco Berti
Ferrando Mariano Buccino
Ines Marta Calcaterra
Ruiz Didier Pieri
Un vecchio zingaro Filippo Balestra
Un messo Antonio Mannarino

Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice di Genova
Direttore Andrea Battistoni
Maestro del coro Francesco Aliberti
Regia Marina Bianchi
Scene e costumi Sofia Tasmagambetova e Pavel Dragunov
Luci Luciano Novelli
Maestro d’armi Corrado Tomaselli
Coreografia Tiziana Colombo
Nuovo allestimento Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova
Genova, 24 novembre 2019

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