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Genova, Teatro Carlo Felice – Don Pasquale

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La stagione del Teatro Carlo Felice di Genova prosegue con la proposta di Don Pasquale, opera fondamentale nella copiosa produzione donizettiana e nel genere della commedia lirica. È un titolo popolarissimo tra i melomani più assidui, anche se, alla prova dei fatti, non sono state moltissime le occasioni di assistere alla sua rappresentazione in terra in genovese: negli ultimi quarant’anni, soltanto cinque produzioni, compresa quella attuale. Eppure Don Pasquale è opera di straordinaria invenzione melodica cui non difettano sberleffo, ironia, comicità e, ovviamente, quella vena malinconica che caratterizza la maggior parte dei lavori “leggeri” del compositore bergamasco. Riuscire a contemperare e a fare emergere tutti questi aspetti dell’opera, non è impresa affatto semplice. Se da un lato, esaminando la locandina degli interpreti alla prima assoluta a Parigi nel 1843, è evidente che si tratta di opera scritta per un quartetto vocale di altissimo livello (Luigi Lablache, Antonio Tamburini, Giovanni Matteo de’ Candia – in arte Mario – Giulia Grisi) e quindi di opera di belcanto (inteso in senso lato), dall’altro la scrittura rivela l’assoluta importanza dell’orchestra e della sua funzione narrativa nel rendere la leggerezza, l’eleganza, la disillusione e la malinconia di cui è permeata la musica.

Sotto questo aspetto, la produzione genovese non riesce a centrare del tutto il bersaglio. L’orchestra della Fondazione, è vero, suona decisamente bene sotto la guida di Alvise Casellati, che ha un gesto nobile ed elegante. Tutto viene guidato con mano sicura, i pezzi d’assieme sono ben concertati, nessuno si perde per strada. Non si può parlare di una direzione pesante o priva di gusto. Tuttavia, rimane la sensazione che qualcosa manchi. A difettare è il brio, quello che ci si aspetterebbe già dall’ouverture; scarseggiano pure l’ironia, lo sberleffo, la comicità. Tutto ben condotto, tutto ben concertato, di ottimo livello professionale, ma tutto piuttosto algido. La compagine corale, ben diretta da Francesco Aliberti, è pressoché perfetta nei suoi interventi dell’atto terzo, ma anche in questo caso il coro dei servitori, con le sue ironiche intenzioni, scorre via senza farsi notare più di tanto.

La compagnia di canto trova in Juan Francisco Gatell un ottimo Ernesto. Voce di tenore leggero, ben emessa, anche se non di volume particolarmente corposo, corre per la sala e si fa sentire in tutta la gamma. Il cantante, elegante e di classe, offre un’ottima prestazione nella scena di apertura del secondo atto e soprattutto nella celebre “Com’è gentil” dell’atto terzo. Si nota, tuttavia, una certa cautela, quasi un timore, nell’affrontare gli acuti, che sembrano non squillare completamente come potrebbero.
Desirée Rancatore, Norina, è la professionista che tutti conosciamo. Non delude nei punti più scopertamente virtuosistici, nonostante qualche asperità negli acuti più estremi. Mostra di avere grande capacità nel canto di agilità, che domina con molta souplesse. Qualche perplessità desta il registro centrale, specie nel “canto di conversazione”, in cui la voce e le parole si perdono leggermente. L’attrice però è davvero simpatica e spigliatissima.
Nel ruolo del protagonista, il giovane Giovanni Romeo, subentrato al previsto Erwin Schrott, porta dignitosamente a termine la recita. Voce tutto sommato chiara, non propriamente adatta al ruolo dell’anziano celibatario romano, Romeo assolve con correttezza al suo compito, ma al momento la parte di Don Pasquale, soprattutto dal punto di vista interpretativo, è ancora da maturare e approfondire. Nei panni del Dottor Malatesta, il baritono Elia Fabbian. Anche la sua prestazione si connota per professionalità e correttezza. Ma, viene da chiedersi, siamo davvero di fronte al subdolo, macchinatore, burlatore, divertente e divertito amico di Ernesto e Don Pasquale? Non sembrerebbe. Fabbian ha dimostrato in altro repertorio, anche più oneroso, di essere un buon interprete. Qui sembra invece impegnato in una parte a lui non congeniale. Nella tradizione il ruolo del Notaro sostenuto da Roberto Conti.

Rimane da capire quanto l’impostazione registica di Barbe & Doucet (Renaud Doucet e André Barbe), possa avere influito sulla prestazione dei cantanti. La trama di Don Pasquale, si sa, è abbastanza semplice: un vecchio scapolo benestante romano, Pasquale da Corneto, decide di prendere moglie, in quanto non accetta che Ernesto, suo unico nipote nonché erede universale, voglia sposare la giovane vedova Norina. Con l’aiuto di Malatesta, medico di Don Pasquale e amico di Ernesto e Norina, viene ordita una burla: un finto matrimonio con Sofronia sorella del dottore appena uscita dal convento, impersonata da Norina, che si mostra, prima della firma del contratto, impacciata, timorosa ed inconsapevole del mondo per poi fare ammattire il vecchio, una volta sposati. Alla fine Pasquale, acconsentirà al matrimonio, pur di cacciare di casa la perfida Sofronia che gli ha sconvolto la vita. Tutto qui.
Nelle note di regia, Barbe & Doucet spiegano: «dopo avere studiato la partitura abbiamo pensato che la vitalità creativa e l’energia della Roma della metà degli anni Sessanta fossero l’ambientazione ideale per Don Pasquale, l’opera di Donizetti incentrata sul conflitto generazionale». Questo Don Pasquale è ambientato, infatti, nel 1965. Pasquale da Corneto è il proprietario di una pensioncina di quart’ordine che affitta anche a ore, ed è un vecchio sporcaccione, abituato a leggere “Catwoman” seduto in poltrona e con tanto di “lingua di fuori”. Questo aspetto del personaggio lo apprendiamo durante l’ouverture, grazie alle proiezioni, sul proscenio, di un fotoromanzo tipicamente anni Sessanta. Ernesto è il direttore della pensione e Norina una cliente. Nel primo quadro, che assomma primo e secondo atto, la scena è piena di gatti “finti”: questi sarebbero la vera, unica passione di Pasquale che, per colmo di sfortuna, ai gatti è allergico. Anche questo lo apprendiamo dal fotoromanzo iniziale e dal fatto che Malatesta, durante la sua aria del primo atto, sembra eseguire i test allergologici sul braccio di Pasquale. Va da sé che la finta Sofronia viene presentata al vecchio scapolo con fattezze da gattina e con tanto di miagolii, e che appena firmato il contratto nuziale si trasforma in una pantera.
L’impressione ricevuta dallo spettacolo genovese è di una lettura forzata, che non aggiunge nulla di nuovo. Certo l’impianto scenico, sostanzialmente fisso e facilmente adattabile alle varie dimensioni dei teatri, risulta gradevole, soprattutto dal punto di vista cromatico. Di ottima fattura i costumi, perfettamente calati nello stile anni Sessanta e, quindi, in linea con l’impostazione registica. Discrete, nel senso di non invasive, le luci di Guy Simard. Piuttosto demodé, al contrario, la gestualità dei personaggi, con alcune movenze decisamente vecchio stampo (vedi Don Pasquale che si piega e rimane bloccato con la schiena). Tutti gli interpreti hanno mostrato, comunque, una notevole spigliatezza attoriale.
Molti posti vuoti in sala e applausi cordiali al temine.

Teatro Carlo Felice – Stagione lirica 2018-2019
DON PASQUALE
Dramma buffo in tre atti. Libretto di Giovanni Ruffini
Musica di Gaetano Donizetti

Don Pasquale Giovanni Romeo
Ernesto Juan Francisco Gatell
Dottor Malatesta Elia Fabbian
Norina Desirèe Rancatore
Un notaro Roberto Conti

Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice di Genova
Direttore Alvise Casellati
Maestro del coro Francesco Aliberti
Regia Renaud Doucet
Scene e costumi André Barbe
Luci Guy Simard
Allestimento della Scottish Opera
Genova, 10 marzo 2019

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