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Genova, Teatro Carlo Felice – Cavalleria rusticana e Pagliacci

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Due anni separano la prima assoluta di Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni (1890) e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo (1892), che una tradizione consolidata ha voluto rendere gemelle nonostante tali non fossero. Eppure quella tradizione che le voleva unite, alla prova del palcoscenico è stata più volte disattesa, non soltanto in tempi recenti. I frequentatori più assidui del Teatro Carlo Felice ricorderanno abbinamenti diversi, tipo Cavalleria rusticana e La voix humaine di Francis Poulenc o Pagliacci e Tabarro di Giacomo Puccini o addirittura Pagliacci e basta, con tanto di intervallo dopo l’arioso di Canio. Il ripescaggio della prassi esecutiva “di tradizione” della canonica accoppiata raccoglie il concreto gradimento del pubblico genovese, che tributa un grande successo al nuovo allestimento coprodotto con il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Regia curata da Teatrialchemici con firma di Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi, con le scene stilizzate di Federica Parolini, i costumi efficaci e atemporali di Agnese Rabatti, le luci efficaci di Luigi Biondi.

L’impostazione registica è quella di un impianto scenico comune alle due opere, nell’ottica di evidenziarne la consequenzialità culturale e drammaturgica: Pagliacci metterebbe nero su bianco le premesse poste da Cavalleria rusticana sviluppandole con la celebre dichiarazione d’intenti nelle battute del Prologo. Non è una visione registica innovativa, come non lo è il richiamo al teatro greco classico, quale luogo fisico e spirituale fondante della natura umana. È un’idea plausibile, soprattutto se rapportata al taglio teatrale delle due opere, al senso di implacabile fatalità e di precipitare degli eventi che le permea. Ma è sostanzialmente qualcosa di già visto.
Cavalleria rusticana, per la verità, è un’opera essenziale: nel libretto e nella musica è già scritto tutto quello che serve a renderla teatralmente efficace. È praticamente impossibile in Cavalleria lavorare per sottrazione. D’altro lato, può essere pericoloso lavorare per addizione, aggiungere elementi di non immediata comprensione, seppur dettati dall’intento di evidenziare l’universalità di una vicenda che non si esaurisce nella realtà siciliana del 1890, ma la travalica esponendo casi, sentimenti e relazioni umane appunto universali. Così, la presenza di maschere dalle fattezze demoniache, in qualche modo collegate ai riti prepasquali dell’Italia Meridionale, l’ingombrante levarsi di un grande sudario preventivamente purificato in una vasca attraverso il lavaggio a cenere, l’innalzamento di un presumibile albero della cuccagna al centro della scena, finiscono per distrarre l’attenzione dalla passionalità della vicenda e dai rapporti molto istintuali che legano i personaggi.

Protagonista assoluta è Sonia Ganassi nei panni di Santuzza. Il mezzosoprano riesce a dominare letteralmente un ruolo dalla vocalità che non è propriamente sua. Del tutto irrilevanti alcuni momenti in cui la voce non è fermissima o in cui si coglie con evidenza la presa di fiato: l’intelligenza dell’interprete e l’appropriatezza del fraseggio regalano al pubblico una Santuzza memorabile. Diego Torre ha un timbro vocale interessante, che rimanda alla tradizione dei Turiddu dalla voce scura, brunita. Non si può negare al tenore una solida tenuta d’assieme e una sicurezza che gli consentono di superare i momenti più attesi dell’opera. Non guasterebbero qualche nuances e qualche colore in più. Efficace e di notevole proiezione la voce baritonale di Gevorg Hakobyan, Compar Alfio veemente e violento, ma senza mai scadere nell’effettaccio plateale. Corrette e calate nei rispettivi personaggi Giuseppina Piunti, una seducente Lola, e Carlotta Vichi, una Mamma Lucia misurata e garbata.

Decisamente nel solco della tradizione e della prassi esecutiva l’allestimento di Pagliacci di Leoncavallo. La piazza dove si consuma la vicenda di Cavalleria si trasforma, con l’introduzione e la posa di qualche praticabile, nello spazio teatrale e metateatrale in cui si compie il rito degli artisti di strada. Il sudario purificato, che aveva dominato l’atto unico di Mascagni, viene sostituito da un sipario rosso da cui emergono prima il Prologo/Tonio e poi le ombre dei pagliacci a simboleggiare l’ineluttabilità e il reiterarsi del destino. Va riconosciuto che la messinscena di Pagliacci è più efficace rispetto all’opera che l’ha preceduta, in quanto meno orientata verso simbologie e significati reconditi.
Il pubblico genovese trova in Carlos Álvarez un Tonio da ricordare, nonostante qualche increspatura nella linea di canto. L’arte del dire, del colorare la singola parola e l’intenzione della frase vanno oltre il dato strettamente vocale. Brividi assoluti allorché Álvarez pronuncia la frase conclusiva, giustamente restituita al personaggio di Tonio, che nell’opera assume ha la funzione di prologo ed epilogo. Per Diego Torre si conferma quanto espresso per il ruolo di Turiddu: una recita portata a termine dignitosamente, un cantante solido, sostanzialmente corretto, piuttosto avaro di colori. Non si discostano da una tranquilla routine tutti gli altri interpreti: Donata D’Annunzio Lombardi nel ruolo di Nedda, Francesco Verna in quello di Silvio, Matteo Roma nella parte di Peppe, Giuliano Petouchoff e Matteo Armanino, i due contadini.

Entrambe le opere sono dirette e concertate da Paolo Arrivabeni che complessivamente sceglie tempi piuttosto comodi, soprattutto nella seconda parte di Pagliacci, dove la scena della commedia sembra dilungarsi un po’ troppo. Il suono è pulito e il disegno orchestrale abbastanza limpido. Tuttavia la solarità, la mediterraneità, lo scatto emozionale faticano a emergere.
Alla buona prestazione dell’orchestra della Fondazione, non ha corrisposto un pari livello nell’intervento del coro, principalmente in Cavalleria in cui si sono avvertite disomogeneità e qualche difficoltà in acuto nei registri femminili.
Teatro gremito e grandi applausi.

Teatro Carlo Felice di Genova – Stagione lirica 2018/19
CAVALLERIA RUSTICANA
Melodramma in un atto
Libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci
Musica di Pietro Mascagni

Santuzza Sonia Ganassi
Turiddu Diego Torre
Alfio Gevorg Hakobyan
Lola Giuseppina Piunti
Mamma Lucia Carlotta Vichi

PAGLIACCI
Dramma in un prologo e due atti
Parole e musica di Ruggero Leoncavallo

Nedda Donata D’Annunzio Lombardi
Canio Diego Torre
Tonio Carlos Álvarez
Peppe Matteo Roma
Silvio Francesco Verna
Un contadino Giuliano Petouchoff
Un altro contadino Matteo Armanino

Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice di Genova
Coro di Voci bianche del Teatro Carlo Felice di Genova
Direttore Paolo Arrivabeni
Maestro del coro Francesco Aliberti
Maestro del coro di Voci bianche Gino Tanasini
Regia TeatrialchemiciLuigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi
Scene Federica Parolini
Costumi Agnese Rabatti
Luci Luigi Biondi
Nuovo allestimento
Coproduzione Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova
e Teatro del Maggio Musicale Fiorentino di Firenze
Genova, 26 maggio 2019

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