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Firenze, Teatro del Maggio – Lear

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Considerata uno dei capolavori del teatro in musica del Novecento, Lear di Aribert Reimann si presenta come un’opera che al solo ascolto può risultare ostica al pubblico, ma sul palcoscenico rivela tutta la sua forza. Composta nel corso di un decennio, ebbe la sua prima a Monaco di Baviera il 9 luglio 1978 con la regia di Jean-Pierre Ponnelle, la direzione di Gerd Albrecht e un cast che annoverava tra gli altri Dietrich Fischer-Dieskau, Julia Varady e Helga Dernesch. La musica di Reimann è puramente atonale, e nonostante l’imponente massa orchestrale, sa assottigliarsi per far emergere prepotentemente il testo e la parola con tutte le sue implicazioni teatrali. Il libretto di Claus Henneberg non è basato sull’originale testo shakespeariano, bensì su una traduzione tedesca del XVIII secolo, e vede la storia di King Lear ridotta agli snodi drammatici fondamentali, lasciando alla musica molto spazio per esprimere i sentimenti dei personaggi.
In Italia, Lear era stato presentato solo una volta a Torino nel 2001 in lingua inglese (una traduzione di Desmond Clayton fatta sotto l’attento sguardo dello stesso Reimann per la prima americana di San Francisco nel 1981), dunque le recite fiorentine al Teatro del Maggio sono la prima italiana dell’opera in tedesco. Curioso che per inaugurare il Festival si ricorra ancora una volta a uno spettacolo importato, quando dovrebbe essere l’occasione per presentare nuovi allestimenti. Tuttavia va detto che è stato lo stesso Luisi a tenere a battesimo nel 2016 la presente produzione di Calixto Bieito all’Opéra Bastille di Parigi, dove verrà riproposta anche nella prossima stagione con un cast leggermente variato; la collaborazione parigina col regista si è rinnovata lo scorso autunno con una nuova produzione di Simon Boccanegra: deve esserci dunque una vera sintonia tra i due che il direttore musicale del Maggio Musicale Fiorentino ha voluto mostrare anche a Firenze proponendo questo Lear, così da continuare anche il percorso di approfondimento sul Novecento iniziato un anno fa con Cardillac.

Bieito tuttavia è ormai un regista entrato nel canone dei classici, connotato da una cifra stilistica precisa che si ritrova pienamente anche qui. La scena unica di Rebecca Ringst è formata da una scatola fatta di assi di legno piena di fessure; durante lo spettacolo la parete di fondo retrocede e le assi divergono l’una con l’altra fino ad appiattirsi a terra, a simboleggiare la distruzione di tutti i valori avvenuta durante l’opera. La selva di travi e fili riesce a contenere tutte le situazioni drammatiche, ed è connotata da luci prevalentemente asettiche e irreali che concorrono a creare una forte sensazione di straniamento. La regia vera e propria, qui ripresa da Yves Lenoir, risulta ben curata e scorre senza particolari problemi, rispettando il libretto in tutti i suoi snodi, anche se ambienta la vicenda ai giorni nostri. Bieito si concentra in particolare su come Lear si renda conto nell’opera di essere vecchio e inviso praticamente a tutti perché non più nel pieno delle sue forze, bensì credulone e debole; solo i personaggi buttati fuori dal circolo del potere e quindi emarginati dalla società non lo abbandonano, e lo accompagnano nel suo viaggio verso l’abisso che in un certo modo si è creato da solo. Tuttavia è curioso notare come il linguaggio di Bieito, teso sempre a portare a galla i sentimenti più animaleschi e cruenti dell’animo umano, funzioni molto bene con numerose opere di repertorio in cui la malvagità non viene mai mostrata palesemente, ma quando si trova a interpretare un’opera cinica e forte già nella sua essenza come questa, risulti assai meno sconvolgente e spiazzante. Nel suo lavoro per sottrazione, il regista spagnolo aderisce bene al testo in ogni sua parte ma non riesce a farlo esplodere del tutto, così che in definitiva confeziona uno spettacolo di buon livello ma algido.

Dal podio Fabio Luisi sembra aderire al palcoscenico. La corposa orchestra marcia benissimo e senza sbavature, e il direttore fornisce sempre un ottimo sostegno ai cantanti riuscendo all’occorrenza ad alleggerire il suono della buca in trasparenze di cristallo. La sua è una lettura analitica, scarnificata, tesa a mettere in evidenza più le dissonanze che la componente lirica di alcuni momenti, ma che talvolta tende a perdere un po’ di guizzo teatrale. Il suono aguzzo ma rilucente come l’acciaio ben si sposa comunque con la regia, dimostrando una comunione di intenti.

Il cast risulta piuttosto omogeneo. Bo Skovhus è il Lear di riferimento degli ultimi anni insieme a Gerald Finley. Declama i suoi versi con un fraseggio curatissimo e granitico, e la sua attuale condizione vocale si adatta benissimo alla scrittura del ruolo. Questo, insieme alla ottima immedesimazione scenica, gli permette di disegnare un protagonista che, inizialmente monolitico e convinto, perde ogni sorta di certezza e ragione, svuotandosi direttamente sotto gli occhi del pubblico.
Agneta Eichenholz si dimostra un’ottima Cordelia, fragile ma matura, grazie alla sua voce cristallina che ben domina tutta la tessitura, brillando soprattutto nella zona alta. Erika Sunnegårdh non sarebbe l’interprete vocale ideale per il ruolo di Regan, scritto per una mozartiana a fine carriera come Colette Lorand: risulta infatti poco a suo agio nella coloratura, e soprattutto all’inizio fatica un po’ a ingranare. Tuttavia la sua è una performance in crescendo, e appena la scrittura glielo permette, dispiega la sua ampia voce di timbro chiaro. Tiene il palco poi con estrema disinvoltura, disegnando un personaggio nevrotico al punto giusto.
Ángeles Blancas Gulín è una Goneril un po’ appannata, con estremi acuti tirati e la zona grave piuttosto vuota. Nonostante la buona tenuta scenica, il fraseggio appare non sempre approfondito. Andreas Conrad affronta il temibile ruolo di Edmund con sicurezza, pur disegnando un personaggio monocorde e poco sfumato. Al contrario Andrew Watts appare un Edgar sempre vocalmente a proprio agio e dotato di lodevole presenza scenica.
Levent Bakirci disegna un ottimo Graf von Gloster, con il suo timbro scuro e una voce di discreto volume. Kor-Jan Dusseljee è un Graf von Kent un po’ sguaiato ma efficace. Ottimi per immedesimazione e tenuta vocale risultano Derek Welton e Michael Colvin, rispettivamente Herzog von Albany e Herzog von Cornwall. Meno brillante invece il Re di Francia di Frode Olsen. Ben si disimpegna nel suo ruolo anche Luca Tamani nel ruolo del Servo. Ernst Alisch recita le battute del Pazzo con il dovuto distacco e proprietà di accenti.
Vanno sottolineate infine la coesione e l’inappuntabilità del Coro preparato da Lorenzo Fratini, che realizza una delle migliori prestazioni degli ultimi anni.
Il pubblico della pomeridiana, attento e partecipe, tributa numerosi applausi alla fine dell’opera, in particolare ad Aribert Reimann che, presente in platea, sale sul palco a godersi il meritato successo.

Teatro del Maggio – 82° Festival del Maggio Musicale Fiorentino
LEAR
Opera in due parti da William Shakespeare
Libretto di Claus H. Henneberg
Musica di Aribert Reimann

König Lear Bo Skovhus
König von Frankreich Frode Olsen
Herzog von Albany Derek Welton
Herzog von Cornwall Michael Colvin
Graf von Kent Kor-Jan Dusseljee
Graf von Gloster Levent Bakirci
Edgar Andrew Watts
Edmund Andreas Conrad
Goneril Ángeles Blancas Gulín
Regan Erika Sunnegårdh
Cordelia Agneta Eichenholz
Narr Ernst Alisch
Bedienter Luca Tamani
Ritter Davide Siega

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Fabio Luisi
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Calixto Bieito ripresa da Yves Lenoir
Scene Rebecca Ringst
Costumi Ingo Krügler
Luci Franck Evin
Video proiezioni Sarah Derendinger
Drammaturgia Bettina Auer
Allestimento dell’Opéra national de Paris
Firenze, 5 maggio 2019

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