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Firenze, Teatro del Maggio – Fernand Cortez

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Lunga e grandiosa è la storia che lega il nome di Gaspare Spontini al Maggio Musicale Fiorentino, che già nel primo festival del 1933 presenta un allestimento de La Vestale diretto da Vittorio Gui con le scene di Felice Casorati e Rosa Ponselle nel ruolo della protagonista. Da lì in poi si vedranno a Firenze opere come Olimpie nel 1950 e Agnese di Hohenstaufen nel 1954 e nel 1974, ma mai Fernand Cortez, uno dei capitoli fondamentali nella produzione operistica del compositore marchigiano di cui si contano solo altre due esecuzioni in Italia negli ultimi cent’anni (Napoli, 1951, e Jesi, 1983).

Fernand Cortez nasce come un’opera di occasione, fortemente voluta da Napoleone a supporto della campagna militare nella penisola iberica intrapresa nel 1808, che si rivelerà poi un fallimento, logorando le truppe francesi fino al 1813. Il lavoro viene commissionato a Spontini e ai suoi librettisti, Joseph-Alphonse Esménard e Victor-Joseph Étienne de Jouy, all’inizio della spedizione, e come soggetto si sceglie di trattare le vicende dell’eroe spagnolo Hernan Cortés: l’intento è di mostrare il conquistador come un alter ego di Napoleone, che mira a portare i valori dell’illuminismo in un regno borbonico ancora profondamente segnato dal cattolicesimo (e dall’Inquisizione), così come Cortés aveva conquistato il Messico, spezzando il potere del fanatismo religioso delle popolazioni indigene. L’opera quindi presenta una divisione piuttosto manichea tra i buoni, cioè gli spagnoli, e i cattivi, i messicani superstiziosi, in modo da non lasciare spazio a possibili identificazioni con questi ultimi: in scena non compare nemmeno Montezuma, vero antagonista nelle vicende relative a Cortés.
La prima si tiene il 28 novembre 1809 all’Opéra di Parigi, senza badare a spese per la messa in scena: durante i balletti del primo atto compaiono addirittura quattordici cavalli al galoppo per provocare lo stesso stupore avuto dai messicani alla prima vista di questi animali, e lo stesso atto si concluderà con l’incendio della flotta spagnola. Nonostante sia impostata come una tragédie lyrique, Fernand Cortez getta così le basi del Grand Opéra che avrebbe furoreggiato a partire dagli anni ’20 dell’Ottocento sulle scene parigine. Tuttavia l’opera viene replicata poche volte e, dopo il 1812, scompare dalle scene della capitale francese, iniziando invece a circolare con grande successo in giro per l’Europa. Dopo la caduta di Napoleone, Spontini apporterà radicali modifiche alla partitura e, nel 1817, presenterà a Parigi una nuova edizione dell’opera, destinata a diventare quella più eseguita fino a oggi. Il compositore ne elaborerà un’altra nel 1824 per Berlino e un’ultima nel 1840 nuovamente per Parigi, sancendo così l’esistenza di almeno quattro versioni diverse.

Come inaugurazione della stagione 2019/2020, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino presenta per la prima volta in tempi moderni una ricostruzione di quello che si è ascoltato sulle scene parigine alla prima del 1809, frutto di uno scrupoloso lavoro filologico a opera di Federico Agostinelli, che ha studiato l’autografo, il libretto della prima rappresentazione e la partitura a stampa: esse divergono a causa dei vari aggiustamenti a cui Spontini è dovuto andare incontro nel corso delle prove e poi durante le recite, su richieste dei cantanti e della dirigenza del teatro.
Anche se l’allestimento di tale versione è senza dubbio un’impresa notevole, esso deve tenere conto di tutte queste problematiche e di cosa ha rappresentato il Cortez per gli spettatori parigini del 28 novembre 1809, così da cercare di renderlo plausibile anche per il pubblico odierno. A Firenze il risultato è alquanto interlocutorio, a partire dalla parte visiva.
Cecilia Ligorio firma uno spettacolo di stampo tradizionale, piuttosto minimalista nelle scene, firmate da Alessia Colosso e Massimo Checchetto, ma profondamente statico per quanto riguarda la regia vera e propria. Ligorio legge infatti la vicenda come un racconto fatto dal personaggio di Moralez al termine dell’impresa, nel solco dei vari memoriali dei conquistadores che ebbero tanta fortuna letteraria a partire dalla fine del XVII secolo: a inizio e fine atto vengono dunque proiettate su un sipario che rappresenta una cartina cinquecentesca del Messico le frasi estratte dal presunto diario. In virtù di ciò, il personaggio che acquista un maggior approfondimento è proprio Moralez, mentre gli altri appaiono poco caratterizzati. I movimenti, sia delle masse che dei singoli, sono limitati a entrate e uscite, o al massimo a qualche posa convenzionale. L’unico vero colpo di scena è l’incendio dei velieri con cui si conclude il primo atto, appiccato a un modellino preso in mano da Cortez e quindi irradiato alle navi sullo sfondo. Il palco infatti, per lo più vuoto, vede comparire alcuni elementi caratterizzanti nel corso degli atti, come i velieri, i cavalli di cartapesta, i cannoni e i filari di mais, uniti a fondali rappresentanti soprattutto mappe delle varie zone del Messico. Solo nel terzo atto vediamo un meccanismo più complesso fatto di scale e pedane, che ricorda vagamente certe soluzioni di Pizzi, per rappresentare il tempio. Le luci polverose e poco accattivanti non aiutano a creare una atmosfera, così come piuttosto ordinari appaiono i costumi.
Le coreografie di Alessio Maria Romano, eseguite dalla Compagnia Nuovo Balletto di Toscana, costituiscono una parte preponderante dello spettacolo, ma se quelle nel primo atto risultano suggestive, andando a sostituire l’apparizione dei cavalli veri con ballerini dalle teste equine che eseguono movimenti marziali di fronte alle donne messicane, assai criptiche appaiono quelle che accompagnano i balletti finali.

In buca le cose vanno leggermente meglio. Jean-Luc Tingaud firma una direzione di stampo proto-rossiniano, dai tempi spediti, con una particolare attenzione sia a sorreggere le voci che a esaltare certi impasti timbrici di rottura rispetto alla tradizione della tragédie lyrique. Tuttavia manca un po’ di mordente teatrale, e l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino risulta a tratti poco coesa e pesante nelle sonorità. Il coro, preparato da Lorenzo Fratini, si disimpegna bene, senza tuttavia brillare come ha fatto altre volte.

Il cast assemblato si rivela poco più che onesto, e incontra spesso problemi con la lingua francese e quindi con il fraseggio, che in una tragédie lyrique come questa rappresenta un fattore fondamentale. Dario Schmunck si trova piuttosto a suo agio con la vocalità di Fernand Cortez, esibendo uno strumento ben sostenuto e dal piglio eroico, ma costruisce un personaggio alquanto generico e monotono. Alexia Voulgaridou interpreta con sicurezza la parte di Amazily. La voce, piuttosto ampia e dotata di un timbro scuro accattivante, si dimostra omogenea su tutta la linea e sa piegarsi anche a interessanti soluzioni di fraseggio. Manca tuttavia il guizzo personale per rendere al meglio il ruolo scritto per la star dell’Opéra dell’epoca, Alexandrine-Caroline Branchu.
Luca Lombardo è un Télasco vocalmente corretto e, pur con un timbro piuttosto monocromo, è a suo agio nel registro centrale come negli acuti, che risultano ben proiettati; teatralmente poco coinvolto, esibisce però un fraseggio nell’insieme poco incisivo. La parte di Moralez permette a Gianluca Margheri di esibire il suo strumento ampio e connotato da un gradevole timbro scuro. Appare inoltre il più spigliato di tutti in scena, firmando una delle sue prestazioni migliori. David Ferri Durà dà il giusto risalto alla parte di Alvar, fratello di Cortez, con un timbro da tenore schietto che si può piegare anche a sfumature e sottigliezze, e un fraseggio curato: insieme ai due prigionieri spagnoli, Davide Ciarrocchi e Nicolò Ayroldi, realizza nel terzetto dell’ultimo atto uno dei momenti vocali migliori della serata.
André Courville è un baritono dal timbro piuttosto chiaro e dalla linea omogenea, che offre l’autorevolezza appropriata al ruolo di Gran Sacerdote dei Messicani. Completano il cast Lisandro Guinis (ufficiale spagnolo), Leonardo Melani (ufficiale messicano) e Davide Siega (un marinaio).
Il pubblico, abbastanza nutrito, segue lo spettacolo con attenzione e alla fine tributa un discreto successo a tutti, in particolare alla Voulgaridou, al direttore e al team della messa in scena.

Teatro del Maggio – Stagione 2019/20
FERNAND CORTEZ
ou la Conquête du Mexique
Tragédie lyrique en trois actes de Étienne de Jouy et Joseph-Alphonse d’Esménard
Musica di Gaspare Spontini
Edizione critica della Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi a cura di Federico Agostinelli

Fernand Cortez Dario Schmunck
Télasco Luca Lombardo
Alvar David Ferri Durà
Le Grand Prêtre des Mexicains André Courville
Moralez Gianluca Margheri
Un officier espagnol Lisandro Guinis
Deux prisonniers espagnols Davide Ciarrocchi, Nicolò Ayroldi
Un officier mexicain Leonardo Melani
Un marin Davide Siega
Amazily Alexia Voulgaridou
Deux femmes de la Suite de Amazily Silvia Capra, Delia Palmieri

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Compagnia Nuovo BallettO di ToscanA
Direttore Jean-Luc Tingaud
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Cecilia Ligorio
Scene Alessia Colosso, Massimo Checchetto
Costumi Vera Pierantoni Giua
Coreografia Alessio Maria Romano
Luci Maria Domènech Gimenez
Nuovo allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
in collaborazione con Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi
Prima rappresentazione in tempi moderni della prima versione, Parigi, 28 novembre 1809
Firenze, 12 ottobre 2019

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