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Firenze, Teatro del Maggio – Der fliegende Holländer

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Der fliegende Holländer è un’opera fortemente eversiva, in primis per la forma in cui è scritta, cioè una sorta di enorme ballata scenica di quasi due ore e mezzo che lo stesso Richard Wagner auspicava essere eseguita senza interruzioni, ma anche per il contenuto profondamente romantico che si dipana in questa storia di redenzione, chiodo fisso di tutta la produzione del compositore di Lipsia.
Nella nuova produzione fiorentina (se non si contano le recite in forma di concerto del 1993, erano 49 anni che non si allestiva un Olandese sulle sponde dell’Arno) non viene pienamente rispettata la forma in quanto l’opera viene eseguita con un intervallo dopo il primo atto. È vero, Wagner aveva previsto cadenze di chiusura e introduzioni strumentali proprio per la prima rappresentazione a Dresda nel 1843, eseguita in tre atti distinti, e non fu mai completamente soddisfatto nemmeno delle successive revisioni a cui sottopose la partitura. Al netto dei fatti, tuttavia, la rappresentazione unitaria guadagna in forza teatrale e coesione del dramma, soprattutto se si ha a che fare con una durata totale della musica che da sola vale come un atto di Parsifal o di Götterdämmerung. La scelta di eseguire l’Olandese con uno o più intervalli può dunque essere legittima ma appare almeno discutibile, soprattutto se si sceglie di eseguire la versione del 1860, come si fa in questo caso.

Preso atto di ciò, bisogna dire che, quanto a teatralità, questo allestimento fiorentino non è certo un paradigma, a partire dalla regia. Paul Curran colloca l’azione in un Novecento avanzato non ben definito, come si può evincere dai costumi di Gabriella Ingram. Le scene di Saverio Santoliquido illustrano i tre diversi luoghi canonici in cui si dipana la vicenda: la nave di Daland, un opificio con varie macchine da cucire, una scogliera con una casa di legno. La prima e l’ultima scena sono poi arricchite da proiezioni, discutibili per fattura e contenuto, che illustrano l’arrivo della nave fantasma e il turbamento provocato dai soldati dell’Olandese nei confronti dei Norvegesi, i quali vedono il cielo tingersi di immagini disturbate e non pienamente intellegibili, ma funzionali a delineare la sensazione di straniamento. Le azzeccate luci di David Martin Jacques danno un minimo di vitalità e atmosfera, soprattutto a fronte della staticità generale a cui sono lasciati gli interpreti, che disegnano personaggi molto tradizionali, ognuno secondo le proprie risorse e convinzioni più che con le indicazioni del regista. Le masse risultano meglio organizzate e più convinte, movimentando minimamente una regia in cui il lavoro sui singoli risulta sostanzialmente superficiale.

Anche dal fronte musicale non arrivano grandi rivelazioni. Fabio Luisi guida un’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino in buona forma, realizzando una direzione analitica e di ottimo mestiere, sia per calibrazione e politezza del suono, che per sostegno e respiro coi solisti. La trama orchestrale viene dipanata in modo da poter udire i temi e i singoli interventi, senza che questi risultino comunque slegati tra di loro. Nel complesso manca tuttavia una tenuta teatrale bruciante che invece la rapinosa Ouverture sembra promettere: il direttore infatti opta successivamente per una dilatazione dei tempi che asseconda i cantanti e permette di gustare pienamente i dettagli musicali, ma che manca di una vera forza propulsiva e di un serio motivo drammaturgico. Ne risulta in sostanza una direzione corretta ma asettica.

Il cast appare solido, pur senza particolari rivelazioni. L’Olandese di Thomas Gazheli si distingue per una voce morbida in centro e in basso, dove dispiega un fraseggio curato che rende il personaggio molto umano, e meno monolitico rispetto ad altri ritratti del ruolo. Quando la tessitura batte più in alto tuttavia è costretto a forzare, risultando decisamente più monocorde.
Mikhail Petrenko è un Daland piuttosto generico. Il fraseggio risulta assai stentoreo, ma la voce si fa apprezzare per ampiezza e omogeneità della linea. La Senta di Marjorie Owens seduce per rotondità e bellezza dello strumento, saldo su tutta la tessitura e con acuti pieni e vigorosi. Gioca di rimessa nella ballata, le cui parte più concitate la mettono un po’ alla frusta, ma si produce in duetti pervasi di una elegia trasognante e in un ottimo finale.
Bernhard Berchtold tratteggia un Erik molto tradizionale ma convincente. La voce, dotata di un timbro piuttosto chiaro, è ben dispiegata e sicura su tutta la linea. Lo stesso si può dire del Timoniere di Timothy Oliver, che si distingue in una canzone del primo atto resa con sentito lirismo. Buona anche la Mary di Annette Jahns.
Menzione d’onore per il Coro preparato da Lorenzo Fratini, rinforzato dal Coro Ars Lyrica sotto la guida di Marco Bargagna. Pur partendo con qualche imprecisione, realizza un inizio di terzo atto veramente lodevole per tenuta e convinzione generale, corredato anche da una dizione ben studiata.
Al termine della recita, il folto pubblico dispensa applausi sentiti a tutti i solisti, in particolare alla Owens e a Gazheli, al direttore e anche ai responsabili della messa in scena.

Teatro del Maggio – Stagione 2018/2019
DER FLIEGENDE HOLLÄNDER
Opera romantica in tre atti
Libretto e musica di Richard Wagner

Daland Mikhail Petrenko
Senta Marjorie Owens
Erik Bernhard Berchtold
Mary Annette Jahns
Der Steuermann Timothy Oliver
Der Holländer Thomas Gazheli

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Coro Ars Lyrica, Pisa
Direttore Fabio Luisi
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Maestro del Coro Ars Lyrica Marco Bargagna
Regia Paul Curran
Scene Saverio Santoliquido
Costumi Gabriella Ingram
Luci David Martin Jacques
Realizzazione video Otto Driscoll
Nuovo allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, 10 gennaio 2019

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