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Ferrara, Teatro Comunale – Turandot

Una Turandot senza il finale di Franco Alfano e tutta d’un fiato: il pubblico del Teatro Comunale di Ferrara ha dovuto fare i conti con una scelta drammaturgica netta e con altre novità in occasione di questa ripresa del capolavoro pucciniano proposto nella città estense in coproduzione con il Teatro Sociale di Rovigo (qui rappresentato a gennaio) e il Comune di Padova.
Per una felice scelta del regista Massimo Pizzi Gasparon Contarini, che riprende un allestimento di Pier Luigi Pizzi, l’opera incompiuta di Giacomo Puccini finisce allo stesso modo in cui è venuta alla luce nel 1926 alla Scala, quando Arturo Toscanini diresse esclusivamente la musica composta da Puccini: la tela cade, dunque, con la morte di Liù e con l’esecuzione del mirabile “threnos”. Una soluzione drammaturgica potentissima, che, sebbene scontenti gli amanti dell’happy end, crea un’emozione intensa allo spettatore.
Gasparon Contarini non si limita a proporre una versione “sospesa” di Turandot, ma elimina gli intervalli tra gli atti: l’opera è un lungo atto unico della durata di poco meno di due ore. Va detto che l’idea in sé è davvero convincente: la solidità della costruzione drammaturgica di Puccini, i temi conduttori, la “tinta” notturna costantemente perseguita dal compositore, oltre all’unità di tempo e di spazio (l’azione si svolge nell’arco di una notte) creano un ambiente drammatico solidissimo, che guadagna ulteriormente in asciuttezza e in coerenza interna.
Con Turandot, Puccini ha saputo fare i conti con il modernismo europeo: grazie a un’orchestrazione livida, ricca di sonorità ricercate e di ritmi ossessivi, insieme a una drammaturgia moderna che concede poche oasi liriche (tutte drammaturgicamente necessarie, oltre che famosissime), il compositore toscano è riuscito a creare uno splendido edificio drammatico. Il mondo del veneziano Gaspare Gozzi è filtrato attraverso l’occhio della contemporaneità: siamo negli anni Venti del Novecento, Prokof’ev andava componendo un altro titolo gozziano come L’amore delle tre melarance attraverso la mediazione di Mejerchol’d, mentre il linguaggio musicale aveva riscoperto l’estetica della mascherata inquietante, da una parte, e del mondo barbarico, dall’altro.

In questa rielaborazione della regia di Pierluigi Pizzi, Turandot ci viene presentata per quello che è stata originariamente: una favola sanguinaria, atavica e fortemente ritualizzata. L’atto unico è collocato all’interno di una scena fissa ed essenziale, quasi claustrofobica, che coglie perfettamente una concezione dello spazio sacrale e privo di realtà. L’ambiente è monocromatico, di un rosso violento: due scale portano a un piano rialzato con una porta da cui entrano ed escono esclusivamente i personaggi della corte imperiale, Turandot e Altoum. Alcuni idoli dorati, di cui il più grande, con numerose braccia, è al centro della scena, punteggiano il palcoscenico. Un mondo gerarchizzato soggetto a leggi bizzarre di difficile comprensione.
A testimoniare un mondo che oscilla tra la volontà di sangue e il bisogno di una redenzione, contribuisce anche il gioco di luci (a cura sempre di Gasparon Contarini), polarizzato tra il rosso più o meno acceso e il blu nei momenti dove le emozioni umane tornano a emergere sulla ritualizzazione del sangue e dell’atrocità. I costumi, ereditati dallo spettacolo di Pizzi, sono contestualizzabili in un estremo Oriente, ma senza essere eccentrici e senza distogliere l’attenzione dallo spettacolo. Molto interessante il primo ingresso di Turandot nel corso dell’atto primo, circondata da un velo rosso teso dalle ancelle, a sottolinearne l’inviolabilità. Molto interessante anche le figura del boia Pu-Tin-Pao, un attore truccato di un colore biancastro lunare che richiama in modo crudo la testa mozzata del principe di Persia.
È evidente l’intenzione di offrire una Turandot che superi la vulgata rassicurante ed esotizzante per mettere in luce gli aspetti drammatici che contraddistinguono la partitura. Purtroppo, nonostante le ottime premesse interpretative, lo spettacolo non centra fino in fondo la sua missione, soprattutto a causa di alcuni alti e bassi da parte del cast e del coro. In generale, l’effetto di “sacra rappresentazione” non riesce pienamente e lo spettacolo, pur risultando aggressivo ed algido, non colpisce. Anche il movimento scenico non è sempre efficace, dando l’idea di una rappresentazione potenzialmente molto interessante e fuori dalla routine, ma da perfezionare e da ritagliare meglio sugli interpreti.

Il ruolo protagonistico è sostenuto con risultati ragguardevoli e convincenti da Lilla Lee. La sua Turandot è algida e distaccata, non aliena da una certa aggressività nella scena degli indovinelli, ma anche pronta allo sfogo lirico di “Figlio del cielo, padre augusto”. L’eliminazione del duetto finale di Alfano permette di costruire un personaggio rigido, fisso, immobile, che sa trovare gli unici accenti umani nell’arioso “In questa reggia” o di fronte allo strazio di Liù.
Meno convincente è il Calaf di Walter Fraccaro: in linea di massima, l’interprete tende a creare un personaggio poco appassionato, fatto che non costituirebbe una scelta negativa di per sé, ma che lascia il sospetto di un non totale inserimento nel progetto interpretativo generale. La voce non è particolarmente timbrata e tende all’anonimato, vantando, comunque, buona dizione, omogeneità e sicurezza. Inevitabili gli applausi nell’aria “Nessun dorma”, cantata senza eccessivo sentimentalismo, ma troncata nella chiusa per permettere lo sfogo del pubblico.
Come Liù Daria Masiero offre una buona prova, tratteggiando un carattere forte sia vocalmente che scenicamente. Si tratta, lo sappiamo, dell’unico personaggio veramente umano della vicenda e la voce brunita dell’interprete sa offrire momenti emozionanti sia in “Signore, ascolta” che in “Tu che di gel sei cinta”, mirabilmente eseguita.
I tre ministri Ping (Carmine Monaco), Pong (Nicola Pisaniello), Pang (Davide Ferrigno) hanno il difficile compito di mettere in rilievo l’aspetto grottesco e assuefatto al sangue della corte di Turandot, ma anche la necessità di un ritorno alla normalità. Il risultato nel complesso è convincente, pur con qualche imprecisione e alcune cadute di tono dovute all’impostazione registica.
Corretto, anche se non particolarmente toccante, il Timur di Ivan Tomasev. Deciso e vocalmente inappuntabile l’Imperatore Altoum di Francesco Toso. Si disimpegna bene anche Ivan Marino nei panni del Mandarino.

Il direttore Simon Krečič vanta nel proprio repertorio anche molta musica moderna e contemporanea. Di conseguenza, si trova a suo agio con questa partitura pucciniana: i tempi sono scattanti e le sonorità livide e acide; anche gli squarci lirici sono resi con molta chiarezza, privilegiando comunque l’agilità e i tempi rapidi. Forse la lettura del giovane direttore tende a livellare eccessivamente la ricca tavolozza timbrica a favore della potenza e degli effetti violenti, ma si tratta di una lettura interessante e, soprattutto, in linea con le potenzialità della regia. L’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta segue le indicazioni del direttore con correttezza.
Nonostante la staticità, il Coro Lirico Veneto, diretto da Giuliano Fracasso, si dimostra una compagine efficiente in un’opera che molto richiede ai complessi corali: la descrizione della folla cinese è un po’ generica, ma l’effetto nei grandi cori del primo atto viene raggiunto.

Teatro Comunale “Claudio Abbado” – Stagione lirica 2018-2019
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri
(ridotto ad atto unico)
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini

Turandot Lilla Lee
Calaf Walter Fraccaro
Liù Daria Masiero
Timur Ivan Tomasev
Mandarino Ivan Marino
Principe Altoum Francesco Toso
Ping Carmine Monaco
Pong Nicola Pisaniello
Pang Davide Ferrigno

Orchestra Regionale Filarmonia Veneta
Direttore Simon Krečič
Coro Lirico Veneto
Maestro del coro Giuliano Fracasso
Regia Pier Luigi Pizzi ripresa da Massimo Pizzi Gasparon Contarini
Scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Luci Massimo Pizzi Gasparon Contarini
Coproduzione Teatro Sociale di Rovigo, Comune di Padova,
Teatro Comunale di Ferrara

Ferrara, 8 febbraio 2019

Photo credit immagine di copertina: Loris Slaviero

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