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Cremona, Monteverdi Festival 2019 – Concerto di Raffaele Pe

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Nelle tre navate dell’antica Chiesa dei Santi Omobono ed Egidio di Cremona, riedificata più volte nel corso dei secoli, impreziosita da dipinti, affreschi e quadrature cinque, sei e settecenteschi di nomi illustri quali Bernardino Campi, Giovanni Battista Lodi, Angelo Massarotti, Giovanni Battista Zaist, Giovan Angelo e Vincenzo Borroni, riecheggiano le note del concerto Dolci tormenti, sapiente impaginato di musiche e arie appartenenti al genere della cantata italiana da camera. Brani a cavallo tra la fine del XVII e il primo cinquantennio del XVIII secolo hanno, come fil rouge, i “Contrasti Creativi” del Monteverdi Festival 2019: i tormenti d’amore e l’amore non corrisposto, un viaggio tra dolore e piacere, furore e serenità, pathos e intimismo.

Protagonista di questo riuscito florilegio di affetti barocchi è un giovane controtenore italiano della nuova generazione, tra i più acclamati sulla scena internazionale, Raffaele Pe (inizialmente era prevista la presenza anche di Filippo Mineccia, in un programma di duetti dal titolo A due alti, sostituito pochi giorni fa a causa di un’improvvisa indisposizione dell’artista toscano). Ad accompagnarlo, brilla l’ensemble La Lira di Orfeo, fondato nel 2014 dallo stesso Pe e, dal 2015, residente permanentemente a Lodi, presso la Sala della Musica di Fondazione Maria Cosway; con tecnica ferrea e gusto, i quattro orchestrali intessono un prezioso tappeto musicale, fatto di sonorità nitide, di colore luminoso, cesellate in ogni singola nota con intelligenza e brio.
La matinée è una buona occasione per apprezzare in toto le doti del controtenore lodigiano: una voce piena e ben proiettata, dal timbro di puro miele ed emessa con omogeneità, brunita nel registro medio-grave, rigogliosa e rilucente in quello acuto; una sapiente cura nel porgere la parola; un buon controllo del repertorio virtuosistico; una pregnante immedesimazione e una presenza scenica piacente, fresca e carismatica.

Il concerto si apre nel nome di Georg Friedrich Händel. Al breve Prelude dalla Suite in do minore, dove si ammira l’assolo d’arpa di Chiara Granata, segue la cantata semplice “Dolce pur d’amor l’affanno” HWV 109a, risalente al soggiorno londinese del “caro Sassone” e tripartita nella forma aria – recitativo – aria; in essa, Pe dà prova di una notevole sensibilità musicale, variando i registri canori di strofa in strofa. Ritrovata nel 2012 e composta da Alessandro Stradella, verosimilmente per il vivace ambiente veneziano, la cantata “Bella rosa nel cui stelo” è improntata ad atmosfere maggiormente ariose, di più ampio respiro, che ben si sposano con la vocalità giovanile dell’artista, in grado di piegarsi in perlacei suoni eterei. Caratterizzata da un languido patetismo, la cantata “Desiava gioire” del cesenate Pier Francesco Tosi permette al controtenore di esibire un’interpretazione addolcita, introspettiva, screziata di toni dolenti e sfumature languorose. “Lungi dalla mia Clori” del musicista e violoncellista modenese Giovanni Bononcini è una composizione equilibrata, estremamente raffinata, di nostalgico sapore arcadico, dalla struttura cristallina, dove Pe sfoggia una buona tenuta dei fiati, emessi con solidità, nonché un fraseggio sbalzato con eleganza.

Conclude il programma ufficiale una svagata canzonetta in andamento ternario databile con ogni probabilità tra il 1657 e il 1664, opera del castrato, diplomatico e spia pistoiese Atto Melani, “Occhi miei belli”. Come spiegato in un succinto cappello introduttivo dallo stesso Raffaele Pe, è dedicata all’amore segreto di Melani, la romana Maria Mancini sposa Colonna, nipote del cardinale Giulio Mazzarino e amante platonica di re Luigi XIV, il Re Sole. Proprio per contrastare questa liason con il sovrano, intenzionato addirittura a sposarla, la Mancini venne mandata in esilio e allontanata definitivamente dall’innamorato Atto: l’episodio è velatamente alluso anche nella seconda strofa della cantata, quando si dice “quando fiero destin ci dipartì”. Brano sicuramente affascinante, poetico nel suo “dolce tormento”, venato di una soffusa sensualità e brillante nel suo andamento.
Le arie solistiche sono intervallate da tre componimenti strumentali, dove emerge tutta la bravura dei quattro orchestrali. La Ciaccona in do maggiore di Bernardo Storace, dove Francesco Corti al clavicembalo emerge per il virtuosismo e la precisione; la Sinfonia di violoncello solo e basso del barese Francesco Paolo Scipriani, resa con coesione dall’intero ensemble, con una menzione di merito per Alessandro Palmeri (violoncello); la Partita in sol maggiore di Giuseppe Antonio Brescianello, affrontata da Giangiacomo Pinardi (arciliuto) con un’encomiabile delicatezza nel tocco.
Affettuosa accoglienza da parte del numeroso e attento pubblico che affollava la chiesa, e riproposta come bis dell’händeliana aria “Dolce pur d’amor l’affanno”, variata da Pe con garbo.

Chiesa dei Santi Omobono ed Egidio – Monteverdi Festival 2019
DOLCI TORMENTI

Georg Friedrich Händel: Prelude (dalla Suite in do minore)
Dolce pur d’amor l’affanno, HWV 109a
Bernardo Storace: Ciaccona in do maggiore
Alessandro Stradella: Bella rosa nel cui stelo
Francesco Paolo Scipriani: Sinfonia di violoncello solo e basso
Pier Francesco Tosi: Desiava gioire
Giuseppe Antonio Brescianello: Partita in sol maggiore
Giovanni Bononcini: Lungi dalla mia Clori
Atto Melani: Occhi miei belli 

Bis:
Georg Friedrich Händel
Dolce pur d’amor l’affanno, HWV 109a

La Lira di Orfeo
Controtenore Raffaele Pe
Cremona, 12 maggio 2019

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