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Como, Teatro Sociale – Guglielmo Tell

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Quest’anno il Teatro Sociale di Como ha deciso di inaugurare la Stagione Notte 2019-2020 (imperniata su di un suggestivo fil rouge, “Tutta colpa della Luna”) con una scommessa, un titolo monumentale e sicuramente ambizioso, il canto del cigno – in ambito operistico – di Gioachino Rossini: il melodramma tragico in quattro atti Guglielmo Tell. Per l’occasione, viene proposta la versione del 1831 su traduzione italiana di Calisto Bassi del libretto originale in francese di Étienne de Jouy e Hippolyte-Louis-Florent Bis. Tratta dalla pièce del 1804 di Friedrich Schiller Wilhelm Tell, l’opera venne più e più volte rielaborata dallo stesso compositore pesarese a seguito della prima parigina del 1829, riadattando così il grand opéra Guillaume Tell, grondante magniloquenza, per la cornice più raccolta del Teatro del Giglio di Lucca, dove il 17 settembre 1831 andò in scena un’edizione maggiormente intimistica, la quintessenza del belcanto etereo e raffinato. La vicenda narrata è quella, celeberrima, del leggendario eroe svizzero vissuto a cavallo tra i secoli XIII e XIV nel Canton Uri, artefice della liberazione della Svizzera dal giogo imperiale degli Asburgo, incarnato dal sadico balivo Albrecht Gessler.

Lo spettacolo proposto sulle tavole lariane, un nuovo allestimento coprodotto da OperaLombardia (dopo il debutto comasco approderà, rispettivamente, sui palcoscenici del Ponchielli di Cremona, del Grande di Brescia, del Fraschini di Pavia e del Sociale di Bergamo) e dalla Fondazione Teatro Verdi di Pisa, si avvale della firma di Arnaud Bernard. Con la collaborazione di Yamal das Irmich, il regista francese dà vita a un allestimento poetico e magico, complessivamente riuscito. Come desumibile dalla bella scenografia di Virgile Koering, la vicenda è trasposta nel secondo Ottocento, in un’elegante casa borghese dalle pareti color pastello impreziosite da cornici e decori in candido stucco. Tutta la narrazione dell’epopea medievale ha origine dalla fantasia di un bambino alquanto vivace e dispettoso, Jemmy, intento a leggere su di un grosso libro le gesta di Tell (e ad addentare con appetito una mela rossa); in un’alternanza tra realtà e finzione, tra vita vissuta e immaginazione, la storia è filtrata attraverso lo sguardo ingenuo, puro e infantile del bimbo. E così, di volta in volta, la scena è invasa da barchette di carta, nuvole in soffice bambagia, montagne di cartapesta, abeti di cartone, romantiche piogge di petali di rose rosse, tutto a dimensione di bambino, mentre gli abitanti della dimora si trasformano, nella mente di Jemmy, nei vari personaggi del racconto. A questo carattere di fanciullesca naïveté concorrono anche alcune trovate che, se all’inizio sono efficaci, alla lunga possono risultare ripetitive, come la presenza costante di Jemmy o il fare entrare e uscire i protagonisti del plot e i coristi da un camino, da un armadio o da sotto il letto del bimbo. Di buona fattura ed estremamente curati e variegati i costumi di Carla Galleri, di chiara foggia dix-neuvième siècle; preziose ed evocative le luci di Fiammetta Baldiserri, giocate su cromie di forte impatto estetico.

Sul podio dell’orchestra I Pomeriggi Musicali, Carlo Goldstein propende per una lettura incandescente ed elettrizzante, dal marcato gusto romantico e dal ritmo incalzante, effettuando alcuni tagli alla partitura ed eseguendo poco meno di tre ore di musica. Sin dall’Ouverture, il giovane maestro dosa con sapienza pennellate musicali delicate e opalescenti in alternanza con sonorità corrusche e pastose, maggiormente vibranti. Per esempio, il celeberrimo galopp della sinfonia iniziale è improntato a cadenze energiche e rapide, mentre atmosfere più distese e impalpabili si respirano nella gran scena di Matilde del secondo atto; i finali d’atto sono caratterizzati da appassionato vigore, con esclusione del bellissimo Finale quarto in Do maggiore “Tutto cangia, il ciel s’abbella”, contraddistinto da un clima celestiale e trasfigurante di ampio respiro, in sintonia con il messaggio di speranza per il futuro insito nelle parole del testo. Infine, l’agogica dei tempi è calibrata con intelligenza, in modo da cesellare e sbalzare con nitidezza la musica del “Cigno di Pesaro” e, al contempo, assecondare i solisti in palco.

Complessivamente valida e affiatata la compagnia di canto selezionata da AsLiCo; qui si recensisce il secondo cast. Nel ruolo del titolo si impone il baritono Michele Patti, vincitore del 70° Concorso AsLiCo: in possesso di uno strumento vocale sonoro e omogeneo, dal timbro corposo e scuro, ha il suo punto di forza in un registro acuto tonante e ben sfogato; l’interprete è poi fiero e aitante e il fraseggiatore espressivo, come mostrato nel toccante Finale terzo “Resta immobile”, accolto da meritati applausi a scena aperta.
La Matilde di Clarissa Costanzo si distingue per la vocalità torrenziale e vellutata, del pregiato colore dell’ebano, dalla cavata ampia e ricca di armonici, ben appoggiata nei medi e nei gravi e rigogliosa negli acuti; il soprano è, però, in grado anche di alleggerire tale importanza vocale in suoni ovattati e leggiadri, per esempio nella romanza del secondo atto “Selva opaca”.
Sugli scudi la prestazione del tenore Matteo Falcier, un Arnoldo dal metallo lucente e timbricamente solare, che ben corre per la sala teatrale, svettante e spavaldo nelle numerose note acute che costellano lo spartito. La recitazione è ben variata, risultando passionale nel duetto con Matilde “Tutto apprendi, o sventurato”, accorato e agguerrito nel recitativo e aria dell’ultimo atto “O muto asil del pianto”, ripagato da scroscianti applausi.
Nel ruolo en travesti di Jemmy brilla la venticinquenne Barbara Massaro, vocalmente cristallina e puntuta, dal registro acuto adamantino, scenicamente sbarazzina e iperattiva. Irene Savignano è un’Edwige materna e determinata, dalla vocalità mezzosopranile emessa con morbidezza. Convincenti e incisivi Davide Giangregorio (Gualtiero Farst) e Pietro Toscano (Melchthal); autoritario e di nobile allure il Gessler di Rocco Cavalluzzi; potente ed energico il Leutoldo del baritono lecchese Luca Vianello; corretto il protervo Rodolfo di Giacomo Leone; squillante e dal timbro argentino il pescatore di Nico Franchini, anch’egli vincitore del Concorso AsLiCo 2019.
Last but nost least, l’ineccepibile prova del coro OperaLombardia, in forma smagliante, guidato con mano solida da Massimo Fiocchi Malaspina, quasi un deuteragonista della vicenda; nei suoi molteplici interventi emerge sempre con efficacia, forza e precisione, non sbagliando un colpo o un attacco e dosando le dinamiche e le nuances.
Al termine, festante successo da parte del folto pubblico che assiepava ogni settore del teatro. Scommessa vinta, dunque? Direi proprio di sì.

Teatro Sociale – Stagione 2019/20
GUGLIELMO TELL
Melodramma tragico in quattro atti di
Étienne de Jouy e Hippolyte-Louis-Florent Bis
Traduzione italiana di Calisto Bassi

Musica di Gioachino Rossini

Guglielmo Tell Michele Patti
Arnoldo Matteo Falcier
Gualtiero Farst Davide Giangregorio
Melchthal Pietro Toscano
Jemmy Barbara Massaro
Edwige Irene Savignano
Un pescatore Nico Franchini
Leutoldo Luca Vianello
Gessler Rocco Cavalluzzi
Matilde Clarissa Costanzo
Rodolfo Giacomo Leone

Orchestra I Pomeriggi Musicali
Coro OperaLombardia
Direttore Carlo Goldstein
Maestro del coro Massimo Fiocchi Malaspina
Regia Arnaud Bernard
Scene Virgile Koering
Costumi Carla Galleri
Luci Fiammetta Baldiserri
Collaboratore alla regia Yamal das Irmich
Nuovo allestimento Teatri OperaLombardia
in coproduzione con Fondazione Teatro Verdi di Pisa

Como, 28 settembre 2019

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