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Cecilia Bartoli – Farinelli (Decca CD)

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È ormai risaputo come Cecilia Bartoli sia un’artista eclettica e imprevedibile, mai scontata in quello che fa e, se vogliamo, volutamente ironica e autoironica. Lo ha dimostrato soprattutto negli ultimi anni, debuttando in ruoli come, per esempio, Norma o Maria di West Side Story che, sulla carta, avranno fatto storcere il naso a molti ma, a conti fatti, sono risultati vincenti, oppure proponendo album musicali dai programmi desueti, quasi di nicchia, e dalle copertine scanzonate, per nulla ortodosse.

La conferma viene da Farinelli, il suo ultimo CD distribuito in queste settimane dalla casa discografica Decca, sul cui frontespizio campeggia un primo piano a mezzobusto della cantante romana, ritratta a petto nudo e a braccia incrociate per coprire il seno, i capelli sciolti, gli occhi truccati, le unghie smaltate di nero e…una mascolina barba scura. Un’immagine transgender intenzionalmente provocatoria, icastica e graffiante, ma certo non così disturbante o da far gridare allo scandalo, in particolare per chi ha avuto la possibilità di ascoltare la Bartoli nell’Ariodante di Händel andato in scena a Salisburgo nel 2017 e nel Principato di Monaco qualche mese fa, dove inizialmente la protagonista si presenta con abiti e fattezze virili. Il disco è corredato di un libretto con due brevi saggi in inglese, francese e tedesco a firma di Markus Wyler e Alexandra Coghlan, di una tabella cronologica della vita di Farinelli, dei testi delle arie. Contiene inoltre un ricco apparato iconografico dove Cecilia Bartoli gioca con fluidità sull’ambiguità uomo-donna dei cantori evirati.

L’incisione è un omaggio della durata di un’ora e un quarto alla figura iconica di Carlo Broschi detto Farinelli, uno dei castrati più celebri della storia del melodramma, vero e proprio divo dello star system teatrale del Settecento. In questo florilegio di undici brani, due dei quali mai incisi prima d’ora, tratti da composizioni di Porpora, Hasse, Broschi, Giacomelli, Caldara, un viaggio tra personaggi maschili e femminili, donna Cecilia è accompagnata ancora una volta da una compagine orchestrale di gran livello specializzata nell’esecuzione del repertorio antico, Il Giardino Armonico, guidata con brio, fermezza e precisione dal suo direttore, Giovanni Antonini. Rispondendo con sicurezza e vivacità alle intenzioni e alle scelte di Antonini, l’ensemble predispone un prezioso tappeto sonoro, cangiante nelle cromie e dinamico nell’agogica.

Apre la tracklist “Nell’attendere il mio bene” dal Polifemo di Nicola Porpora, brano dal piglio guerresco dove la Bartoli brilla per infiorettature e vocalizzi eterei, sciorinati con facilità, precisione ed estrema naturalezza. Sempre di Porpora ma di sapore arcadico e malinconico, dalla delicata musica pastellata, in “Vaghi amori, grazie amate” da La festa d’Imeneo si apprezzano ragguardevoli e flautate messe di voce. Cambio di registro con “Morte col fiero aspetto” dal Marc’Antonio e Cleopatra di Johann Adolph Hasse, improntato a ritmi orchestrali sostenuti, dominati da puntute colorature vocali emesse con fluidità. In “Lontan dal solo e caro […] Lusingato dalla speme” dal Polifemo, con intervento dell’oboe solista di Pier Luigi Fabretti, si ammirano la luminosità del timbro della cantante, a tratti sopranile nel colore, nonché la spiccata sensibilità musicale, mentre in “Chi non sente al mio dolore” da La Merope di Riccardo Broschi emergono i gravi scuri, quasi androgini, tipici della Bartoli, e note alte fulminanti nella loro sfacciata lucentezza. Dalla Semiramide Regina dell’Assiria di Porpora proviene l’aria “Come nave in ria tempesta”, contraddistinta da picchettati adamantini e vorticosi, emessi con sfrontatezza, e da agogiche rapinose; un fraseggio scavato, minuziosamente cesellato e intriso di pathos, e linee di canto più rilassate e ampie sono, invece, la cifra stilistica del successivo “Mancare o Dio mi sento” dall’Adriano in Siria di Geminiano Giacomelli.
Un tono battagliero caratterizza “Sì, traditor tu sei” da La Merope di Broschi, in cui si ammirano la duttilità dello strumento vocale del mezzosoprano e la sua espressività pugnace e accesa; la nitidezza nell’emissione e nel porgere la parola contrassegna “Questi al cor fin’ora ignoti” da La morte d’Abel di Antonio Caldara. In “Signor, la tua speranza […] A Dio trono, impero a Dio” dal Marc’Antonio e Cleopatra affiorano, soprattutto, una musicalità raffinata, la notevole dimestichezza nel passare velocemente da tempi dilatati ad altri spediti, una recitazione incisiva nel parlato, di forte carica espressiva. Chiude l’elenco dei brani una perla di struggente malinconia, “Alto Giove” dal Polifemo, dove emerge in toto il lato maggiormente lirico e intenso della Bartoli, grazie a trilli e filati adamantini, una buona tenuta dei fiati, un’interpretazione sofferta e introspettiva. Quest’ultimo è inciso assieme all’ensemble Les Musiciens du Prince-Monaco, nato nel 2016 proprio su iniziativa di Cecilia Bartoli, diretto con gusto da Gianluca Capuano.

FARINELLI
Il Giardino Armonico
Direttore Giovanni Antonini
Mezzosoprano Cecilia Bartoli
Decca
Formato: cd

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