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Catania, Teatro Massimo Bellini – Die Zauberflöte

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È uno scrigno prezioso, Die Zauberflöte di Wolfgang Amadeus Mozart, tesoro di perle scaramazze il cui valore non è insito – e inciso – unicamente nelle pietre, ma nel modo in cui vengono incastonate, valorizzate, rese uniche e irripetibili. Non è il capolavoro, in altri termini, a esser tale unicamente sulla carta, ma a seconda delle declinazioni interpretative, del contesto in cui viene rappresentato, delle scelte esecutive: la differenza sta nel «come» si affronta – avrebbe ammonito la pensosa Feldmarschallin Maria Theresa – e cosa si vuol mettere in luce in un testo così complesso, stratificato in una pluralità di livelli semantici.

Piacevolmente sorprende, allora, l’inaugurazione del cartellone lirico del Teatro Massimo Bellini, affidata a due mostri sacri della scena lirica internazionale, Gianluigi Gelmetti, direttore principale ospite della compagine orchestrale etnea, e Pier Luigi Pizzi, entrambi non nuovi al cimento, per precedenti esperienze separate ma anche congiunte, come la produzione dell’Opera di Roma del 2001. Interamente ripensato è, tuttavia, l’odierno allestimento catenese: e verrebbe da scrivere addirittura distillato, perché scava in profondità nell’estrema drammaturgia mozartiana alla ricerca di un senso ultimo, ulteriore e profondo, ottenuto con esemplare sobrietà di mezzi, con un minimalismo virtuoso che ne esalta – se possibile – la grandezza.

Già nell’Ouverture, infatti, Gelmetti cerca una levità di tono, morbido e affettuoso, che nulla sacrifica dell’austerità o della gravità del cammino iniziatico, ma che anzi accelera il passo, crea una candida, luminosa nube sonora, in cerca di una consistenza che mai prende il sopravvento ma tutto sostiene, supporta, sorregge. Quando si alza il sipario, poi, la narrazione scorre rapida ma sempre accattivante, tesa, vibrante: perché per il direttore romano fiabesco fa rima con romanzesco, e legge l’opera come un racconto di formazione in cui ogni capitolo corrisponde a un numero chiuso, affrontato tutto d’un fiato – e talora a perdifiato – alla ricerca di un colore, di un’atmosfera, di un senso. Per ovvie ragioni non sempre l’operazione va a buon fine, ma raggiunge momenti di grazia in alcuni ensembles: come il Quintetto n. 5, al momento della consegna degli strumenti magici, o il Duetto n. 7, in cui Pamina discetta con l’Uccellatore ritrovando una colloquialità partecipe e calorosa. Da qui la certosina ricerca di un equilibrio pacato, di un nitore volto a magnificare trame sonore spesso impalpabili, scarnificate, in una visione marcatamente lontana da furori romantici (quasi un anti-Klemperer) come da una tragicità che mai tange i personaggi e, soprattutto, il loro fraseggio. La musica accompagna, persuade, incanta: è un tappeto vaporoso e sottile in cui affonda l’azione, magico quando – come accade con la grazia cristallina e trasparente del flauto di Giovanni Roselli – squaderna ragioni di vita e di pensiero.

Da qui la scelta di un cast vocale quasi interamente composto da giovanissimi talenti, in cui prevale l’assieme piuttosto che la singola prova, il risultato complessivo su quello individuale: nessun picco, insomma, ma una frastagliata catena montuosa in cui il sole illumina vette innevate e verdeggianti altipiani. Si ritaglia così un – inevitabile – successo personale la Regina della notte di Eleonora Bellocci, non proprio impeccabile nella prima aria, ma che nel secondo atto sfodera sicurezza, importante materiale vocale e spavalda temerarietà nell’affrontare i temibili picchiettati che costellano l’impervia scrittura mozartiana. Forse non sarà il ruolo della sua vita, ma è promettente almeno quanto il coraggioso Tamino di Giovanni Sala, curato nella levigata linea di canto, alla ricerca di sfumature e di una morbidezza di canto pronta ad apparentare il principe più al jeune premier del repertorio settecentesco che ai più eroici protagonisti del Singspiel di fine secolo. Ma è una prospettiva che perfettamente si sposa al candore infuso al personaggio, sin da una Bildnisarie liricamente delicata, carezzevole, sognante. Gli sta degnamente al fianco la liliale Pamina di Elena Galitskaya, che tratteggia il ruolo in crescendo, con ammirevole ricerca delle mezze voci e di eleganti filati, fino all’aria finale, «Ach ich fühl’s», intonata con intenso, trattenuto lirismo. Appena un passo indietro il Sarastro di Karl Huml, certo corretto, nobile e austero, ma carente di quell’autorevole imponenza che dovrebbe connotare il personaggio.
Di pregio il Papageno di Andrea Concetti, cui non avrebbe nuociuto una mise più castigata, ma che ha talento bastevole per diventare chiave di volta del dramma, abile mediatore tra la sala e la scena. Esperto mozartiano, mette a profitto una presenza mobilissima e una dovizia di mezzi che ben si piega a fini espressivi: basti considerare l’intelligenza con cui affronta le strofe di «Ein Mädchen oder Weibchen», sconsolata la prima, propositiva la seconda, ottimista l’ultima, in un piccolo miracolo di sapienza interpretativa. Validamente lo affianca la deliziosa Papagena di Sofia Folli, nel duetto che suggella il loro rapporto. Altrettanto intrigante è il mercuriale Monostatos di Andrea Giovannini, attore, oltre che interprete di sicura efficacia. Più controverso è l’apporto dei due terzetti, quello delle Dame (composto da Pilar Tejero, Katarzyna Medlarska e Veta Pilipenko), in difetto di omogeneità, e quello dei Fanciulli (Giulia Leone, Gabriella Torre e Giuliana Ciancio), spesso afflitto da fissità di suoni. Il timbro di Oliver Pürckhauer risulta troppo chiaro per il ruolo dello Sprecher, ma si fonde magnificamente con quello svettante di Riccardo Palazzo (entrambi Geharnischten, oltre che Priester) nel mirabile corale che inaugura l’impervio percorso delle prove. Nei finali d’atto è di bel rilievo anche la prova scolpita dal coro, preparato da Luigi Petrozziello.

Ma su tutto e tutti stende la sua mano – e non solo la sua visione dell’opera – Pier Luigi Pizzi, che lavora per sottrazione e per astrazione. E precipita l’azione tra le mura di un’imponente biblioteca, al centro di scaffali pieni di volumi, unico, esclusivo orizzonte di attesa di Tamino. In luogo del bosco – che, giova ricordarlo, è più una condizione mentale che un luogo fisico – un microcosmo di libri: lì dove il principe, novello Faust, cerca il sapere; dove rischia perfino di morire, prima di rinascere a nuova vita; dove scopre la dimensione della sessualità, quasi vittima degli appetiti provocatori e provocanti delle Dame. Chiunque abbia trascorso ore di studio tra pareti circondate da libri conosce l’effetto straniante prodotto dalla ricerca, e al tempo stesso la maturazione che questo accompagna. Vestito di bianco, Tamino è forse un un ragazzo del nostro tempo, forse di un uomo di tutti i tempi: vive l’amore al tempo dei social (il ritratto di Pamina gli viene inviato su un moderno cellulare), scopre il senso della vita quando le pareti si schiudono per lasciare spazio ai riti della Massoneria. Minuziosamente e fedelmente ricostruiti, i lavori della Loggia ne ripetono il cerimoniale, accompagnato dai costumi originali (il tradizionale grembiule bianco e rosso, sormontato da una M), dinanzi a un tempio dominato dal simbolo del compasso. Certo Pizzi corre un rischio enorme: non solo perché priva l’opera della dimensione fiabesca, ma soprattutto perché rischia di far apparire il protocollo massonico alla stregua delle stanche cerimonie autoreferenziali di un qualsiasi club service, ben lontane dallo spirito esoterico e illuminato che, a fine Settecento, animava Goethe e Wieland e Lessing, oltre allo stesso Mozart. Salva, tuttavia, il carattere allegorico dell’opera non soltanto perché lo rende leggibile, ma soprattutto perché – tout simplement – lo rappresenta: l’uovo di Colombo, da molti adombrato ma da nessuno finora messo in scena.
E soprattutto dà prova di un inarrivabile senso del teatro: perché impagina una regia priva di spettacolarità, quasi prosciugata, ma non per questo carente di un fortissimo impatto scenico. Il lavoro di scavo sui personaggi viene condotto in punta di penna, con pochissimi tratti: così per una Regina della notte sul viale del tramonto, immaginata in bianco e nero con il profilo di una Gloria Swanson di Sunset Boulevard; mentre Tamino e Pamina hanno il candore e la profondità di Alberto e Micol, i giovanissimi Finzi Contini che si affacciano alla vita. A questo registro alto, colto, intellettuale si contrappone l’animalità di Papageno e Monostatos, metà uomini e metà bestie – passibili tuttavia, almeno nel caso del primo, di acquistare le qualità del ‘buon selvaggio’. Dal cinema alla filosofia, i riferimenti si sovrappongono e s’intrecciano come gli scarti espressivi magistralmente, magicamente fusi nel capolavoro mozartiano: fino alla fine, quando il viaggio iniziatico si chiude con Tamino e Pamina intenti a leggere avidamente il grande libro della conoscenza, al termine di un percorso che è il frutto di letture appassionate e appassionanti, di una cultura che studia il mondo, di un teatro che riconcilia con la vita. L’abbraccio finale, prima degli applausi al proscenio che accomunano tutta la compagnia, diventa così un gesto di fratellanza autentica, vibrante, di una nuova consapevolezza, personalmente vissuta, al di là del bene e del male, oltre ogni barriera di pensiero. Perdute sul palcoscenico, le piume gialle di Papageno rimangono solo un ricordo dei sacrifici affrontati, e infine superati, per immaginare un’umanità rinnovata, libera, felice.

Teatro Massimo Bellini – Stagione lirica 2019
DIE ZAUBERFLÖTE
Opera tedesca in due atti di Emanuel Schikaneder
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Sarastro Karl Huml
Tamino Giovanni Sala
Sprecher Oliver Pürckhauer
Erster Priester Riccardo Palazzo
Zweiter Priester Oliver Pürckhauer
Königin der Nacht Eleonora Bellocci
Pamina Elena Galitskaya
Erste Dame Pilar Tejero
Zweite Dame Katarzyna Medlarska
Dritte Dame Veta Pilipenko
Erster Knake Giulia Leone
Zweiter Knabe Gabriella Torre
Dritter Knabe Giuliana Ciancio
Ein altes Weib (Papagena) Sofia Folli
Papageno Andrea Concetti
Monostatos Andrea Giovannini
Erster geharnischter Mann Riccardo Palazzo
Zweiter geharnischter Mann Oliver Pürckhauer

Orchestra e Coro del Teatro Massimo Bellini di Catania
Direttore Gianluigi Gelmetti
Maestro del coro Luigi Petrozziello
Maestro delle voci bianche Daniela Giambra
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Nuovo allestimento scenico
Catania, 20 gennaio 2019

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