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Bologna, Teatro Comunale – Il trovatore

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Da quasi mezzo secolo Robert Wilson lavora per sottrazione. Tant’è che Il trovatore da lui allestito in apertura di stagione al Teatro Comunale di Bologna (riadattamento dell’edizione proposta lo scorso settembre al Festival Verdi di Parma), potremmo definirlo in sintesi uno spettacolo fatto solo di luci e costumi. Luci magistrali, algide, che illuminano prevalentemente di azzurro e blu elettrico una scatola scenica inquadrata da led al neon, e nella quale gli interpreti si muovono, come in tutte le produzioni del regista texano, attenendosi a una gestualità irrealistica e rituale, ispirata alle astrazioni del teatro nô giapponese. A riportarci in un contesto occidentale e in un’epoca imprecisata, dove aleggia tuttavia il ricordo della Parma dei tempi di Verdi, ci pensano alcune proiezioni video e i costumi di Julia von Leliwa.

Tutto procede secondo la geometria perfetta di un rito teatrale che Wilson, a partire dall’allestimento di Einstein on the Beach di Philipp Glass (1976), ripropone di opera in opera sempre uguale a se stesso. Intendiamoci, la ripetizione di per sé non è un limite né un problema. Morandi ha dipinto bottiglie per una vita intera, Botero continua da mezzo secolo a ritrarre obesi. Spesso è proprio chi non si ripete a non avere un progetto né una vera linea di ricerca. Trovare un’idea originale nella vita è già molto: l’importante è che quell’idea, quella cifra riconoscibile, non sia fine a se stessa e una scelta di puro marketing. Nel caso di Wilson, si tratta di capire se la “maniera”, il suo tipico stile rituale, arrivi o meno al cuore della drammaturgia verdiana e abbia affinità intrinseca all’opera allestita. Nella sua celebre Aida, per esempio, la cifra del regista funziona benissimo sul versante intimistico, grazie anche a un incedere ieratico e a una gestualità che si legano idealmente al mondo della statuaria egizia. Funziona altrettanto bene in una tragedia psicologica come Madama Butterfly (tolte le scene d’ambiente del primo atto, dove la diffusa staticità è in aperto contrasto con il vitalismo della musica).
Nel Trovatore, al contrario, quello che si vede in scena risulta sintonizzato solo occasionalmente con la melodrammaturgia di Verdi. Lavorando esclusivamente sulla gestualità e con le luci, Wilson dà vita a un teatro di grande suggestione, a quadri in sé bellissimi, ma in questo caso si ha quasi sempre la sensazione di assistere a una frattura fra piano visivo e piano drammatico-musicale. Difficile accettare una stilizzazione così raggelante, tanto minimalismo e immobilismo a fronte della ricchezza emotiva della partitura (in parte smussata nella più elegante versione francese eseguita a Parma). Gli stessi personaggi, avvolti in rigidi costumi neri, hanno un che di marionettistico. Tutto è prevedibile, a tratti perfino stucchevole. E alla fine, anche la presenza “originale” di figure simboliche che fanno da contraltare ironico-grottesco alla truce vicenda (un vecchio barbuto, una vecchia nutrice, una madre con due bambini che giocano) si rivela ininfluente e resta rappresentazione di qualcos’altro. Ancor più avulsa dal contesto drammatico, inoltre, la riproposizione dell’incontro di boxe con cui venivano risolti i ballabili nella versione francese eseguita a Parma, e che qui si riduce a una superflua pantomima collocata all’inizio del terzo atto.

Le cose non vanno meglio sul versane musicale, dove si vorrebbe ritrovare per contrasto la passione e l’emotività bandite dallo spettacolo. Pinchas Steinberg si limita invece a una direzione burocratica e di routine, senz’altro professionale, ma carente di tensione drammatica, di mistero e afflato romantico, e per niente rispettosa dell’integrità testuale, come evidenzia il taglio sistematico dei “da capo” delle cabalette. È strano che direttori anche di grande esperienza non si rendano conto che le cabalette non sono appendici superflue da amputare a piacimento: la ripetizione del brano è infatti una tappa fondamentale del processo drammaturgico che fissa, o conferma, stati d’amico e risvolti psicologici importanti. Quello di Steinberg è inoltre un Trovatore poco approfondito sul fronte della concertazione vocale: spesso i cantanti sorvolano sui segni d’espressione, non rispettano i trilli e i contrasti dinamici prescritti, spianano le agilità.

Con queste premesse, la costruzione dei personaggi viene condizionata sia dalla prevaricante regia di Wilson, sia dalla mancanza di un vera regia orchestrale e vocale. I fraseggi risultano non di rado superficiali e meccanici. L’unica in grado di dare respiro e tensione poetica alla propria parte è  Guanqun Yu. Il soprano cinese non è certo un drammatico di agilità ma ha una voce di bel timbro e adeguatamente impostata (non particolarmente corposa nei gravi) che le consente di risolvere in chiave lirica il personaggio di Leonora. Inizia un po’ sottotono nel primo atto, ma cresce a partire dal secondo fino a imporsi nel quarto per l’accento toccante e la varietà espressiva, restituendo le tinte aeree e sfumate di un romanticismo lunare attraverso una convincente impronta belcantistica. A lei, dopo “D’amor sull’ali rosee”, tocca l’applauso più caloroso e convinto della serata.
Manrico è Riccardo Massi, un tenore di indubbie qualità vocali e potenzialità espressive, oltre che di ottima presenza scenica. Il colore scuro e piacevole, il buon volume e l’estensione adeguata lo rendono adatto a un repertorio lirico-spinto. Può contare su una tecnica sana: è ben timbrato in acuto, sa cantare piano e a mezzavoce, tuttavia deve ancora lavorare per risolvere qualche problema di dizione (l’articolazione delle vocali), approfondire il fraseggio e l’accento. Sostenuto da un concertatore più ferrato, il suo Manrico potrà senz’altro migliorare. Da riascoltare insomma in un altro contesto.
Nino Surguladze ha il timbro e il temperamento adeguati per il ruolo di Azucena, la linea vocale è però discontinua e qualche acuto forzato. L’interprete è intensa, credibile, ma i risvolti introversi e allucinati del personaggio non sempre vengono restituiti a dovere.
Subentrato all’indisposto Dario Solari, Vasily Ladyuk ha pure lui problemi di dizione, non è un campione di eleganza, ma delinea nell’insieme un Conte di Luna vocalmente accettabile. Marco Spotti, per quanto approssimativo nello sgranare le quartine di semicrome del racconto iniziale, delinea un Ferrando adeguato. Nei ruoli minori fanno il loro dovere Tonia Langella, Ines, Cristiano Olivieri, Ruiz/Un messo, e Nicolò Donini, Un vecchio zingaro. Bene il coro diretto da Alberto Malazzi.
Alla prima, acclamazioni per Guanqun Yu, applausi calorosi per Surguladze e Ladyuk, accoglienze cordiali per tutti gli altri.

Teatro Comunale – Stagione lirica 2019
IL TROVATORE
Opera in quattro atti da El trovador di Antonio García-Gutiérrez
Libretto di Salvadore Cammarano e Leone Emanuele Bardare
Musica di Giuseppe Verdi 

Il Conte di Luna Vasily Ladyuk
Leonora Guanqun Yu
Azucena Nino Surguladze
Manrico Riccardo Massi
Ferrando Marco Spotti
Ines Tonia Langella
Ruiz/Un messo Cristiano Olivieri
Un vecchio zingaro Nicolò Donini 

Orchestra, coro e tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Pinchas Steinberg
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia, scene e luci Robert Wilson
Co-regista Nicola Panzer
Collaboratore alle scene Stephanie Engeln
Collaboratore alle luci Solomon Weisbard
Costumi Julia von Leliwa
Trucco Manu Halligan
Assistente alla regia Giovanni Firpo
Drammaturgia José Enrique Macián
Nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna
con il Teatro Regio di Parma e Change Performing Arts
in collaborazione con la Scuola di Teatro di Bologna Alessandra Galante Garrone
Bologna, 22 gennaio 2019

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