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Bologna, Teatro Comunale – Fidelio

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La caduta del muro di Berlino nel 1989 sembrò a chi l’ha vissuta un momento di totale trionfo della democrazia e della libertà; di lì a poco, con la capitolazione dei vari regimi comunisti dell’Europa Orientale si arrivò alla fine, almeno in Europa, del secondo grande regime totalitario  del Novecento, producendo quella che Francis Fukuyama definì come la fine della storia. Trent’anni dopo sappiamo che si trattò solo di un’euforia momentanea, spazzata via gradualmente con i fatti dell’ultimo ventennio, in cui i muri si continuano a costruire nell’indifferenza.
Il finale di Fidelio, unica opera di Ludwig van Beethoven, presenta una situazione analoga a quella post crollo del muro, tra fine delle oppressioni e popoli festanti a invadere la scena, in un ristabilimento d’ordine che trova riscontro in molte opere composte all’inizio dell’Ottocento, sia in ambito francese che italiano.

Il regista svizzero Georges Delnon gioca su questa analogia nel suo nuovo allestimento che ha debuttato quasi due anni fa alla Staatsoper di Amburgo e che ora approda al Teatro Comunale di Bologna proprio nel trentennale degli eventi berlinesi del 1989. In una scarna nota di sala, Delnon afferma infatti che l’opera di Beethoven “può esser vista come un archivio di queste fasi di sconvolgimento della storia tedesca”, un lavoro quindi dove ogni generazione ha potuto riconoscere il proprio momento storico.
All’apertura di sipario troviamo una scena fissa, firmata da Kaspar Zwimpfer: in una ariosa ma piuttosto anonima stanza, che ricorda molto le case tedesche degli anni ’70 come siamo abituati a vederle in film quali Le vite degli altri o Goodbye Lenin, ampie finestre danno su una boscaglia, mentre su un lato una parete è decorata con tappezzeria a fiorellini che nasconde tre pannelli; questi durante la vicenda emergono prepotentemente nella sala, mostrando prima un archivio da polizia segreta, e poi una vera e propria prigione nascosta, illuminata da luci asettiche, in cui vengono confinati i prigionieri politici, tra cui ovviamente Florestan. Siamo dunque in un regime dittatoriale in cui la polizia, capitanata da Pizarro, scheda ogni individuo e nasconde i soprusi dietro quotidiane apparenze. La trasposizione temporale alla fase finale della Repubblica Democratica Tedesca è piuttosto evidente, ma ciò lascia comunque invariati i vari rapporti tra i personaggi, mentre vengono alterati, senza aggiungere molto, alcuni dialoghi.
Se l’idea di fondo può risultare azzeccata, con una scenografia ben realizzata, arricchita anche dalle suggestive luci di Michael Bauer, la regia vera e propria non pare particolarmente memorabile. L’azione dei personaggi non si discosta molto da quello che si vede normalmente in un allestimento di Fidelio; inoltre poco convincente appare la realizzazione dei momenti topici dell’opera, come la scena finale in cui una moltitudine di persone vestite di bianco, una sorta di folla angelica, arriva nella casa con molta calma e impassibilità, capitanata da un Fernando in completo da ufficio. La recitazione dei singoli inoltre risulta assai poco fluida, se non totalmente statica.

Anche il versante musicale non è pienamente convincente. Asher Fisch inizia con un buon piglio, tempi spediti e una ricerca interessante sui colori, guidando un’orchestra compatta ma poco incline a sottigliezze dal punto di vista delle dinamiche. Nel secondo atto la direzione pare invece adagiarsi, con una agogica ben più dilatata, assai poco pregnante, così che il finale risulta piuttosto appannato e non comunica certo un’esplosione di giubilo.

Il cast è di discreto livello, pur senza grandi rivelazioni. Simone Schneider è una Leonore di impronta wagneriana. La voce risulta connotata da un timbro leggermente aspro, ma il soprano sa muoversi bene nella parte, sia negli affondi gravi, che risultano tuttavia un po’ opachi, sia negli acuti spavaldi e convinti. Non memorabile appare invece l’interpretazione, con un fraseggio piuttosto convenzionale e una recitazione poco naturale.
Anche Erin Caves è il solito wagneriano alle prese con Florestan, ma ne esce assai meno vincitore della Schneider, risultando in difficoltà sia nel porgere le frasi che nelle salite all’acuto, piuttosto al limite per la sua vocalità. Il tenore non compensa nemmeno con una grande introspezione del personaggio o con risorse timbriche particolari.
Lucio Gallo invece affronta il ruolo di Don Pizarro col giusto piglio e una convincente caratterizzazione. Anche se lo strumento risulta leggermente usurato, emergono il timbro brunito e la salda tenuta nel registro acuto, caratterizzato anche da un buon volume. Petri Lindroos tratteggia un Rocco piuttosto convenzionale ma vocalmente adeguato, grazie alla voce ampia e granitica.
Ottima appare la Marzelline di Christina Gansch, in primis per la spigliata presenza scenica, ma anche per la bella voce ambrata e omogenea, ben proiettata e piegata a un fraseggio assai curato.
Sascha Emanuel Kramer disegna un Jaquino combattivo e sonoro, mentre risulta efficace il Don Fernando ben tornito di Nicolò Donini. Ottimi infine i due prigionieri interpretati da Andrea Taboga e Tommaso Norelli, membri del Coro del Teatro Comunale preparato da Alberto Malazzi, che affronta con sicurezza i suoi interventi.
Il pubblico della prima non è particolarmente folto, ma risponde con giusta partecipazione al titolo poco frequentato nella città felsinea – si contano solo altri due allestimenti nella storia del teatro, nel 1947 e nel 1987. Alla fine della recita vengono dunque tributati sonori applausi agli interpreti, con una punta di particolare entusiasmo per la Schneider.

Teatro Comunale – Stagione lirica 2019
FIDELIO
Opera in due atti
Libretto di Joseph Sonnleithner e Georg Friedrich Treitschke
Musica di Ludwig van Beethoven

Don Fernando Nicolò Donini
Don Pizarro Lucio Gallo
Florestan Erin Caves
Leonore Simone Schneider
Rocco Petri Lindroos
Marzelline Christina Gansch
Jaquino Sascha Emanuel Kramer
Erster Gefangener Andrea Taboga
Zweiter Gefangener Tommaso Norelli

Orchestra, coro e tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Asher Fisch
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia Georges Delnon
Scene Kaspar Zwimpfer
Costumi Lydia Kirchleitner
Luci Michael Bauer
Video fettFilm
Nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna
con Staatsoper Hamburg
Bologna, 10 novembre 2019

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