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Verona, Teatro Filarmonico – Manon Lescaut

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Che la personalità nevrotica e complessa di Puccini affondi le radici nella più potente spinta biologica umana, la sessualità, è notorio. Già alla fine degli anni Cinquanta, Mosco Carner dimostra, con una acuta indagine musicologico-psicanalitica, che il richiamo erotico non solo è fondamentale nelle vicende biografiche del compositore, ma sta alla base anche della sua attività creativa. Puccini è il primo operista italiano per il quale l’amore non è più simbolo di valori morali positivi, ma un valore a sé stante; nei suoi melodrammi la sessualità irrompe come un rischio in cui l’individuo mette in gioco la sua identità e la società il suo ordine.
Da questo punto di vista, Manon Lescaut (1893) rappresenta nella storia del teatro d’opera una sorta di spartiacque tra la concezione dell’amore romantico e quella dell’amore piccolo-borghese. Il fuoco oscuro della passione disperata che cova dentro la musica divampa a partire dal secondo atto come fiamma divorante. Se De Grieux è un impulsivo, privo di autocontrollo e quasi isterico nell’esprimere i suoi sentimenti, Manon è invece un personaggio amorale e respingente, che agisce sotto la spinta del puro istinto e della compulsione. Considerate certe idee tematiche della musica e la struttura iterativa della vicenda scandita dalle fughe e dai ritorni della protagonista, possiamo anche supporre che nell’opera la condizione umana sia vista come una sorta di “coazione a ripetere”. In quest’ottica, insomma, si può considerare Manon Lescaut un dramma della ripetizione compulsiva, comportamento su cui Freud di lì a poche stagioni scriverà pagine illuminanti.

Non è detto che Graham Vick sia partito effettivamente da simili valutazioni nel concepire l’allestimento che ha debuttato qualche anno fa alla Fenice e ora viene ripreso da Marina Bianchi al Teatro Filarmonico di Verona, ma è evidente che solo considerando questi presupposti è possibile comprendere davvero la sua lettura scenica. Il regista inglese colloca l’azione su una piattaforma sospesa sopra una discarica visibile fin dal primo atto. Nel terzo questa specie di scavo pietroso è ancora più in evidenza e nel quarto assurge in pratica a deserto cittadino, sostituendo quello della Louisiana previsto dal libretto. L’idea è condivisibile: Manon e Des Grieux si scavano la fossa da soli, sono vittime dell’erotismo compulsivo, di un meccanismo ossessivo e senza vie d’uscita che soltanto la morte è in grado di bloccare. Che alla fine la protagonista muoia in una desolata landa americana o nello squallore di una discarica urbana non cambia granché.
A fare la differenza e a suscitare eventuali dubbi sono le trovate più o meno riuscite che costellano uno spettacolo per alcuni aspetti rutilante (scene e costumi sono firmati da Andrews Hays e Kimm Kovac), e giocato sul piano dell’attualizzazione. Ecco allora che il primo atto ha un taglio ironico-favolistico ed è ambientato in un college dove i maschi portano i calzoncini e le ragazze indossano gonne corte con camicetta bianca e cravatta. L’incontro fra Manon e Des Grieux avviene in un luna park, fra icone neo-pop alla Jeff Koons: tirassegni, orsi giganti e cigni volanti su cui alla fine, con un espediente surreale, fuggono i due giovani. Lui è uno studente dipendente dal sesso, lei una ragazzina in cerca di facili guadagni e disposta a tutto, anche a farsela con un politico vizioso (Geronte) che nel secondo atto – rivisto in chiave grottesca – la fa esibire in un teatrino-bordello davanti a un pubblico di guardoni altolocati (fra cui rappresentanti del clero), mentre i camerieri servono cocaina su grandi vassoi.
Nel quadro successivo si assiste a un brusco cambio di registro che proietta lo spettatore in pieno clima tragico ed espressionista. La scena della deportazione è inquietante e mozzafiato: in attesa di essere imbarcate, le prostitute appaiono sospese in gabbie metalliche, ennesima allusione a una sessualità che irretisce e imprigiona. La regia si muove di conseguenza, movimentata anche da scene d’azione di impronta quasi cinematografica. L’epilogo, come accennato, si svolge tra i rifiuti e il fango della discarica, mentre dall’alto della scena alcuni studenti, compagni d’un tempo, assistono impassibili – come se si trattasse di una lezione di morale – al degrado di un amore e alla fine di Manon.
Dal semplice resoconto si capisce quali siano i limiti dell’allestimento: l’accumulo eccessivo di idee e le conseguenti, inevitabili forzature. Nondimeno, la sensualità, l’antagonismo fra i sessi, la dimensione amorale di Manon – e dunque la concezione ossessiva e perversa che Puccini aveva della sensualità femminile – emergono potentemente. E si è pur sempre di fronte allo spettacolo di un regista in grado di creare momenti di vero grande teatro, a una lettura stimolante e non convenzionale, capace di arrivare al cuore della psicologia del compositore e alla furente dialettica amorosa che contrassegna la drammaturgia dell’opera.

Che il primo capolavoro di Puccini accolga le disperazioni e la sensualità di una inquieta fin de siècle lo dimostra anche l’orchestrazione. Si pensi alle sinuosità straussiane del secondo atto: dimostrazione di quanto sia fondamentale in Manon il ruolo dell’armonia e del timbro, tutt’altro che cristallizzati nel filone del verismo. A questo proposito, la direzione di Francesco Ivan Ciampa coglie della partitura non solo il cupo pathos drammatico e la passione disperata, ma anche le sue sensualità e morbidezze, le sue luci e malinconie, valorizzando la ricchezza e la varietà sinfonica della scrittura, mai a scapito dell’impatto teatrale e del rapporto con le voci. È un Puccini saldamente ancorato alla tradizione direttoriale italiana, quello di Ciampa, ma libero sia da cadute retoriche che da incrostazioni veriste. Il senso della costruzione e della narrazione stringata impresso dal direttore fa sì che in un’opera variegata e apparentemente disorganica, la tragedia e i colori accesi convivano senza fratture con il lirismo, la leggerezza e la mobilità, con la rifinitura di atmosfere e situazioni ambientali.

Se è insidiosa da dirigere, Manon Lescaut lo è più ancora da cantare. Ad affrontare la scrittura vocale dei due protagonisti, parecchio scomoda e resa ancor più ardua dalla spesso ridondante orchestra pucciniana, ci sono Amarilli Nizza, già protagonista al Filarmonico nell’edizione del 2011, e Gaston Rivero. La prima propone ancora una volta un personaggio scenicamente credibile, capace di restituire anche il lato adolescenziale, fragile e malizioso di Manon. Non è il caso invece di esprimere una valutazione sulla sua prestazione vocale, posto che alla “prima” un’indisposizione (annunciata al pubblico dopo l’intervallo dal nuovo sovrintendente Cecilia Gasdia) ha determinato affaticamenti nelle emissioni, soprattutto in acuto, e problemi nella tenuta dei fiati.
Quanto a Gaston Rivero, gli si possono riconoscere i mezzi per sostenere questo repertorio, che andrebbero però usati con maggior finezza e piegati a un ventaglio di colori e sfumature approfondito. È un Des Grieux tendenzialmente stentoreo, insomma, che riesce a dare credibilità più alle pagine disperate e drammatiche che a quelle dove emerge il lirismo dell’amoroso pucciniano.
Giorgio Caoduro padroneggia l’estensione di Lescaut con voce omogenea e timbrata: è sicuro, giustamente furfantesco, disinvolto nel canto come in scena. Tra le seconde parti, si distingue Romano Dal Zovo: non il solito caratterista svociato, ma un cantante e un interprete valido che delinea un Geronte più giovanile del consueto. Ricordo anche il puntuale Edmondo di Andrea Giovannini.
Efficace il coro preparato da Vito Lombardi.

Teatro Filarmonico – Stagione Lirica 2017/18
MANON LESCAUT
Dramma lirico in quattro atti
Libretto di Domenico Oliva e Luigi Illica
dal romanzo di Antoine-François Prévost
L’histoire du chevalier des Grieux et de Manon Lescaut
Musica di Giacomo Puccini

Manon Lescaut Amarilli Nizza
Lescaut Giorgio Caoduro
Renato Des Grieux Gaston Rivero
Geronte de Ravoir Romano Dal Zovo
Edmondo Andrea Govannini
L’oste/Sergente degli arcieri Giovanni Bellavia
Un musico Alessia Nadin
Un lampionario/Il maestro di ballo Bruno Lazzaretti
Un comandante di marina Alessandro Busi

Orchestra e Coro dell’Arena di Verona
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del Coro Vito Lombardi
Regia Graham Vick ripresa da Marina Bianchi
Scene Andrew Hays
Costumi Kimm Kovac
Lighting designer Giuseppe Di Iorio
Direttore allestimenti scenici Michele Olcese
Allestimento della Fondazione Arena di Verona
in coproduzione con la Fondazione Teatro La Fenice
Verona, 4 marzo 2018

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