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Verona, Teatro Filarmonico – Anna Bolena

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Per gli storici era adultera e incestuosa, ambiziosa e calcolatrice. Donizetti e il librettista Romani ritraggono invece Anna Bolena come un’anima pura e malinconica, sposa fedele e tradita: regina un po’ altera, ma sostanzialmente vittima. Graham Vick, nell’allestimento realizzato una decina d’anni fa per la Fondazione Arena e ora ripreso con grande successo al Teatro Filarmonico, cerca una mediazione, insinuando la realtà storica nel quadro eroico-edulcorato dipinto dall’opera.
Il regista inglese in questa produzione non fa l’avanguardista, non stravolge la drammaturgia ma lavora sui profili psicologici e procede per simbolismi. A partire dall’impianto in cui si svolge l’azione (firmato da Paul Brown, autore anche dei costumi). I personaggi si muovono su due pedane girevoli che si sovrappongo a forma di croce: nel succedersi delle scene, la croce si spezza continuamente, alludendo allo scisma anglicano che segna la rottura di Enrico VIII con Roma e a cui la vicenda di Anna Bolena dà un fattivo contributo.
Architetture vitree, che richiamano il rinascimento inglese, lasciano intravedere nella loro trasparenza un mondo di intrighi e giochi di potere. Pochi gli arredi, pure questi emblematici, tra cui spiccano un letto e un trono: elementi basilari in un dramma imperniato sulla contrapposizione ambizione-affetto, sesso-potere. Per Vick, Anna non è una martire, ma una donna volitiva moralmente consapevole di avere venduto l’anima e rinunciato al vero amore per diventare regina. Un’ambiguità etica che contraddistingue anche gli altri ruoli: Giovanna Seymour è sospesa fra l’ipocrisia, la “voluttà del soglio” e la pietà per la regina spodestata; Enrico è invece tormentato da scrupoli religiosi, ma è tirannico, sensuale, volubile. Le donne, insomma, utilizzano il letto per conquistare il trono, il re sfrutta il trono e la sua posizione per questioni di letto. Il coro assiste passivamente al dramma dei personaggi e all’esplodere delle passioni, limitandosi a fare da intermediario fra azione e pubblico.
Lo spettacolo è tutto un avvicendarsi di simboli dal significato chiaro, a volte scontato. Appaiono una grande corona di spine, uno spadone incombente, la dea bendata della Giustizia. Sfilano anche le sei mogli di Enrico VIII, ognuna puntualmente caratterizzata. Vengono quindi evocati squarci di paesaggio invernale, con montagne innevate e Anna ed Enrico che cantano immobili su cavalli finti, simili a statue equestri. Un mondo visivo che evolve da una situazione di classica compostezza ed elegante freddezza per approdare a visioni progressivamente più violente e drammatiche. Così la neve, nel secondo atto, si tinge di rosso sangue, mentre le strutture vitree si frantumano di fronte ai vaneggiamenti di Anna. Gli accesi contrasti cromatici (oltre al rosso, predominano il nero, l’oro e l’argento) e gli sfarzosi costumi cinquecenteschi ispirati ai dipinti di Hans Holbein il Giovane, completano il quadro.
Senza cadere in eccessi, Vick realizza uno spettacolo sontuoso e visionario, ottenendo un sostanziale equilibrio fra classicità e romanticismo che ben si adatta alla natura bifronte dell’opera e al ruolo di transizione che la partitura detiene nella produzione di Donizetti.

Sul podio è impegnato Jordi Bernàcer, direttore di ottimo mestiere che ho avuto modo di apprezzare in altro repertorio, ma che qui dà la sensazione di restare in superficie, di lambire la partitura donizettiana senza entrarvi dentro. Non si percepiscono ricerche di suono o sottigliezze di fraseggio, né particolare attenzione agli equilibri architettonici e alle articolazioni interne. C’è semplicemente una lettura nell’insieme funzionale, ma generica e qua e là affrettata nei tempi, dove i retaggi rossiniani e le sollecitazioni romantiche si fondono in maniera indistinta, e dove le sonorità non si traducono mai in momenti di espansione e vera commozione nei cantabili, o in scatti brucianti e di furore nei momenti più drammatici.

Nel ruolo del titolo si fa acclamare Irina Lungu. Che è una Bolena nell’insieme convincente, di bella presenza scenica, vocalmente più omogenea e rilassata rispetto al debutto nel ruolo ad Avignone (documentato in un video). Il fatto che non sia un soprano drammatico di agilità ha importanza relativa: non lo è la Devia, per la quale questo allestimento è stato concepito a suo tempo, come non lo è nessuno dei soprani oggi in circolazione. Vero è che nei passaggi dalla tessitura più bassa la voce tende a velarsi, mentre nei momenti più concitati, come nel finale primo, la cantante non si impone per incisività e scatto drammatico. La Bolena della Lungu è una donna giovane, avvolta da un alone di malinconica tristezza, incline al patetismo struggente, a suo agio nelle ornamentazioni di grazia più che nelle agilità di forza e negli accenti imperiosi.
Annalisa Stroppa è una autorevole Giovanna Seymour, nonostante una indisposizione annunciata prima della recita: si notano solo un po’ di tensione negli estremi acuti e, occasionalmente, qualche nota meno timbrata nei gravi; per il resto la tenuta vocale è ottima, il fraseggio duttile e vario. Si tratta insomma di una deuteragonista di classe, tormentata e dolente, bella e sensuale.
Nei panni di Percy, Antonino Siragusa esibisce una voce chiara e leggera, estesa in alto, sostenuta da sensibilità stilistica ed eleganza di fraseggio, ma che tuttavia non collima con la scrittura concepita da Donizetti per la vocalità molto particolare di Giovanni Battista Rubini. Se il confronto con il registro acuto e sopracuto lo trova sicuro e squillante, meno convincenti sono gli esiti quando il canto gravita in zona medio-bassa.
Oltre a non imporsi per autorevolezza scenica, l’Enrico VIII di Mirco Palazzi è limitato dall’emissione opaca degli acuti, compensata comunque dalla bella timbratura del registro medio-grave, dove l’interprete si fa valere anche per l’accento incisivo e il fraseggio ben scolpito. Credibile, a onta di qualche disomogeneità e forzatura in basso, la prova di Manuela Custer nel ruolo en travesti del paggio Smeton; efficace la presenza di Romano dal Zovo, Rochefort, e funzionale Nicola Pamio, l’ufficiale Hervey. Buona la prestazione del coro preparato da Vito Lombardi.

Teatro Filarmonico – Stagione Lirica 2017/18
ANNA BOLENA
Tragedia lirica in due atti
Libretto di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti

Anna Bolena Irina Lungu
Enrico VIII Mirco Palazzi
Giovanna di Seymour Annalisa Stroppa
Lord Riccardo Percy Antonino Siragusa
Smeton Manuela Custer
Lord Rochefort Romano Dal Zovo
Sir Hervey Nicola Pamio

Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Jordi Bernàcer
Maestro del Coro Vito Lombardi
Regia Graham Vick
Scene e costumi Paul Brown
Lighting designer Giuseppe Di Iorio
Direttore allestimenti scenici Michele Olcese
Allestimento della Fondazione Arena di Verona in coproduzione
con La Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Verona, 29 aprile 2018

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