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Verona, Arena Opera Festival 2018 – Verdi Opera Night

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All’Arena di Verona, la trilogia popolare verdiana s’è fatta spezzatino. Il Verdi Opera Night, ultimo evento del 96° Opera Festival 2018, è stato impaginato mettendo assieme il secondo atto di Rigoletto, il terzo del Trovatore e il terzo della Traviata. L’accostamento di tre o quattro atti da opere diverse è una tipica formula all’americana, che al Met di New York ha per esempio una lunga tradizione e funziona benissimo, ma che da noi non ha mai attecchito. L’Arena ci aveva già provato in passato con i gala concepiti per Placido Domingo nel 1994 e nel 2009 (quello del 1999 era invece saltato per il maltempo). Il pubblico aveva fatto gran festa al tenore, ma non si era certo trattato di serate memorabili dal punto di vista musicale e teatrale.
Questa volta non c’era un divo a catalizzare l’attenzione, bensì una serie di protagonisti della scena lirica odierna molto familiari ai melomani, più qualche nome emergente e destinato (almeno nel caso di Lisette Oropesa) a entrare nello star system operistico internazionale. Per il resto la formula prevedeva, per i tre atti in locandina, abbozzi di scenografia e una regia realizzati dalle risorse artistiche interne della Fondazione Arena, e la presenza di un giovane direttore veronese ormai affermato come Andrea Battistoni.
L’apparato scenografico con cui Michele Olcese ha ricreato le diverse ambientazioni si risolveva in ogni atto con l’utilizzo di pochi elementi riciclati da altri allestimenti areniani e collocati su una pedana inclinata; a questi si sono unite le scene virtuali create sulle gradinate da Sergio Metalli. Così in Rigoletto, mentre sugli spalti veniva proiettata una veduta di Mantova, sono bastati qualche balaustra, un tavolo e pochi scranni a evocare l’interno del palazzo ducale. In Trovatore, oltre alle bandiere e ai cumuli di lance e scudi recuperati dallo spettacolo di Zeffirelli, tutto ruotava attorno all’elemento del fuoco, tra fiammate vere e virtuali. Infine, per l’atto più intimista di Traviata, ecco un letto, qualche baule e la proiezione di una architettura stile impero. In queste cornici spartane ma funzionali, la regia di Stefano Trespidi si è mossa nell’alveo della tradizione più rassicurante, restituendo con efficacia – grazie anche al disegno luci di Paolo Mazzon – tanto la cifra drammatica intimista di Traviata quanto la dimensione più corale e spettacolare del quadro dal Trovatore.

Dal podio, Andrea Battistoni è riuscito a garantire una certa tenuta teatrale all’esecuzione, sfoderando un piglio e una estroversione che per alcuni aspetti ricordavano quelli di Oren. Non sono mancate tuttavia discontinuità nel creare e raccordare i climi espressivi contrastanti nel corso di ogni atto. Battistoni ha impresso scatto e mordente all’orchestra nei momenti drammatici e negli slanci cabalettistici, ottenendo sonorità piene (in qualche caso un po’ pesanti), ma dimostrandosi generico nella caratterizzazione delle diverse scene. Si sarebbe desiderato un gioco più approfondito di colori e sfumature nelle pagine lirico patetiche, ma anche una maggiore coesione e precisione negli assiemi, soprattutto nel Trovatore. La concertazione vocale e la sintonia con il palcoscenico, di fatto, si sono rivelate non di rado deficitarie.

La difficoltà a “respirare” e fraseggiare in accordo con le voci si è ripercossa inevitabilmente anche sulle prove dei cantanti, alcuni dei quali avevano già in proprio problemi di rendimento e tenuta. L’inizio del secondo atto di Rigoletto non è stato dei migliori. Nei panni del Duca c’era Ramë Lahaj, tra i vincitori di Operalia 2017, il concorso fondato da Placido Domingo. E non a caso proprio a Domingo il giovane tenore kosovaro tende a rifarsi nel modo di fraseggiare e accentare. Purtroppo la voce, almeno nello spazio areniano, “correva” poco, risultando contenuta nel volume, timbricamente opaca e carente di squillo negli acuti. Senz’altro più incisiva nel ruolo del titolo la prova di Luca Salsi, considerato uno dei più autorevoli baritoni italiani odierni. Il livello del canto, pur con qualche disomogeneità, si è confermato infatti professionale, il fraseggio ben scolpito e tuttavia non esente da sparse ruvidità e forzature di sapore verista che non legavano molto con la nobiltà che si richiede a un padre verdiano. C’era attesa per il debutto veronese di Lisette Oropesa, reduce dai trionfi pesaresi al ROF. Il soprano americano non ha deluso le aspettative. La voce, che ha un leggero vibrato e ricorda, come è stato giustamente notato, certe inflessioni timbriche della Gheorghiu, non è parsa affatto esile e leggera e si espandeva nell’anfiteatro meglio delle altre. L’emissione è risultata rotonda e fluida in tutta la gamma e solo il mi bemolle del duetto “Sì vendetta” suonava un po’ stiracchiato (duetto che peraltro è stato bissato non proprio a furor di popolo). Si aggiunga l’ottima dizione, l’accuratezza del fraseggio, l’accento ben calibrato, e si avrà l’idea di un’interprete molto interessante. Certo da riascoltare in un’altra occasione e in un’opera completa. Efficaci gli interventi dei comprimari: Biagio Pizzuti, Marullo, Carlo Bosi, Matteo Borsa, Romano Dal Zovo, Conte di Ceprano, Nicolò Ceriani, Conte di Monterone, Barbara Massaro, Paggio della duchessa, Gocha Abuladze, Usciere. Bene il coro diretto da Vito Lombardi.
Protagonista del terzo atto del Trovatore, come da libretto, “il figlio della zingara”, ovvero Manrico, interpretato da Francesco Meli, di cui ricordavo il debutto nel ruolo alla Fenice nel 2011. L’approccio è rimasto lo stesso: calibrato, attento alla varietà dinamica e coloristica e al fraseggio sfumato, per lo meno nell’aria “Ah sì, ben mio”. La “Pira”, invece, è avvampata ben poco: tagliata nel da capo e abbassata di mezzo tono, è stata affrontata da Meli con un certo mordente nelle quartine di agilità, salvo poi essere coronata da due si naturali (o teco e all’armi) faticosi e poveri di squillo. Fra gli altri interpreti si è imposta Violeta Urmana, una Azucena incisiva, di bel temperamento, e dalla vocalità ancora ben gestita, mentre Simone Piazzola è stato un Conte di Luna dalla voce timbricamente chiara, non propriamente “areniana”, ma capace di fraseggiare con gusto e nobiltà. A sostenere le poche battute affidate al personaggio di Leonora c’era una funzionale Serena Gamberoni; nel ruolo di Ferrando figurava adeguatamente Romano Dal Zovo, in quello di Ruiz il puntuale Carlo Bosi.
Infine, nel terzo atto della Traviata, è stata la volta di Maria Mudryak, ventiquattrenne soprano kazako dalle interessanti risorse timbriche ma che ha eseguito (integralmente) un “Addio del passato” un po’ generico nel fraseggio e discontinuo nell’emissione, specie nel sostegno dei piano e dei pianissimo, dove si è notato qua e là anche qualche slittamento di intonazione. Al suo fianco Luciano Ganci: dopo una iniziale incertezza, il giovane tenore ha fatto il suo dovere nei panni di Alfredo, cantando con una buona linea di canto, squillo adeguato negli acuti e credibilità stilistica. Simone Piazzola ha quindi risolto decorosamente i suoi brevi interventi nelle vesti di Germont padre; attendibili i contributi di Martina Gresia, Annina, e Romano Dal Zovo, Dottor Grenvil.

Ricordo che la serata si era aperta con l’esecuzione della sinfonia da La forza del destino, diretta con piglio garibaldino da Battistoni e accompagnata da una coreografia di Luc Bouy non sgradevole ma abbastanza estranea al contesto, e discretamente eseguita dai ballerini dell’Arena. Tirando le somme, più che un grande evento, una produzione musicalmente discontinua, a tratti sottotono, ma alla quale il pubblico ha comunque riservato, sia nel corso dei vari atti che alla fine, accoglienze calorose.

Arena di Verona – 96° Opera Festival 2018
VERDI OPERA NIGHT

La Forza del destino (Sinfonia)

Rigoletto (II Atto)
Rigoletto Luca Salsi
Il Duca di Mantova Ramë Lahaj
Gilda Lisette Oropesa
Marullo Biagio Pizzuti
Matteo Borsa Carlo Bosi
Il Conte di Ceprano Romano Dal Zovo
Il Conte di Monterone Nicolò Ceriani
Usciere Gocha Abuladze
Paggio della Duchessa Barbara Massaro

Il trovatore (III Atto)
Manrico Francesco Meli
Leonora Serena Gamberoni
Azucena Violeta Urmana
Il Conte di Luna Simone Piazzola
Ferrando Romano Dal Zovo
Ruiz Carlo Bosi

La traviata (III Atto)
Violetta Valéry Maria Mudryak
Alfredo Germont Luciano Ganci
Giorgio Germont Simone Piazzola
Annina Martina Gresia
Il dottor Grenvil Romano Dal Zovo

Orchestra, coro, ballo e tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Andrea Battistoni
Maestro del coro Vito Lombardi
Regia Stefano Trespidi
Scene Michele Olcese
Coreografia Luc Bouy
Lighting design Paolo Mazzon
Projection design Sergio Metalli
Coordinatore del Ballo Gaetano Petrosino
Direttore allestimenti scenici Michele Olcese
Nuovo allestimento
Verona, 26 agosto 2018

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