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Verona, Arena Opera Festival 2018 – Nabucco

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All’Arena di Verona si torna a far festa per Nabucco, riproposto nell’allestimento realizzato lo scorso anno da Arnaud Bernard (repliche fino al 18 agosto). Ennesima conferma della capacità di presa popolare di un’opera che, dietro le sagome degli eroi biblici, lascia intravedere la speranza di risorgimento e indipendenza di un popolo. Il primo e ancora ruvido capolavoro verdiano segna infatti la caduta di ogni reminiscenza classicheggiante e racconta la vicenda di un’epica liberazione, instaurando legami con il panorama storico e psicologico in cui viene rappresentato. Alcuni registi oggi tendono a sottolineare giustamente il carattere politico dei melodrammi composti da Verdi a partire proprio da Nabucco (1842) fino a La battaglia di Legnano (1849), contestando così indirettamente i tentativi di una parte della musicologia, soprattutto anglosassone, di ridimensionare il rapporto tra le opere del primo Verdi e lo spirito risorgimentale. Tra questi c’è anche Bernard, che all’Arena ambienta addirittura la vicenda nel 1848 nel corso delle Cinque giornate di Milano.

Tutto si svolge attorno a una riproduzione del Teatro alla Scala, che incombe al centro del palcoscenico: il tempio della lirica sostituisce così il tempio di Gerusalemme e la dimensione mistico-religiosa viene quasi del tutto eliminata (tolta una processione con la statua della Madonna nel primo atto) a favore della lettura politica. La vicenda è riscritta di conseguenza: Nabucco diventa l’imperatore Francesco Giuseppe, vittima nel secondo atto non di un fulmine divino ma di un attentato; Abigaille è una principessa austriaca con la divisa ussara, e il pontefice Zaccaria un capopopolo che sprona i milanesi all’insurrezione e li conforta nel momento del bisogno. Per la coppia Fenena-Ismale, Bernard si ispira invece a Livia Serpieri e Franz Mahler, gli amanti viscontiani di Senso, ma a “nazionalità invertite”: qui lei è una nobildonna austriaca, lui un ufficiale italiano.
Già da queste premesse si capisce che al regista non interessa il rigore storico-filologico: la plausibilità drammaturgica va al di là anche di certe incongruenze cronologiche. Nella visione di Bernard, insomma, la realtà storica si mescola alla dimensione favolistica e cinematografica e a qualche spunto simbolico. Di conseguenza lo spettacolo cerca di conciliare il taglio intellettuale e la lettura esplicitamente politica con la cifra kolossal e popolare tipica di tanti allestimenti areniani. Va sottolineato, semmai, che la voglia di fare uno spettacolo “pop” e di conquistare il pubblico porta il regista a uno spiegamento di mezzi che non ha nulla da invidiare alle messinscene di Zeffirelli. Il primo atto, a partire dalla sinfonia, racconta con taglio realistico e cinematografico l’invasione degli austriaci e della barricate allestite dai milanesi. È tutto un profluvio di bandiere, carri, cavalli (almeno una decina), di centinaia di persone tra comparse e coristi che in accurati costumi d’epoca – a firma dello stesso Bernard – vestono i panni di soldati, popolani, chierichetti, preti, crocerossine. Il tutto accompagnato da una colonna sonora di cannonate, spari e fucilate che si sovrappone fragorosamente alla musica di Verdi.
Il grande impianto realizzato da Alessandro Camera contribuisce ulteriormente agli effetti spettacolari: ruotando a vista, la riproduzione della Scala scopre alcuni interni fra cui, con un colpo di teatro formidabile, la sala stessa del Piermarini con tanto di palcoscenico, palchi e platea. E a questo punto Bernard, giocando la carta del teatro nel teatro, ambienta parte del terzo e quarto atto proprio durante una rappresentazione di Nabucco. Quando il coro degli ebrei intona “Va’ pensiero”, il pubblico italiano e i cantanti sfidano i soldati austriaci e le autorità asburgiche, dando vita a una manifestazione di patriottismo che, anche in questo caso, ha come chiaro punto di riferimento iconografico Senso di Visconti. Va da sé che quando si arriva alla fine e i rivoluzionari vincono, è tutto uno sventolio di tricolori e di striscioni con gli immancabili “Viva Verdi” e “Viva l’Italia”. Anche se nella ripresa si nota qua e là meno accuratezza nella gestione delle masse, lo spettacolo funziona sempre, il pubblico areniano approva e certo non si annoia.

La direzione di Jordi Bernàcer si inserisce nella più tipica tradizione melodrammatica italiana. Predilige i coloriti brillanti e plasma una dimensione debitamente drammatica e piena di energia, dimostrando di considerare la partitura di Nabucco per quello che è: il prodotto di un genio ancora un po’ ruspante anche se dotato di grande eloquenza, più un assimilatore che un creatore di linguaggi. Non per questo il direttore spagnolo sacrifica il respiro pacato di alcune pagine d’assieme, i ripiegamenti malinconici di Abigaille o la preghiera del protagonista, che per intensità d’espressione appartengono al Verdi già maturo. Bernàcer individua insomma le giuste tensioni drammatiche e i necessari respiri, rivelando un senso del teatro soddisfacente.

In palcoscenico si impone il protagonista, Amartuvshin Enkhbat, che conferma le non comuni qualità vocali e interpretative esibite la scorsa stagione areniana come Rigoletto: il suo Nabucco è tratteggiato con timbro brunito e morbido, emissione corretta, fraseggio sfumato, dizione da far invidia a un cantante italiano. Come interprete, poi, il giovane baritono mongolo ha una dote che è merce rara fra chi frequenta oggi il repertorio di Verdi: la nobiltà. In questo, come in alcune inflessioni timbriche, ricorda un po’ Bruson. Non ci sono mai cedimenti veristi o forzature nel suo canto, la linea è sempre impeccabile, l’accento calibrato. Sotto questo profilo, più che il Nabucco protervo e blasfemo impegnato in passaggi di vocalità aspra, se ne avvantaggia il personaggio sconvolto e afflitto del terzo e quarto atto. Certo l’interprete può ancora crescere, imparare a scavare di più la parola e ad approfondire il fraseggio; nondimeno, già così, è un Nabucco di tutto rispetto.
Spiace che nel cast – sulla carta superiore rispetto a quello mediocrissimo dell’anno scorso – manchi ancora una volta una Abigaille convincente. Susanna Branchini è un’interprete dotata di buon temperamento drammatico, che in passato ho avuto modo di apprezzare in altri ruoli anche ad onta di qualche disomogeneità vocale. Qui, però, per quanto armata di buone intenzioni, non riesce a dominare una tessitura e un’estensione abnormi: gli acuti sistematicamente tesi e forzati, le note gravi aperte, il disagio nel canto di sbalzo e la difficoltà nei passaggi di coloratura rendono alquanto deficitario il ritratto del personaggio sul fronte drammatico e battagliero. La linea di canto, al di là dell’immedesimazione espressiva, non persuade nemmeno nei passi in cui Abigaille cede all’abbandono, al rimpianto della gioia perduta e al dolore del congedo.
Convincenti gli altri interpreti. Lo Zaccaria di Rafal Siwek si segnala non solo per l’efficace resa vocale (a parte qualche acuto non timbratissimo), ma anche per l’espressione solenne e la buona definizione stilistica. In regola con lo stile anche Luciano Ganci, che grazie al fraseggio mordente e all’emissione squillante in alto riesce a dare carattere, nei limiti del possibile, a un personaggio scialbo come Ismaele. Gèraldine Chauvet è una Fenena apprezzabile per il buon spessore lirico, la fonazione corretta e la linea di canto accurata. Completano adeguatamente la locandina Nicolò Ceriani (Il Gran Sacerdote di Belo), Roberto Covatta (Abdallo) ed Elisabetta Zizzo (Anna). Buona la prova del coro preparato da Vito Lombardi, che bissa come di prammatica (anche senza richieste esplicite da parte del pubblico) il fatidico “Va’ pensiero”.

Arena di Verona – 96° Opera Festival 2017
NABUCCO
Dramma lirico in quattro parti
Libretto di Temistocle Solera
Musica di Giuseppe Verdi

Nabucco Amartuvshin Enkhbat
Ismaele Luciano Ganci
Zaccaria Rafal Siwek
Abigaille Susanna Branchini
Fenena Géraldine Chauvet
Gran Sacerdote di Belo Nicolò Ceriani
Abdallo Roberto Covatta
Anna Elisabetta Zizzo

Orchestra, coro e tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Jordi Bernàcer
Maestro del coro Vito Lombardi
Regia e costumi Arnaud Bernard
Scene Alessandro Camera
Lighting design Paolo Mazzon
Direttore allestimenti scenici Michele Olcese
Allestimento Fondazione Arena di Verona
Verona, 7 luglio 2018

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