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Verona, Arena Opera Festival 2018 – Il barbiere di Siviglia

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Il Rossini aggiornato secondo i criteri della nuova filologia, per una volta, dobbiamo dimenticarlo. Il barbiere di Siviglia proposto all’Arena di Verona (fino al 30 agosto) è un’edizione che, sotto il profilo musicale, riporta all’epoca prefilologica in cui gli interpreti non si confrontavano con le riletture critiche. È vero che dal podio Daniel Oren – per la prima volta alle prese con il capolavoro rossiniano – evita le esuberanze e il cattivo gusto di una lunga e retorica tradizione post romantica. Il vulcanico direttore israeliano cerca insomma di non strafare, punta a una esecuzione lineare, senza tensioni e iperboli ritmiche, e a una liricizzazione della drammaturgia. Nondimeno, siamo pur sempre di fronte a un’esecuzione vecchia maniera e stilisticamente sui generis, soggetta a tagli, interpolazioni, puntature, e dove gli interpreti sono di fatto liberi di fare quello che vogliono. Il che comporta anche un rapporto a tratti non ottimale fra buca e palcoscenico e uno scarso amalgama nei momenti d’insieme: penso in particolare al disomogeneo finale del primo atto.

La compagnia di canto affianca vecchie glorie a giovani interpreti. La festa, inutile dirlo, è soprattutto per l’intramontabile Leo Nucci, che alle spalle ha mezzo secolo di carriera e quarant’anni di esibizioni areniane. Poco importa che il suo Figaro sia un po’ vecchio stile, abbozzi le agilità e sostituisca qua e là il canto con il parlato. L’energia, il fraseggio comunicativo, la verve scenica e la capacità di partecipare al gioco comico sono quelli di sempre: comprensibile il tripudio del pubblico, che chiede e ottiene il bis della cavatina “Largo al factotum”. Un mestiere indiscutibile lo esibisce anche Ferruccio Furlanetto nei panni di Basilio. Certo la suggestione di una voce un tempo ampia, timbrata e solenne emerge soltanto a tratti, la linea è discontinua, ma la penetrante scansione della parola e l’abile caratterizzazione del personaggio consentono al basso veneto di farsi ancora acclamare.
Alti a bassi contrassegnano i contributi dei protagonisti più giovani. Dmitry Korchak è un Almaviva che denota senso stilistico appropriato e, nei cantabili, sa modellare la frase con eleganza espressiva. Tuttavia, nella prova del tenore russo, pesano le agilità meccaniche e aspirate, gli sparsi slittamenti di intonazione (soprattutto nel primo atto), come pure la carenza di cipiglio e alterigia nobiliare che in alcuni momenti appartengono al Conte. Maggiore dimestichezza con la coloratura belcantistica dimostra la Rosina di Nino Machaidze, che sgrana agilità non brillantissime ma senz’altro più fluide e precise rispetto a quelle dei colleghi. Il soprano georgiano tende quindi a scurire artificiosamente i suoni in zona medio-grave, mentre l’emissione degli acuti risulta facile e nitida. Non sarà memorabile, ma nell’insieme centra il carattere del personaggio.
Carlo Lepore è un po’ discontinuo in alto, ma delinea il ruolo di Bartolo con timbro risonante, dizione chiara e accento ben calibrato, dimostrandosi preciso nello stile sillabato dell’aria “A un dottor della mia sorte”. Il cast è completato da Manuela Custer, che tratteggia con puntualità e senso dell’ironia la Berta un po’ sopra le righe voluta dal regista, da Nicolò Ceriani, attendibile nel duplice ruolo di Fiorello/Ambrogio, e Gocha Abuladze, un Ufficiale.

L’allestimento è quello fortunatissimo ideato da Hugo de Ana nel 2007 e ripreso più volte in Arena. Per il regista, scenografo e costumista argentino il Barbiere è un’opera che mira al semplice divertimento, che mette da parte ogni aspetto psicologico e nella quale non si trovano simbologie particolari, o doppie letture. Di qui l’idea di uno spettacolo effervescente e leggero, che evita il realismo comico a favore di un gioco di pura astrazione. Un grande labirinto vegetale, composto da siepi ruotanti e sovrastato da gigantesche rose rosse, accoglie – con evidente metafora visiva – il gioco degli equivoci e degli intrighi sentimentali. È un giardino d’amore di pura fantasia. Diversamente da altre produzioni di de Ana, è inutile ricercarvi rimandi pittorici colti: gli idilli e le fêtes galantes di Watteau, o le raffinate allegorie culturali di Puvis de Chavannes. Il punto di riferimento è piuttosto il genere del film fantasy. L’impianto evoca un’ambientazione spagnoleggiante favolistica e surreale, dove i protagonisti – in splendidi costumi settecenteschi – si muovono con grazia ballettistica, come in un musical. Lo spettacolo è accurato nella caratterizzazione dei personaggi e animato da controscene, gag e interventi coreografici (Leda Lojodice), in un crescendo di invenzioni che alla fine culmina, fra l’entusiasmo del pubblico, nell’esplosione di autentici fuochi d’artificio.

Arena di Verona – 96° Opera Festival 2018
IL BARBIERE DI SIVIGLIA
Melodramma buffo in due atti
Libretto di Cesare Sterbini
Musica di Gioachino Rossini

Il Conte d’Almaviva Dmitry Korchak
Bartolo Carlo Lepore
Rosina Nino Machaidze
Figaro Leo Nucci
Basilio Ferruccio Furlanetto
Berta Manuela Custer
Fiorello/Ambrogio Nicolò Ceriani
Un Ufficiale Gocha Abuladze

Orchestra, coro, corpo di ballo e tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Daniel Oren
Maestro del coro Vito Lombardi
Regia, scene, costumi e luci Hugo de Ana
Coreografia Leda Lojodice
Coordinatore del corpo di ballo Gaetano Petrosino
Direttore allestimenti scenici Michele Olcese
Verona, 4 agosto 2018

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