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Verona, Arena Opera Festival 2018 – Carmen

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Bando all’oleografia, alla Siviglia da cartolina e all’esotismo di maniera. Per l’inaugurazione del 96° Opera Festival dell’Arena di Verona Hugo de Ana punta, almeno nelle intenzioni, a una Carmen antizeffirelliana. Una chiave interpretativa non nuova per il regista e scenografo argentino. In un allestimento degli anni Novanta, de Ana aveva infatti spostato l’azione del capolavoro di Bizet nella Spagna del regime franchista. Uno spettacolo scenicamente grigio e fatiscente, popolato da personaggi cenciosi, dove il vitalismo dei protagonisti e i loro conflitti erano calati in un mondo in rovina e decadente, estraneo alla solarità mediterranea.
Parliamo di oltre vent’anni fa. Il contesto storico era completamente diverso: si era appena concluso il conflitto in Bosnia, che aveva riportato gli orrori della guerra in Europa; alla Biennale di Venezia Marina Abramović, profetessa della body art, spolpava montagne di ossa di mucca in un ambiente buio e maleodorante, mentre l’inquieta società di fine millennio era tormentata dallo spettro dell’Aids: l’antico binomio eros-thanatos sembrava tornato ad agire in tutta la sua potenza. Al di là del clamore suscitato dalla presenza di toreri nudi, lo spettacolo di de Ana si dimostrava in sintonia con i tempi: materializzava in qualche modo lo svilimento della componente vitalistica dell’eros, assecondando una tendenza che era nell’aria e si respirava a livello di inconscio collettivo.

L’attuale edizione veronese non è un’evoluzione di quella lettura. È un’altra cosa, anche se qualche sparsa idea del vecchio allestimento sopravvive nell’attuale messinscena. Questa volta l’azione è trasportata nella Spagna degli anni Trenta, dove spirano venti di guerra civile, ma non è chiaro se siamo prima o durante il sanguinoso conflitto, e nemmeno chi siano i nazionalisti e chi i repubblicani. L’impressione è quella di uno spettacolo privo di un’idea drammaturgica precisa e visivamente affastellato, che procede tra autocitazioni e, paradossalmente, non poche concessioni al bozzettismo e a quella tradizione areniana che sulla carta intende esorcizzare.
In scena, nel primo atto, si vedono cumuli di casse, attrezzi arrugginiti, viavai di jeep e camion, ma c’è spazio anche per sfilate di cavalli, gag e quadretti pittoreschi come nel più classico degli spettacoli di Zeffirelli. Alla Carmen del regista e scenografo fiorentino rimandano pure i manifesti d’epoca che si stagliano in palcoscenico nel secondo atto, dove troviamo inoltre un assembramento di sedie vuote (e qui de Ana autocita il suo Barbiere veronese) che vengono impiegate nella coreografia della “Chanson bohème”. Il terzo è risolto scenograficamente con delle alte reti metalliche che in pratica costringono l’azione al proscenio e fanno venire in mente le recinzioni di Ceuta e Melilla: una strizzata d’occhio al dramma dei migranti, si sa, è ormai un must per i registi d’opera. Non mancano poi striscioni che inneggiano alla libertà delle donne: scontata concessione a un’altra moda politicamente corretta, oggi in voga, che considera Carmen un’opera neofemminista, emblema del femminicidio e della violenza di genere. Più originale il quarto atto, dove, grazie anche alle scene virtuali proiettate sulle gradinate (a cura di Sergio Metalli), lo scontro finale tra la protagonista e Don José avviene all’interno, non fuori della Plaza de Toros: un’arena nell’arena, insomma, una corrida che vede uomo e donna sfidarsi in una lotta all’ultimo sangue. Per il resto, le proiezioni nel corso degli altri atti risultano meno significative, spesso didascaliche. Non lasciano il segno nemmeno le coreografie di Leda Lojodice, apprezzabili ma sacrificate dall’impostazione generale dell’allestimento. L’esito è uno spettacolo dispersivo e poco coinvolgente, a basso coefficiente emotivo e drammatico (tolto il finale del quarto atto), ma soprattutto privo di quella sensualità che della storia di Carmen è l’elemento propulsore. Un limite, quest’ultimo, che trova riscontro anche nel cast.

Il timbro sensuale e insinuante non è infatti una delle prerogative di Anna Goryachova. Il mezzosoprano russo ha una voce dalle suggestive ombreggiature contraltili, ma di volume limitato in rapporto allo spazio areniano e dall’emissione non sempre omogenea. Ha bella presenza scenica, qualche buona intenzione di fraseggio, ma la sua Carmen risulta nell’insieme poco incisiva, statica e carente di passionalità. Non è escluso che in un altro contesto e in un teatro al chiuso possa risultare più convincente. Nemmeno il Don José di Brian Jagde fa vibrare la corda della sensualità passionale, sia per ragioni timbriche che di temperamento. La voce però è sana, ben controllata nella fonazione, spontaneamente portata al canto drammatico, dove il fraseggio e l’accento risultano efficaci. Più superficiale risulta l’approccio al versante lirico-amoroso dove il ventaglio di colori, modulazioni e smorzature – fatta eccezione per il falsetto con cui risolve il si bemolle conclusivo dell’aria del fiore – risulta alquanto ristretto. Alexander Vinogradov è un Escamillo dalla voce ampia, ridondante, ma stentorea nell’emissione, poco chiaroscurata nel fraseggio e qua e là incline a inflessioni nasaleggianti. La migliore in campo è a conti fatti Mariangela Sicilia: la sua Micaela è non solo vocalmente corretta in tutta l’estensione, ma anche musicale, espressiva, tenera senza mai incorrere in sdolcinatezze e all’occorrenza intensa.
La schiera dei comprimari è nell’insieme ben assortita. Si fanno apprezzare la Frasquita di Ruth Iniesta e la Mercédès di Arina Alexeeva. Tra gli altri, spicca in particolare per bella timbratura e correttezza Biagio Pizzuti, Moralès; bene anche Davide Fersini, Dancairo, e Enrico Casari, Remendado; appena funzionale Luca Dall’Amico come Zuniga.

La componente più persuasiva di questa produzione è la conduzione di Francesco Ivan Ciampa, che valorizza con cura la strumentazione ora sgargiante, ora sobria, sempre straordinariamente leggera di Bizet, creando ovunque il clima più appropriato. Il direttore restituisce con adeguata brillantezza le parti d’ambiente, dai colori ora roventi ora crepuscolari, e porta alla giusta atmosfera drammatica quelle in cui si consumano i destini dei personaggi. Non ci sono sfoghi veristi: la tragedia di Carmen viene restituita con espressività densa ma proporzioni asciutte. Dal mio punto di vista, quello che fa davvero la differenza sono le trasparenze sinfoniche (a tratti perfino le raffinatezze cameristiche) che Ciampa riesce a far passare anche nello spazio enorme dell’anfiteatro. Il lirismo, la dolcezza di alcune pagine sono restituiti con eleganza, morbidezza e sottigliezze di fraseggio che raramente si sentono nelle esecuzioni areniane.

Arena di Verona – 96° Opera Festival 2018
CARMEN
Opéra-comique in quattro atti. Libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy
dalla novella omonima di Prosper Mérimée
Musica di Georges Bizet

Carmen Anna Goryachova
Micaela Mariangela Sicilia
Frasquita Ruth Iniesta
Mercédès Arina Alexeeva
Don José Brian Jagde
Escamillo Alexander Vinogradov
Dancairo Davide Fersini
Remendado Enrico Casari
Zuniga Luca Dall’Amico
Moralès Biagio Pizzuti

Orchestra, coro, corpo di ballo e tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del coro Vito Lombardi
Coro di voci bianche A.LI.VE. diretto da Paolo Facincani
Regia, scene e costumi Hugo de Ana
Coreografia Leda Lojodice
Lighting design Paolo Mazzon
Projection design Sergio Metalli
Coordinatore del corpo di ballo Gaetano Petrosino
Direttore allestimenti scenici Giuseppe De Filippi Venezia
Verona, 22 giugno 2018

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