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Venezia, Teatro La Fenice – Il signor Bruschino

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Come tutti i giovani compositori del suo tempo, alle soglie dei vent’anni Gioachino Rossini si fa le ossa in teatro con le farse. Per il San Moisè di Venezia ne compone cinque nell’arco di 26 mesi. L’ultima, Il Signor Bruschino ossia il figlio per azzardo, musicata su libretto di Giuseppe Foppa e rappresentata il 27 gennaio 1813, chiude il primo periodo dell’attività creativa del pesarese e apre la fase più matura del Tancredi e dell’Italiana in Algeri.
Nonostante l’incomprensione del pubblico del San Moisè, questo “peccato di mia gioventù” (così lo definirà Rossini) raduna in poco più di un’ora la sapienza del comico e l’impazienza delle future opere buffe ad ampia gittata. Una bella antologia di occasioni, a cominciare dalla sinfonia, che presenta già tutti gli elementi significativi dell’archetipo rossiniano, ormai chiaramente definito. Fra questi, la provocazione di un originale e sorprendente (per l’epoca) effetto di rilancio ritmico provocato dai violini secondi con i colpi di archetto sui leggii.

L’effervescente atto unico, dalla trama un po’ paradossale (un padre finisce per riconoscere per figlio uno che non lo è), viene riproposto con successo al Teatro La Fenice nell’edizione del 2015 che aveva completato la messa in scena delle cinque farse rossiniane iniziata nel 2012 nell’ambito del progetto “Atelier della Fenice”. La regia è sempre curata da Bepi Morassi, mentre le scene e i costumi sono firmati dagli allievi della Scuola di scenografia dell’Accademia di belle arti di Venezia.
L’allestimento si risolve in un impianto fisso, molto semplice, con scene che sembrano ritagliate nel cartone a riprodurre un giardino con una torre centrale, un pavillon, una panchina e un lampione. Si ha l’impressione di vedere le illustrazioni dei libri animati per bambini, dove le piegature della carta danno l’illusione della tridimensionalità. Una cornice funzionale, utilizzata da Morassi in chiave metateatrale: durante l’ouverture, la compagnia di canto si ritrova davanti a un modellino che riproduce la scena dello spettacolo e le sagome dei personaggi. Sarà un mimo, alter ego del regista, a muovere come un deus ex machina i figurini e le fila della vicenda, assecondando lo spirito farsesco e la cifra del parossismo scatenante tipici di questa operina. La regia di Morassi procede quindi con una serie ininterrotta di trovate brillanti e gag da commedia dell’arte, e punta a una caratterizzazione buffa dei personaggi che non scade tuttavia nel guittesco.

L’impronta vivace e spiritosa dell’azione scenica viene in parte ridimensionata dalla cornice orchestrale. Alvise Casellati offre una lettura abbastanza scorrevole, dirige con aplomb e buona sintonia col palcoscenico, ma il suo Rossini non è interessato agli aggiornamenti filologici. L’iperbole ritmica viene pertanto un po’ smorzata, l’agogica risulta poco fantasiosa e i cantabili sono piuttosto rilassati. Nonostante la funzionale tenuta complessiva, a tratti vengono meno l’estro, la leggerezza e l’ironia su cui poggia la musica del giovane Rossini.

Ben calibrata la compagnia di canto, soprattutto sul versante maschile. Spicca ancora una volta il Gaudenzio di Omar Montanari, che canta con sicurezza, timbro pieno, varietà di accento e fraseggio: grazie anche alla disinvoltura del tratteggio scenico, crea un personaggio ben calibrato, in bilico tra vanagloria e disarmante ingenuità.
Altra conferma positiva per il tenore argentino Francisco Brito. Il suo Florville è un valido “amoroso” per la voce agile e timbricamente gradevole, l’emissione controllata e la proprietà stilistica. Il Bruschino padre di Filippo Fontana è spigliato, simpatico, sempre a fuoco nella caratterizzazione: qualche discontinuità vocale non compromette il buon esito complessivo. Ottimo il contributo di Christian Collia nel doppio cammeo di Bruschino figlio e del Delegato di polizia, funzionale la presenza di Andrea Patucelli come Filiberto.
Nei panni di Sofia, Giulia Bolcato ha le carte in regole sotto il profilo stilistico ed espressivo, imprime al personaggio la giusta dose di civetteria sentimentale e cinica astuzia femminile, dando il meglio di sé nell’espressione lirico-patetica più che nel canto virtuosistico: nell’Allegro dell’aria “Ah donate il caro sposo” si difende nelle agilità, ma gli estremi acuti non sono perfettamente centrati.
Brava scenicamente ma vocalmente stimbrata la Marianna di Giovanna Donadini.

Teatro La Fenice – Stagione lirica e balletto 2017/18
IL SIGNOR BRUSCHINO
ossia il figlio per azzardo
Farsa giocosa per musica in un atto
Libretto di Giuseppe Foppa
Musica di Gioachino Rossini

Gaudenzio Omar Montanari
Sofia Giulia Bolcato
Bruschino padre Filippo Fontana
Bruschino figlio / Un delegato di polizia Christian Collia
Florville Francisco Brito
Filiberto Andrea Patucelli
Marianna Giovanna Donadini

Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Alvise Casellati
Regia Bepi Morassi
Scene e costumi Scuola di scenografia dell’Accademia di belle arti di Venezia
Scene Erika Muraro
Costumi Nathan Marin
Costruzioni Marta Zen
Light designer Vilmo Furian
Allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Progetto Rossini nel 150° anniversario della morte
Venezia, 27 aprile 2018

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