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Venezia, Palazzetto Bru Zane – Due operette in un atto

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Da qualche anno il Palazzetto Bru Zane, centro propulsore del repertorio francese più raro, si occupa di animare la vita culturale veneziana con proposte che, oltre a portare avanti un raffinato lavoro di ricerca musicologica, mirano a stimolare l’interesse e la curiosità del pubblico. Dopo il clamoroso successo di Les Chevaliers de la Table ronde (2016) e della curiosa produzione Votate per me! (2017), al Carnevale 2018 sono abbinate 2 operette in 1 atto. L’idea, felicissima già sulla carta, è ulteriormente valorizzata dalla scelta dei titoli: Les deux aveugles di Jacques Offenbach e Le compositeur toqué del citato Hervé.

Entrambi i lavori si collocano alle origini di quel genere che godrà di ottima fortuna durante la seconda parte dell’Ottocento e in buona parte del secolo successivo. Di Offenbach sono note le cifre peculiari dell’uomo e della sua opera, mentre, per quanto concerne Hervé, la situazione è decisamente più oscura. Quest’ultimo, il cui vero nome è Louis-Auguste-Florimond Ronger, ha un’esistenza particolarmente movimentata e poliedrica per talenti artistici: è musicista, librettista, attore, cantante, direttore d’orchestra, impresario e direttore di compagnia. Cresciuto come organista in alcuni centri religiosi, raggiunge la notorietà tra gli anni sessanta e settanta del XIX secolo. La frenetica attività compositiva si riversa in circa un centinaio di operette lodate, all’epoca, da pubblico e critica.
Nonostante la fama imperante di Offenbach, Hervé sa ritagliarsi il proprio spazio e cavalcare l’onda dei repentini mutamenti di gusto e stile. Ne è un perfetto esempio la gustosa Le compositeur toqué (Il compositore suonato) una buffonnerie musicale del 1854, su testo proprio, che anticipa, con talune bizzarrie, il futuro teatro dell’assurdo. Le battute sferzanti, gli equivoci linguistici, lo sbeffeggiamento dei colleghi sono ingredienti in grado, tutt’oggi, di far sorridere gli ascoltatori. Nonostante sia una delle prime manifestazioni accreditate dell’operetta, ha in sé tutta la forza della sperimentazione. Nel rapporto tra Fignolet, il compositore, e Séraphin, il servitore, sono ravvisabili le schermaglie tipiche che contrappongono un personaggio finto colto e superiore, all’altro di scarsa preparazione culturale ma scaltro e burlone. Considerando l’assidua frequentazione teatrale del pubblico ottocentesco, è indubbia la facilità con cui certi riferimenti parodici al mondo musicale sono stati immediatamente colti, apprezzati e derisi.
Allo stesso modo è stata recepita la sferzante critica offenbachiana di Les deux aveugles (I due ciechi) su testo di Jules Moineaux. Nonostante la tematica troppo “cruda”, a detta degli amici del compositore, il lavoro ottiene un successo clamoroso e spiana la strada al Mozart degli Champs-Élysées. La rappresentazione in scena della mendicità, tanto diffusa nella capitale francese, contribuisce a mostrare al mondo, con la comicità che assume però toni asprigni, la piaga della menzogna, del gioco e della prepotenza senza scrupoli. I parigini desiderano scongiurare le loro paure osservando i due finti ciechi disputarsi, sul Pont Neuf, il punto migliore per elemosinare avvalendosi della musica (suonano il trombone e il mandolino). Il tutto condito dalla genialità di Offenbach che satireggia con arguzia e non manca di sbeffeggiare i colleghi: Giacomo Meyerbeer attraverso la parodia di Robert le Diable e Gaetano Donizetti con alcune allusioni a Belisario.

Data la particolare complessità delle tematiche e lo svolgimento rapidissimo, costantemente mosso da doppi sensi e motti ironici, è necessario che gli interpreti, due, nel nostro caso, in rispetto a un decreto del 1807 che impone la presenza sul palco di massimo tre personaggi, siano attori preparati, disinvolti e, all’uopo, capaci di improvvisare, fungendo da spalla l’un l’altro. Al Palazzetto troviamo i tenori Raphaël Brémard, Patachon (Offenbach) e Fignolet (Hervé), e Flannan Obé, Giraffier (Offenbach) e Séraphin (Hervé), mirabili in entrambe le operette. Il primo porta con sé un bagaglio musicale di tutto rispetto, con frequentazioni assidue di vari generi, mentre il secondo, dotato di una preparazione scenica invidiabile, allo studio del canto affianca quello della recitazione alla quale dà ampio sfogo in scena, mostrando di saper gestire lo spazio offerto all’intuizione personale. La loro coesione, frutto delle numerose repliche dello spettacolo, è tale da far ridere di gusto i presenti, per la prova attoriale nei rispettivi ruoli, con dimostrazioni d’apprezzamento per la resa vocale, perfettamente calata nelle molteplici esigenze del funambolico genere buffo. Al pianoforte è seduto, con un po’ di trucco per il Carnevale e il fare burlone in sintonia con il contesto, Christophe Manien, artista poliedrico, abile nel stare al gioco dell’improvvisazione e nel risaltare ritmi e tempi degli spartiti.

Su tutti vigila la mano sapiente di Lola Kirchner, regia, scene e costumi. Il suo spettacolo non teme gli stravolgimenti e dimostra l’intelligenza di saper sfruttare lo spazio contenuto del Palazzetto. Il ponte offenbachiano è una piccola pedana rialzata, con il pianoforte nascosto sotto, sulla quale siedono i mendicanti che vivificano l’azione attraverso gesti e sguardi capaci di ricreare a perfezione lo spazio ideale. Le schermaglie strumentali (vengono sostituiti, ai previsti trombone e mandolino, un sassofono giocattolo e una mini chitarra elettrica) stanno alla base degli equivoci tra i due ed evidenziano la sottile vena patetica cui Offenbach riserva sempre spazio. Le dispute culminano in una serrata lotta, stile Star wars, con buffe spade luminose. Senza soluzione di continuità, e con mutazioni sceniche a vista, si passa alla camera d’artista dove Hervé posiziona le proprie malcapitate maschere. Qui è richiesta, se possibile, ancor maggiore personalità agli interpreti che devono porre alla berlina, con estrema disinvoltura, le fragilità umane. La Kirchner sa far divertire senza indulgere a effetti facili, che pure sono presenti ma con gusto e coerenza. Simpaticissimi gli agili e colorati costumi, decisamente azzeccati col periodo carnascialesco. Le luci sono curate da Cyril Monteil. L’ilarità manifestata dal pubblico durante la recita esplode al termine in applausi sinceri, a suggello del lavoro di qualità svolto dalla Fondazione Bru Zane.

Palazzetto Bru Zane – Stagione 2017/2018
2 OPERETTE IN 1 ATTO
Jacques Offenbach
Les deux aveugles
Hervé
Le compositor toqué

Tenore Raphaël Brémard
Tenore Flannan Obé
Pianoforte Christophe Manien

Regia, scene e costumi Lola Kirchner
Luci Cyril Monteil
Venezia, 12 febbraio 2018

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