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Trieste, Teatro Verdi – Lucia di Lammermoor

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Lucia di Lammermoor costituisce una summa della poetica e dell’estetica romantica. Se il romanticismo non è un sistema di pensiero che risponde a un’unica causa, ma un modo di sentire a cui si adeguano il modo di pensare, di fare poesia, arte, musica, Lucia, tratta dal dramma di Sir Walter Scott, The Bride of Lammermoor, ne è in qualche modo l’incarnazione perfetta.
Il desiderio di autodeterminazione e libertà, che in Verdi si esplica nel tema politico risorgimentale, mentre qui palpita nel desiderio della protagonista di compiere le proprie scelte, a dispetto della ragione di Stato e delle convenzioni personificate nel fratello Enrico; l’esplorazione dell’irrazionale, che aveva generato il Frankenstein di Shelley e il genere gotico e che attraverserà tutto l’Ottocento, non solo come fascinazione per il soprannaturale, ma anche indagine della follia (della mente la virtude a lei mancò) e della malattia, sino a diventare uno dei punti cardine del terzo romanticismo italiano; l’aspirazione a un ideale opposto alla realtà tetra e opprimente che se non sfocia in un’affermazione religiosa, e non è appunto il caso di Lucia, conduce a un vagheggiamento della morte come liberazione dai gioghi terreni (Ah se l’ira dei mortali fece a noi sì lunga terra … ne congiunga il Nume in ciel); la natura (le brume nordiche) come luogo e riflesso dell’animo umano e non solo elemento in cui si colloca la storia d’amore di Lucia e di Edgardo (udrai nel mar che mormora l’eco dei miei lamenti); tutto diventa parte integrante dei personaggi e della musica di Donizetti. Basti pensare alla celeberrima introduzione dell’arpa che accompagna l’entrata di Lucia e l’utilizzo che ne fa l’autore nella partitura; non si tratta di un semplice elemento descrittivo: il suono cristallino che evoca la luce lunare, l’acqua della fonte, l’evanescente fantasma che da essa si leva, è molto di più. È l’essenza della psiche e dell’anima di Lucia, la sua fragilità già proiettata in mondo diverso da quello in cui lei agisce e che sfocerà nella follia. Il duetto fra Enrico e Edgardo che apre il terzo atto – in questa edizione giustamente ripristinato, come prassi frequente ormai – non è una sfida a duello, ma un vero uragano che dall’animo dei due protagonisti si propaga nell’orchestra e nelle lande che circondano il castello di Ravenswood, con soluzioni che di lì a poco riprenderà in ben altro modo Wagner nel Die Fliegende Hollander (1843) e che in letteratura ritroviamo ad esempio in Cime tempestose di Emilie Brönte (1847). Follia e soprannaturale si esplicitano anche in un elemento che, almeno in musica, assume connotazioni nuove e diviene un tratto peculiare dell’epoca: il virtuosismo, espressione del demoniaco e in, Lucia, nel climax della scena della pazzia, espressione della frammentazione della sua mente.

Lo spettacolo realizzato da Giulio Ciabatti con le scene di Pier Paolo Bisleri per Teatro Verdi di Trieste è di impianto sostanzialmente classico e coglie tutti questi elementi. Si fa apprezzare per i bei fondali dipinti raffiguranti cieli notturni densi di nubi, fra cui fa a tratti capolino una grande luna che spande la sua luce su un impiantito argenteo che parrebbe evocare il suolo lunare. Forse l’interpretazione di qualche voce in sala che “essere lunatico” è sinonimo di follia non è del tutto peregrina. Nel primo atto le luci non corrispondo tuttavia pienamente alle intenzioni, risultando eccessive e prive di atmosfera. Funzionano meglio negli atti e quadri successivi, dove accanto all’altro elemento fisso costituito da due ampie facciate ottocentesche che chiudono le quinte laterali, si aggiungono ampi pannelli simili a lastre di metallo a formare gli interni. I costumi parrebbero trasporre l’azione all’epoca della composizione, come pure i fucili e le pistole che sostituiscono le spade, e non è cosa che disturba: i colori sono bene dosati e rispondono ai toni cupi della tragedia che incombe. Sono i particolari che a tratti inficiano l’insieme. La vasca in plexiglass per la fontana è francamente bruttina con le sue forme perfettamente angolari che lasciano trasparire ombre di sigillante; durante il duetto fra Lucia ed Enrico tre figure di donne entrano in scena recando il velo nuziale a Lucia e ritornano poi durante la scena delle nozze in una sorta di danza grottesca con cui accompagnano, personificandola senza che ve ne sia la necessità, anche la pazzia della protagonista. Sembrano piuttosto tre streghe dimenticate da una precedente rappresentazione di Macbeth, mentre alludere è spesso meglio che rivelare; la drammaturgia di Lucia è tutta costruita sull’allusione: la morte dell’ava dei Ravenswood, di Arturo e della stessa Lucia non sono rappresentate, come da tradizione antichissima, ma narrate. E l’unica morte sulla scena, quella di Edgardo, guarda oltre: allude a un’unione che sino a quell’istante non è stata resa possibile. Ma non si può negare che lo spettacolo nel suo complesso funzioni, incurante dell’andatura a tratti grottesca imposta ai cantanti dal suolo “lunare”.

Aleksandra Kubas-Kruk offre nel ruolo eponimo una prova non particolarmente felice. L’ingresso in scena ricorda nel gesto scenico, nell’uso dello staccato, nella resa delle acciaccature più una Linda o una Luisa Miller, sorvolando sullo stato d’animo reale di Lucia, dominato e alterato sin da subito dalla presenza dell’ombra della donna ivi uccisa. Le agilità sono fluide e le mezze voci, come il timbro, accattivanti, ma l’emissione non è omogenea e a tratti produce suoni fissi e calanti; gli acuti sono intonati con grande prudenza imponendo pause troppo prolungate prima del loro attacco. Dopo una recita discontinua, la scena della pazzia non convince: i virtuosismi sono aggressivi, come la recitazione, e i due sovracuti voluti dalla tradizione sono incerti e calanti, scoprono problemi di respirazione: volerli mascherare entrambe le volte con un grido che risulterebbe infelice anche per una Tosca in caduta da Castel Sant’Angelo, è un errore di stile, oltre che di tecnica, imperdonabile e che il pubblico saluta con un sostanziale silenzio e un tiepido applauso di circostanza.
Devid Cecconi ha un bel timbro e voce estesa, con acuti poderosi; conosce tuttavia l’emissione morbida, sa cantare a mezza voce. A volte i tempi serrati staccati in orchestra tolgono una elasticità soprattutto a certi recitativi, come quello d’entrata, ma il suo Enrico si fa apprezzare anche se la parte sembra essergli stretta. Carlo Malinverno nei panni di Raimondo esibisce un bel timbro di basso, ma non ha una linea di canto rifinita come il “belcanto” richiederebbe. La ripristinata aria “Cedi ah cedi” con relativa cabaletta è a tratti aspra e privo di senso di sgomento e terrore è il racconto dell’uccisione di Arturo da parte di Lucia.
L’autentica sorpresa della serata è l’Edgardo di Piero Pretti: vorrei anzi dire che mi è parso l’unico ad avere un approccio stilistico corretto. La voce è impostata molto bene e sale senza fatica sino al sovracuto nel duetto con Lucia; acuti perfettamente centrati e sostenuti che riempiono la sala. La parola è sempre sul fiato, il fraseggio elegante, incisivo senza mai sfociare in toni veristi o plateali: tutto è autenticamente “bel canto” da “Verranno a te sull’aure” a “Maledetto sia l’istate” sino a incisi come il dolente “tu delle gioie in seno”. Insieme a Cecconi, offre uno splendido attacco del celebre sestetto, con mezze voci che esprimono il moto di trattenuto furore in procinto di esplodere. Una prova convincente salutata da calorosi applausi del pubblico. Bene anche i comprimari, Giuseppe Tommaso come Arturo – forse un po’ troppo spinto –, Giovanna Lanza come Alisa e Andrea Schifaudo nei panni di Normanno.

L’Orchestra del Teatro Verdi suona molto bene, guidata dalla bacchetta di Fabrizio Maria Carminati che trova bei colori ed è attento alla dinamica anche di accompagnamenti solo apparentemente poco importanti. I tempi a tratti sembrano eccessivamente serrati, forse più in rapporto alla tradizione che all’idea dell’autore. Più elasticità in certi andanti e adagi forse aiuterebbe il canto melanconico di Donizetti a emergere in tutto il suo dolore. Il coro diretto da Francesca Tosi si riconferma come uno dei punti di forza del teatro, strumento malleabile tanto nell’amalgama delle voci che nella dinamica.

Teatro Verdi – Stagione lirica e di balletto 2017/18
LUCIA DI LAMMERMOOR
Dramma tragico in due parti e tre atti
su libretto di Salvatore Cammarano
dal dramma The Bride of Lammermoor di Sir Walter Scott
Musica di Gaetano Donizetti

Lord Enrico Ashton Devid Cecconi
Miss Lucia, sua sorella Aleksandra Kubas-Kruk
Sir Edgardo di Ravenswood Piero Pretti
Lord Arturo Bucklaw Giuseppe Tommaso
Raimondo Bibent Carlo Malinverno
Alisa Giovanna Lanza
Normanno Andrea Schifaudo

Orchestra, coro e tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Maestro del coro Francesca Tosi
Regia Giulio Ciabatti
Scene Pier Paolo Bisleri
Allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Trieste, 23 marzo 2018

 

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