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Trieste, Teatro Verdi – La serva padrona

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Forzando un po’ i fatti, si sarebbe tentati di parlare di corsi e ricorsi storici per le vicende che hanno accompagnato La serva padrona nell’arco di due secoli quasi. Immaginiamoci dapprima Giovanni Paisiello che, alla corte di Caterina la Grande nel 1781, trovandosi sprovvisto di un libretto nuovo da musicare, riprende quello dell’intermezzo di Gennaro Antonio Federico già messo in musica nel 1733 “dal fu Pergolesi” e che, in Francia, fu causa scatenante della celeberrima querelles des bouffons. E poi immaginiamoci, sul finire del secondo decennio del secolo scorso, Sergej Djagilev che, alla ricerca di una partitura per i suoi Ballets Russes, si imbatte, per così dire, nella poco nota versione di Paisiello e chiede a Ottorino Respighi di approntarne una orchestrazione nuova, intervenendo anche sui recitativi, che sarebbero diventati accompagnati, e con alcuni tagli. Tuttavia, quella che di fatto è una terza versione dell’opera (3.0 si direbbe oggi a un pubblico di giovani, e poco oltre spiegheremo anche questo punto) non fu rappresentata. Si era nel 1920 e, accantonato il progetto, la partitura andò dimenticata. Fu solo nel 1984 che, ritrovata e battuta all’asta, fu oggetto di una edizione critica a opera di Elia Andrea Corazza e fu messa in scena a Bologna.

Questa è la versione che il Teatro Verdi propone ora nell’ambito del ciclo Sempre Verdi da 0 a 100 (e +) e il cui interesse, dal punto di vista musicale e culturale, risiede proprio nell’operazione compiuta da Djagilev-Respighi. Il compositore bolognese si era occupato più volte della revisione di musiche di autori del XVI e del XVIII secolo, i cui echi, accanto a quelli derivati dagli studi del canto gregoriano, sono presenti in molte delle sue composizione originali sicché il suo intervento sulla partitura, se si dimostra nel complesso rispettoso dello stile dell’originale di Paisiello nel metter mano all’orchestrazione di arie e duetti, è più dichiaratamente scoperto, in maniera quasi programmatica, nella scrittura dei recitativi dove l’orchestra assume impasti sonori prettamente novecenteschi. In questa fusione di sonorità, credo, risiede la ragione che consente di assire di trovarci davanti a un testo musicale di fatto nuovo, specchio di quello sperimentalismo che parte proprio dalla riscoperta del repertorio antico a cui attingere nuova linfa vitale per un linguaggio che, ripensando a se stesso, si dimostrava consapevole della sua crisi.

La storia della partitura e delle sue diverse versioni, viene ripercorsa, a ritroso, dal regista Oscar Cecchi, qui in veste anche di scenografo, costumista, nonché autore dei testi recitati che precedono la Sinfonia e brevemente interrompono l’azione. L’idea in sé è accattivante: sul fondale, all’interno di una grande cornice dorata, vengono proiettate immagini di interni (un lussuoso appartamento con vista sul Golfo, i salotti di Civico Museo Revoltella e del Civico Museo Sartorio) e facciate di palazzi triestini che ripercorrono l’evoluzione del design d’arredo e dell’architettura, dai giorni nostri sino al secolo di Pergolesi, fissando, con una immagine in bianco e nero, un episodio storicamente rilevante: non sul piano dell’estetica musicale, come lo fu la rappresentazione parigina dell’intermezzo di Pergolesi, ma sul piano dell’Umano, o piuttosto del (Dis)umano: il rogo del Narodni dom, la casa del Popolo, sede delle organizzazioni slovene triestine, dato alle fiamme proprio nel 1920 – l’anno del progetto Djagilev e Respighi – dai fascisti e dai nazionalisti. Non una querelles des bouffons, ma il tragico simbolo di una stagione di odi che avrebbe scritto le pagine più cupe del Secolo Breve.
A questa idea narrativa se ne somma un’altra. Il ciclo ideato dal Verdi si propone di avvicinare il giovane pubblico (ma non solo) all’opera, ed ecco dunque che Cecchi affronta il problema della “musealizzazione” e divulgazione del melodramma facendo ricorso a video proiezioni che commentano, ora con didascalie ora con un linguaggio nuovo, quello degli sms, le azioni e i veri pensieri dei personaggi che agiscono sulla scena. Sin qui le cose funzionano bene. Dove si fanno meno convincenti, a mio avviso, sono proprio nell’azione che si sviluppa sul palco, in quel cappello iniziale affidato a Vespone (un simpatico Fumiyuki Kato, in una parte originalmente muta), in quei brevi scambi di battute fra lo stesso e il direttore d’orchestra a causa di un cellulare lasciato acceso, nelle scenette povere di contenuto ed estranee al testo e ad ogni proposito di divulgazione, musealizzazione o modernizzazione (Vespone che pretende cantare “Nessun dorma”) che sono stati aggiunti al libretto; o ancora ingenuità come il ricorso a battute in dialetto triestino, una captatio benevolentiae inutile e alla fine banale. Aspetti che alterano uno spettacolo altrimenti riuscito.

Buona la prova di Luca Galli nel ruolo di Uberto: esibisce un bel timbro baritonale e un volume considerevole, che sa controllare e piegare alle esigenze del canto buffo. Rinako Hara veste i panni di Serpina e si segnala soprattutto nell’esecuzione dell’aria “A Serpina penserete”, in virtù di un bel legato e di un timbro chiaro da soprano lirico, che tuttavia nel registro acuto perde smalto.
Il Maestro Carmine Pinto dirige con verve l’orchestra del Teatro Verdi da cui attinge una felice tavolozza di colori anche se ancora una volta nel corso della presente stagione la qualità del suono orchestrale, specie nella sezione degli archi, sembra inferiore che in passato. Bene il coro come sempre diretto dal maestro Francesca Tosi. Si replica sino al 28 dicembre.

Teatro Verdi – Sempre Verdi da 0 a 100 (e +)
LA SERVA PADRONA
Intermezzo in due parti di Gennaro Antonio Federico
Musica di Giovanni Paisiello
Orchestrazione di Ottorino Respighi
Realizzata per i Ballets Russes di Serge Djagilev
Edizione critica e ricostruzione di Elia Andrea Corazza

Serpina Rinako Hara
Uberto Luca Galli
Vespone Fumiyuki Kato

Orchestra, coro e tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Carmine Pinto
Maestro del coro Francesca Tosi
Regia, scene, costumi e testi recitati Oscar Cecchi
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Trieste, 13 dicembre 2018

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