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Trieste, Teatro Verdi – La fille du régiment

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Primo dei due titoli donizettiani previsti nel cartellone della stagione in corso, torna a Trieste La fille du régiment nella versione composta per L’Opéra-Comique nel 1840. È noto come alla sua prima rappresentazione parigina l’opera non fosse bene accolta, verosimilmente per i problemi accusati (e causati) dal tenore; ma se di ciò dovette in qualche misura godere Berlioz, il quale, poco salvando della partitura, rimproverava all’autore di invadere le scene francesi con la sua produzione, mentre Théophile Gautier salutava “la sua musica, così bella e valida” come in grado di ripagare “la cordiale ospitalità che la Francia gli offre in tutti i suoi teatri”, l’opera acquistò via via un crescente successo di pubblico che le arride ancora oggi. Merito, certo, della scrittura raffinata e della capacità tipica di Donizetti di affiancare allo stile comico ampi squarci lirici intrisi di autentico pathos, come nello splendido “Il faut partir”, o ancora “Pour me rapprocher de Marie” quasi a ricordare che nelle vicende e nell’animo umano, il riso e la felicità sono insidiati e nascono da dolore e abbattimento; ma anche del virtuosismo richiesto agli interpreti e della trama, tratta da fonte non individuata, che innesta la storia d’amore di Tonio e Marie su elementi classici del teatro comico che vanno dal soldato fanfarone, qui riletto nella figura di un padre geloso e smargiasso “collettivo”, alla doppia anagnorisis che svela Marie nipote della Marquise prima e poi sua stessa figlia, alla satira di certi usi e abusi nobiliari (la lezione di canto nel secondo atto ne è un esempio).

Lo spettacolo in scena al Teatro Verdi funziona molto bene: divertente, mai volgare, neppure quando interviene sulle parti parlate del libretto, si avvale delle belle scene di Pier Paolo Bisleri (realizzate per le rappresentazioni del 2009) e della regia di Sarah Schinasi, che cura anche le luci. Entrambi non hanno timore di farci bene capire che siamo a teatro. Un fondale dipinto nel primo atto ci offre l’illusione, al di là di due pareti di roccia scoscese come uno squarcio in un muro crollato, di un paesaggio alpino, mentre dalle quinte nere, le due pareti laterali di una immensa scatola scenica, entrano ed escono due pedane verdi, ondulate come il declivio di due piccoli colli su cui si muovono i personaggi. Il secondo atto è ancora più semplice, con l’ampia parete a vetri sullo sfondo, il lampadario a gocce sopra il pianoforte a coda e un divanetto a rendere tutta l’atmosfera pomposa del salotto “buono”, freddo e vuoto, della Marchesa. In questi spazi “chiusi” si muovono i personaggi, alla cui sobria gestualità è riservata una cura particolare perché non venga mai infranta la quarta parete.

Per quanto concerne il cast, va detto che se alla prima parigina il tenore fu, pare, causa del fiasco, qui il georgiano Shalva Mukeria è uno degli artefici principali del successo della serata. A lui è affidata una delle arie più impervie di tutto il repertorio operistico, la celeberrima “Ah mes ami” che con i suoi nove do sopra il rigo è fra i momenti più attesi dal pubblico. Mukeria la affronta con spavalderia e sicurezza, ottima intonazione e volume; ma è apprezzabilissimo in ogni pezzo, dal duetto del primo atto, alla stretta del finale primo alla dolente aria “Pour me rapprocher de Marie”, ben fraseggiata e controllata. Anche la sua recitazione è credibile: è un Tonio in cui riconosciamo il cugino montanaro di Nemorino, il giovane semplice e impacciato che si fa soldato per amore di Marie, interpretata da Gladys Rossi. Soprano dal volume non molto ampio, specie nell’ottava bassa, dove tende a scomparire a tratti, disegna in maniera credibile una simpatica ragazzotta cresciuta da uno stuolo di padri-soldato, più a suo agio nel reggimento che a intonare arie in un nobile salotto. La voce acquista maggiore spessore nell’ottava superiore e pare più a suo agio nelle pagine più liriche che in quelle virtuosistiche, peraltro qui non così numerose come altrove. Senza che le si possano addebitare pecche o mancanze particolari, la sua prova non sembra lasciare tuttavia il segno o librarsi oltre una generica correttezza. Pur fraseggiando bene in “Il faut partir”, ad esempio, l’arcata della frase non prende il volo, manca di quell’afflato, di quel quid che la pagina richiede. Più centrate risultano la lezione di canto e la seconda parte dell’aria del secondo atto dove piglio militaresco, volume, fraseggio trovano un bell’equilibrio. Andrea Borghini è Sulpice. Se al personaggio non sono riservate arie solistiche, nondimeno il giovane baritono riesce a farsi apprezzare per il bel timbro omogeneo, il fraseggio e l’estensione. Bella anche la prova del mezzosoprano Rossana Rinaldi, nei panni dell’apparentemente morigerata Marquise de Berkenfield. Fra i numerosi e validi comprimari – Dario Giorgelè, Giuliano Pelizon, Dax Velenich, Fumiyuki Kato – una menzione a parte va fatta per Andrea Binetti, qui impegnato nel ruolo en travesti della Duchesse de Krakentorp, un cameo tutto recitato con grande ironia e garbo, sulla scia della tradizione di Paolo Poli ed Elio Pandolfi, evitando il rischio di risultare volgare quando si decide di intervenire sul testo della sua parte introducendo alcuni doppi-sensi e giochi di parole giustificati da alcune assonanze del triestino con il francese, prassi comune nel teatro comico.

L’Orchestra del Teatro Verdi è diretta con mano sicura dal Maestro Simon Krečič; se nell’ouverture i colori orchestrali non sembrano sempre bene fusi, e il tema marziale degli ottoni risulta a tratti bandistico per un’insistente presenza dei piatti, il ritmo della narrazione è costantemente mantenuto e tutto il resto della partitura è suonato e diretto con piglio sicuro. Si fanno particolarmente apprezzare gli accompagnamenti ben cantati e curati – rara raffinatezza – delle pagine più patetiche, già sopra ricordate. Ancora una volta il Coro del Teatro Verdi diretto da Francesca Tosi offre il suo prezioso e importante contributo al successo di una serata calorosamente salutata dal pubblico numeroso.

Teatro Verdi – Stagione 2017/2018
LA FILLE DU RÉGIMENT
Opéra-comique in due atti
Libretto di Jean-François-Alfred Bayard e Jules-Henry Vernoy de Saint-Georges
Musica di Gaetano Donizetti

Marie Gladys Rossi
Tonio Shalva Mukeria
Sulpice Andrea Borghini
La Marquise de Berkenfield Rossana Rinaldi
Hortensius Dario Giorgelè
La Duchesse Andrea Binetti
Un caporal Giuliano Pelizon
Un paysan Dax Velenich
Un notaire, un soldat Fumiyuki Kato

Orchestra e Coro della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Simon Krečič
Maestro del coro Francesca Tosi
Regia e luci Sarah Schinasi
Scene Pier Paolo Bisleri
Allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Trieste, 16 febbraio 2018

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