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Trieste, Teatro Verdi – I puritani

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Il Teatro Giuseppe Verdi di Trieste ha inaugurato la Stagione d’opera e balletto con I Puritani di Vincenzo Bellini. Scelta indubbiamente accattivante, ma non priva di rischi vista la difficoltà esecutiva che presenta il capolavoro con cui il giovane maestro segna una svolta nella sua arte, rimasta senza successivi sviluppi a causa della improvvisa morte, e non solo per l’impervia parte del tenore, ma per tutta la scrittura della partitura.

Annunciato in principio un allestimento proveniente dal Teatro di Valencia, il Verdi ha optato in un secondo momento per uno nuovo, affidandolo alla regia di Katia Ricciarelli, già protagonista negli anni ottanta della ripresa della versione dell’opera adattata per la Malibran, e Davide Garattini Raimondi che si sono avvalsi della collaborazione di Paolo Vitale per le scene e di Giada Masi per i costumi. Ne è nato uno spettacolo di impianto tradizionale, che in tempi di riletture e rivisitazioni potrebbe fare storcere il naso a molti, ma che, potendo contare sulle esperienze e la indubbia pratica teatrale dei suoi ideatori e artefici, offre, a vantaggio del pubblico, una lettura coerente e solida dell’azione, e agli interpreti la sicurezza di una gestualità essenziale, posta tutta al servizio della musica. L’impianto scenico fisso colloca la storia in un austero palazzo che immaginiamo in costruzione per la presenza di numerose impalcature lignee che costituiscono diversi praticabili, permettendo uno sviluppo verticale della scena. Il lato sinistro dell’opprimente costruzione, incompiuto ancora, lascia scorrere lo sguardo libero su un fondale che, nel susseguirsi delle scene, muta progressivamente al trascorrere del tempo: dal notturno cielo iniziale, dominato da nebulose e stelle, all’alba, alla proiezione di nubi tempestose nel finale primo sino al tramonto del terzo atto. È uno squarcio su quella natura che la poetica romantica aveva irrimediabilmente stravolto rispetto ai secoli precedenti, rendendola riflesso dell’animo e delle passioni umani, e che qui, in questa lettura dell’opera, è resa giustamente protagonista, quasi ad ovviare una certa staticità complessiva del testo, in cui l’azione sembra procedere per sequenze paratattiche di singoli episodi – le incongruenze e una certa poca chiarezza del libretto di Pepoli sono note. L’impasto di colori dei costumi e delle luci è molto bello e suggestivo e contribuisce a dare unità a uno spettacolo ove il retaggio di una lunga tradizione acquisisce un suo senso e un significato.

Se l’aspetto visivo di questi Puritani funziona, l’esecuzione musicale pare meno convincente. Già si è detto della estrema difficoltà della scrittura che Bellini riserva qui alle voci e se da un punto di vista tecnico non ci sono rilievi particolari da fare, quella che sembra mancare è un’idea interpretativa generale che consenta il necessario gioco di colori ed accenti richiesto dalla partitura. Forse il primo responsabile è Fabrizio Maria Carminati, che risulta meno persuasivo rispetto a prove precedenti alla guida dell’Orchestra del Verdi. Se l’agogica, con tempi piuttosto veloci, risulta interessante, salvo in alcuni momenti quando genera alcuni ritardi e sfasamenti con il palcoscenico, è la dinamica ad essere povera. Il suono non è bello, mancano sia un amalgama fra i diversi settori dell’orchestra che la cura degli accompagnamenti che sono, al contrario, di assoluta importanza nel belcanto. Un esempio di questa lettura di routine è l’esecuzione della prima sezione del celeberrimo duetto fra Riccardo e Sir Giorgio “Il rival salvar tu dei” dove le biscrome degli archi suonano come private di ogni significato, graffiate. È la generale pesantezza della compagine orchestrale che sorprende e appiattisce il tutto in un ritmo complessivo di marcia, privando la melodia belliniana del suo ampio respiro e di un fraseggio chiaro e significativo. Musicalmente assistiamo quasi al processo contrario rispetto a quello adottato da registi e scenografi sul palco: là si crea un disegno unitario, nel golfo mistico si procede a una segmentazione esecutiva che rende complesso ai solisti risultare pienamente efficaci.

Ruth Iniesta – che alla prima aveva sostituito l’indisposta Elena Mosuc – canta correttamente, ha una voce chiara con un bel controllo dei fiati e delle agilità e un registro acuto sicuro, ma è più prossima ad Amina che ad incarnare il dramma di Elvira, i suoi deliri, le angosce dell’abbandono. Convince maggiormente nella seconda sezione del concertato “Vieni al tempio” e nell’andantino “O rendetemi la speme”, ma sembra non trovare il giusto accento per trasmettere il pathos del personaggio, quella dimensione alienata e lunare che rende la follia di Elvira differente dal mondo sognante di Amina: questa è fanciulla pura e umile, pronta al sacrificio (“come felice io sono felice ei sia”), Elvira è una donna gelosa, ferita, prossima a perdere la speranza e ad accettare la morte (“o rendetemi la speme, o lasciatemi morir”). Al suo fianco l’Arturo di Shalva Mukeria si segnala per la facilità del registro acuto, anche se il temuto fa naturale sovracuto del concertato “Credeasi misera” è omesso come quasi da prassi. Riconferma la buona impressione lasciata lo scorso anno dal suo Tonio nella Figlia del reggimento; voce da tenore di grazia, dotato di buon volume anche se di timbro non bellissimo, fraseggia bene – è forse da questo punto di vista il migliore della serata – canta con mezze voci appropriate alla ricerca di quell’agogica che latita altrove e risulta nel complesso un Arturo credibile. Mario Cassi veste i panni di Sir Riccardo Forth, disegnando un personaggio profondamente umano, guidato da sincero amore per Elvira e quindi anche da legittima gelosia e rabbia nel saperla amante e promessa sposa del rivale. Bel timbro baritonale, squillante in alto, la voce e il fraseggio suonano morbidi anche se nel complesso dà l’impressione di essere troppo concentrato sulla tecnica e l’emissione, sicché non tutte le idee musicali sembrano realizzarsi nella loro compiutezza. Alexey Birkus è Sir Giorgio. Il basso originario della Bielorussa ha un bel timbro anche se voce non particolarmente potente: specie nel registro grave non risuona molto; ma risolve con eleganza e senza alcuna forzatura la parte, a partire dal primo duetto con Elvira sino all’atteso “Suoni la tromba intrepido”. Chi sembra trovare colori e accento pienamente convincenti, seppure in una parte di non grande estensione, è Nozomi Kato che interpreta con bel timbro mezzosopranile e corposo Enrichetta di Francia. Preziosi e di ottimo livello la presenza e l’apporto di Andrea Binetti dei panni di Sir Roberton e di Giuliano Pelizon in quelli di Lord Valton. Il coro del Verdi, ottimamente preparato da Francesca Tosi, offre, come oramai ci ha abituato, un’eccellente prova, dimostrandosi uno dei punti di forza del teatro.
La recita a cui abbiamo assistito si segnalava purtroppo per una scarsa presenza di pubblico, piuttosto freddino nel corso dello spettacolo. Ma di ciò va chiesto conto anche all’immancabile bora che aveva sferzato per tutto il giorno la città.

Teatro Verdi – Stagione lirica e di balletto 2018/19
I PURITANI
Melodramma serio in tre parti su libretto del conte Carlo Pepoli
Musica di Vincenzo Bellini

Elvira Ruth Iniesta
Lord Arturo Talbo Shalva Mukeria
Sir Riccardo Forth Mario Cassi
Sir Giorgio Alexey Birkus
Enrichetta di Francia Nozomi Kato
Sir Bruno Roberton Andrea Binetti
Lord Gualtiero Valton Giuliano Pelizon

Orchestra e coro della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Regia Katia Ricciarelli e Davide Garattini Raimondi
Scene e disegno luci Paolo Vitale
Costumi Giada Masi
Maestro del coro Francesca Tosi
Trieste, 20 novembre 2018

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