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Treviso, Teatro Comunale – La traviata

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Amore e morte. Nell’allestimento in scena al Teatro Comunale Mario del Monaco di Treviso, Alessio Pizzech si ispira alle suggestioni funeree del titolo che Verdi aveva pensato originariamente per La traviata. Fin dal preludio è chiaro che per il regista il lutto si addice a Violetta: la vediamo su un divano, già devastata dalla tisi, assistita da Annina e dal dottor Grenvil, mentre una piccola folla vestita di nero è già pronta per il funerale. Sono le stesse persone che poi, all’inizio del primo atto, partecipano alla festa. Tutta l’opera è concepita di fatto come una sontuosa cerimonia funebre ottocentesca. Gli arredi scenici in stile impero realizzati da Davide Amadei, che firma anche i costumi, sono pochi: un paio di divani, qualche poltrona, un letto, drappi neri alle pareti. L’atmosfera dominante è luttuosa e diventa progressivamente sempre più claustrofobica, fino a togliere la luce, il respiro, la speranza. Nel terzo atto, accatastato il mobilio dietro al tendaggio nero, in scena resta solo Violetta in sedia a rotelle.
La cifra che Pizzech imprime all’allestimento, ridimensionando i contrasti delle atmosfere e forzando in qualche misura la drammaturgia, lascia perplessi, anche se la scelta ha una sua logica e, soprattutto, trova in parte riscontro nella musica di Verdi. È vero infatti che la partitura di Traviata è percorsa da motivi anapestici che fin dall’inizio preannunciano la morte di Violetta. L’uso di questa formula ritmica, un procedimento “negativo” definito da Frits Noske “la figurazione musicale della morte”, serve a preparare, direttamente o indirettamente, la scena finale. A livello drammaturgico, insomma, l’orchestra profetizza l’epilogo, intrecciando i motivi luttuosi con la dimensione brillante dell’opera. Una serie di presagi che nell’ultimo atto vengono sostituiti dalla realtà. Tuttavia Pizzech non tiene conto di questa progressione e concepisce l’intero spettacolo in funzione del tragico finale, rappresentando tutti i quadri in chiave funebre.
A non convincere sono anche altri aspetti. Penso alla presenza di Annina, trasformata in una figura quasi materna sempre al fianco di Violetta, di cui condivide i sentimenti anche con la mimica del viso, pronta a esibire ossessivamente – pure alla festa in casa di Flora – i fazzoletti macchiati dagli sbocchi di sangue. Ma penso soprattutto alla recitazione, ben poco in sintonia con le dichiarazioni di Pizzech che, nelle note di regia, parla di “uno spettacolo fatto di intimismo, vibrazioni emotive, sguardi intensi”. In realtà, sguardi, movimenti e gestualità sembrano attingere alla recitazione melodrammatica, retorica e artefatta del cinema muto e, a conti fatti, quello che si vede con corrisponde alle pretese concettuali del regista e alla sua intenzione di creare spazi psichici più che realistici. Non persuade in particolare il ritratto di Violetta, esteriore, enfatico e a tratti anche piuttosto volgare. Francesca Bertini, nella Signora delle camelie diretta da Gustavo Serena nel 1915, è al confronto un modello di recitazione sobria e misurata.

Il vero motore espressivo della Traviata trevigiana è la direzione di Francesco Ommassini. La cui lettura non ha l’ambizione di essere rivoluzionaria o alternativa, ma si basa su una concertazione di grande accuratezza, come capita raramente di sentire oggi a teatro. Che alle spalle ci sia un lavoro con i cantanti approfondito, lo si capisce dal fatto che tutti fraseggiano con ammirevole varietà e senso stilistico, nel rispetto puntuale dei segni d’espressione previsti da Verdi. Tutti danno senso e peso alla parola scenica, sono attenti alle sfumature, diversificano con gusto i “da capo” delle arie e delle cabalette. Per Ommassini, che opta per un’esecuzione integrale e filologicamente in regola (tolta qualche puntatura acuta evitabile) non ci sono appendici superflue da amputare a piacimento, come fanno altri direttori, a volte anche nei grandi teatri. Ogni aria, ogni cabaletta, bella o brutta che sia, rappresenta col suo “da capo” una tappa fondamentale del processo drammaturgico che fissa, o conferma, stati d’animo e risvolti psicologici importanti. Qua e là, magari, si vorrebbe qualche guizzo, un po’ più di estro, ma le sonorità dell’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta sono sempre commisurate alle esigenze del momento scenico e funzionali ai risultati espressivi.

Sostenuti da una concertazione così minuziosa e attenta, i cantanti danno il massimo dal punto di vista stilistico ed espressivo, mentre sotto il profilo strettamente vocale le prestazioni sono alterne. Quanto a correttezza di emissione e tenuta, la prova migliore è quella di Gilda Fiume. I suoni sono quasi sempre rotondi e centrati, sia a voce piena che nei piano e nei pianissimo; manca forse un po’ di mordente nelle agilità del “Sempre libera”, tuttavia le esigenze virtuosistiche del finale primo vengono soddisfatte. L’interprete, poi, risulta molto più immedesimata rispetto ad altre occasioni, animata nell’accento e nell’espressione. È vero che a tratti tende pur sempre a risolvere nel bel suono alcuni passaggi, ma nel complesso siamo di fronte a un’artista capace di rendere con efficacia i contrasti interiori e la psicologia di Violetta. E se la resa scenica non è del tutto convincente, la responsabilità, come già detto, è anche dell’impostazione registica.
Leonardo Cortellazzi è un Alfredo ben calibrato nello stile e capace di una linea di canto rifinita: sfuma le emissioni, fraseggia con gusto e morbidezza. Convince meno nei momenti estroversi e drammatici, dove si nota qualche difficoltà vocale: è il caso della cabaletta del secondo atto, penalizzata da inflessioni nasali e acuti calanti (compreso il do conclusivo).
Nei panni di Giorgio Germont, Francesco Landolfi canta con una vocalità un po’ irruvidita nel registro centrale, ma che conserva ancora buona timbratura e risonanza in quello acuto, come dimostra in “Di Provenza”. Per quanto possibile, il baritono si attiene alla varietà di fraseggio e alle insinuanti sfumature a cui lo indirizza la concertazione di Ommassini.
Funzionali gli interpreti impegnati nelle parti di contorno. Sono: Valentina Corò, Flora, Arianna Cimolin, Annina, Diego Rossetto, Gastone, Michele Soldo, Douphol, Fabrizio Zoldan, Marchese d’Obigny, Zhengji Han, Dottor Grenvil, Andrea Biscontin, Giuseppe, Luca Scapin, commissario/domestico. Efficace il contributo del Coro Benedetto Marcello preparato da Francesco Erle.
Il pubblico, compassato nel corso della recita, alla fine applaude tutti con cordialità.

Teatro Comunale Mario Del Monaco – Opera 2017/2018
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Violetta Gilda Fiume
Flora Valentina Corò
Annina Arianna Cimolin
Alfredo Leonardo Cortellazzi
Germont Francesco Landolfi
Gastone Diego Rossetto
Barone Michele Soldo
Marchese Fabrizio Zoldan
Dottor Grenvil Zhengji Han
Giuseppe servo di Violetta Andrea Biscontin
Domestico/Commissionario Luca Scapin

Orchestra Regionale Filarmonia Veneta
Direttore Francesco Ommassini
Coro Benedetto Marcello
Direttore del coro Francesco Erle
Regia Alessio Pizzech
Scene e costumi Davide Amadei
Light designer Roberto Gritti
Produzione: Teatri e Umanesimo Latino S.p.A. di Treviso,
Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, Teatro Sociale di Rovigo.
In collaborazione con Opera Studio del Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia
Treviso, 28 gennaio

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