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Torino, Teatro Regio – Turandot

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Dopo quattro anni di assenza, sul palcoscenico del Teatro Regio di Torino torna Turandot, l’opera incompiuta di Giacomo Puccini. E ritorna, per scelta del direttore musicale del teatro Gianandrea Noseda, come nella versione eseguita da Toscanini nell’aprile del 1926 al Teatro alla Scala, dove il sipario calava sulla morte di Liù.

La regia è affidata a Stefano Poda che cura anche scene, costumi, coreografie e luci. Come spesso accade nelle regie cosiddette concettuali, la drammaturgia risulta fortemente piegata alla lettura interpretativa. Turandot non esiste, lo dicono Ping, Pong e Pang, e da una lapidaria asserzione si sviluppa l’intera tessitura registica. Lo spettatore è accompagnato in un lungo e tortuoso viaggio nell’inconscio umano a contatto continuo con una celebrazione di amore ma soprattutto di morte. Gli unici colori presenti in scena sono quelli universalmente riconosciuti dalla letteratura etnologica come i colori del lutto: il bianco, il nero e il rosso. Il pubblico è ripetutamente portato al confronto con una serie di elementi primordiali, interamente slegati dal reale, che proiettano la scena, per l’intera durata dello spettacolo, in un ambiente diafano arricchito ora con qualche rimando plastico all’arte classica, ora con qualche richiamo a elementi di design, come la chaise longue Le Corbusier, dalla quale in preda a una sorta di delirium tremens Calaf risponde immobile agli enigmi di Turandot.
La decodifica del messaggio di Stefano Poda ne risulta pressoché immediata. Calaf è il creatore unico del complesso di immagini, di amore e morte, desiderio e mistero dell’intera vicenda. Tutto è reale ma solo nella sua mente. Turandot diviene protagonista di un gioco di riproduzione all’infinito come in specchi disposti uno di fronte all’altro e nella scena del disvelamento degli enigmi ritroviamo multipli di Turandot dappertutto: è il coro femminile che, con movimenti delle labbra, “mima” le parole della gelida principessa.
La riduzione psicanalitica della relazione con l’alterità presente in Calaf in qualche passaggio mortifica l’azione drammaturgica. Nel corso del primo atto il coro da protagonista dell’opera passa in secondo piano ed è collocato dentro la gabbia visuale bianco puro che caratterizza tutta la messa in scena. Il popolo di Pechino cede il passo a un preparatissimo corpo di ballo che riesce attraverso il linguaggio della gestualità a mettere in evidenza i nuclei di significato sui quali Poda ha voluto concentrare la rappresentazione. Movimenti scattosi e gesti quasi violenti non fanno altro che rimandare alla morte e alla paura della morte rappresentata dalla malvagità della principessa di gelo. Originale all’apertura del secondo atto l’ambientazione del nostalgico ricordo della terra d’origine dei tre ministri imperiali, i quali risultano occupati per tutto il primo quadro nel lavoro di ricomposizione in obitorio dei cadaveri di coloro che hanno fallito nella risoluzione degli enigmi.
Singolare anche la continua ricerca da parte di Calaf (e dello spettatore) della “vera” Turandot persa nello sguardo di decine di comparse tutte identiche fra loro. Tale espediente si prolunga forse eccessivamente e all’apertura del terzo atto il pubblico rumoreggia catalizzando l’attenzione sul limite più evidente di questa regia, ovvero la riduzione a zero dell’espressività individuale dei personaggi. Tale limite è solo parzialmente recuperato sul finale dell’opera. Liù non cade esanime ma cattura l’attenzione delle “mille” Turandot presenti sulla scena, mentre sparisce sul fondale accompagnata dalle note della trenodia funebre.

Rebeka Lokar, nel ruolo eponimo, si presenta con una voce robusta dotata di acuti particolarmente apprezzabili per la loro corposità. Notevole inoltre la sua capacità musicale nell’aria “In questa reggia” e nella scena degli enigmi. Il soprano sloveno si conferma in questa produzione interprete sicura del personaggio. Il tenore Jorge de León porta in scena un Calaf che fatica a mantenere costante il livello di presenza necessario. Vocalmente si percepisce uno strumento non particolarmente rifinito dal punto di vista timbrico, stentoreo nella zona grave dell’estensione, eccessivamente spinto in quella alta. Buona la performance in “Nessun dorma” che tuttavia non suscita l’applauso del pubblico. Liù è Erika Grimaldi, che porta sulla scena un personaggio particolarmente accurato, e che in questa edizione risulta preminente rispetto a Turandot. Il soprano astigiano utilizza uno strumento vocale caldo e omogeneo nell’emissione, dotato di particolare espressività nei filati, godibile e ricco di colori su tutta la linea. L’insieme di queste buone premesse si concretizza nell’esecuzione di un “Signore ascolta” da manuale. Nota di merito va al Timur impersonato da In-Sung Sim che – sebbene non risulti agevolato nell’acquisire credibilità del ruolo per questioni banalmente anagrafiche e sulle quali si è scelto di non ovviare – presenta un re tartaro di grande espressività che diviene perfino commovente sul finale d’opera con una voce corposa e mai vacillante nell’emissione. Caratterizzate da buon amalgama e musicalmente ineccepibili le performance di Marco Filippo Romano, Luca Casalin e Mikeldi Atxalandabaso rispettivamente nei ruoli di Ping, Pang e Pong. Antonello Ceron nei panni dell’imperatore Altoum presenta un personaggio terreno, poco ieratico: la sua interpretazione si offre al pubblico con una vocalità intima e non altisonante.

Domina per tutta la durata dello spettacolo la brillantezza con la quale Gianandrea Noseda conduce l’orchestra del Regio. La musica sembra staccarsi dalla mera scrittura per divenire personaggio della vicenda. Noseda, che si conferma ancora una volta direttore attento a mantenere sempre vivo il rapporto tra buca e palcoscenico, predilige una lettura caratterizzata da una certa impetuosità sonora, colorita, squillante e multiforme. Inappuntabili i massicci interventi del coro istruito da Claudio Fenoglio ed emozionanti gli inserti corali delle voci bianche del Teatro Regio e del Conservatorio Giuseppe Verdi.
Il finale dell’opera appare particolarmente ricco di pathos, il pianto su Liù vittima sacrificale riempie di emozione il teatro che, pur dovendo rinunciare al finale carico di trionfalismi di Alfano, riesce ad apprezzare a pieno il punto estremo e forse più alto della scrittura pucciniana. Cala così il sipario su una Turandot insolita, e mentre agli artisti il pubblico tributa applausi calorosi, al regista presente in sala non sono risparmiate contestazioni.

Teatro Regio – Stagione d’Opera 2017/2018
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti e quattro quadri
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
dall’omonima fiaba teatrale di Carlo Gozzi
Musica di Giacomo Puccini
Versione originale incompiuta

Turandot Rebeka Lokar
Calaf Jorge de León
Liù Erika Grimaldi
Timur In-Sung Sim
Altoum Antonello Ceron
Ping Marco Filippo Romano
Pang Luca Casalin
Pong Mikeldi Atxalandabaso
Un mandarino Roberto Abbondanza
Il principe di Persia Joshua Sanders
Prima ancella Sabrina Amè
Seconda ancella Manuela Giacomini

Orchestra e Coro del Teatro Regio
Coro di voci bianche del Teatro Regio e del Conservatorio “G. Verdi” di Torino
Direttore Gianandrea Noseda
Maestro dei cori Claudio Fenoglio
Regia, scene, costumi, coreografia e luci Stefano Poda
Torino, 20 gennaio 2018

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