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Torino, Teatro Regio – L’Orfeo

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Alla soglia dei quarant’anni Claudio Monteverdi, alla corte dei Gonzaga, consegna alla storia della musica il suo Orfeo. Uno spettacolo rappresentato per la prima volta all’interno di una galleria negli appartamenti privati della consorte del signore di Mantova. Qualcuno ritiene L’Orfeo il principio del melodramma ma in realtà nel 1607 Monteverdi rielabora già, grazie alla sua esperienza di madrigalista, il concetto di opera in musica nato a Firenze qualche anno prima e che aveva posto la musica a servizio della parola. Non sarà così per il cremonese a cui è riconosciuto il merito di aver stabilito un nuovo equilibrio tra i due elementi centrali del teatro musicale.

Il Progetto Opera Barocca del Teatro Regio di Torino giunge al quarto anno con la messa in scena per la prima volta all’interno della sala molliniana del capolavoro di Monteverdi. Nel nuovo allestimento, la regia di Alessio Pizzech affonda le sue radici nell’analisi strutturale della favola di Propp e porta sul palcoscenico del Regio uno spettacolo elegante. Nella lettura di Pizzech fondamentale emerge il progredire del tempo. Il mutare delle stagioni scandisce le sezioni narrative e rispecchia costantemente l’unità di azione nel susseguirsi dei cinque atti. La primavera è l’amore che sboccia benedetto da Imeneo, l’estate la compiutezza dell’unione con la donna amata, l’autunno reca con sé la struggente notizia della scomparsa di Euridice, l’inverno fa da cornice alla discesa agli inferi del semidio che tenta di riportare sulla terra il suo oggetto del desiderio. Orfeo parte da una condizione di raggiante spensieratezza ma presto il senso di compiutezza che lo pervade si frantuma, è in questo preciso spazio che si avvia un percorso di conoscenza di se stesso che troverà il suo acme poco prima della chiusura del sipario nelle parole di Apollo “Ancora non sai come nulla qua giù diletta e dura?”
In questa versione dell’opera non sono le baccanti rancorose per l’invettiva misogina di Orfeo ad avere l’ultima parola: Pizzech fa emergere dal golfo mistico Apollo consolatore che invita Orfeo a seguirlo in cielo mentre gli consegna una cetra raggiante. Lo spazio scenico dell’allestimento è costituito da un piano inclinato incorniciato da quinte e fondale che riprendono la forma dei raffinati soffitti a cassettoni rinascimentali. In questa ambientazione c’è spazio anche per altri elementi scenici mai pervasivi e sempre adoperati con misura: il prato fiorito del primo atto, la nave di Caronte nell’atto terzo, una pioggia di tronchi e rami privi di vita a schermare gli occhi di Euridice nell’attimo in cui lo sguardo dei due innamorati si incontra infrangendo le disposizioni di Plutone. Semplici e raffinati i costumi di Carla Ricotti, anche se alcune scelte sembrano incongruenti sul piano stilistico laddove si affiancano agli abiti di foggia antica giacche da uomo di taglio moderno che vestono gli spiriti infernali. Di un certo effetto risulta il dialogo tra Proserpina e Plutone i quali, una volta concessa la possibilità a Orfeo di riportare in vita la sua amata, dismettono dal volto le loro maschere argentate e si pongono sulle quinte della scena a osservare i gesti dell’innamorato. Divinità, dunque, che si piegano in qualche modo alle passioni umane accorciandone le distanze e che si rendono spettatrici fra gli spettatori della seconda e definitiva morte della ninfa.

Un elemento di pregio di questa edizione va necessariamente sottolineato e accomuna gli interpreti della vicenda che non appaiono mai bassorilievi immobili scolpiti in un’arcadia lontana perduta nei meandri di un mito millenario. Ciascuno di essi sembra vivere, gioire e dolersi delle vicende dell’uomo prostrato per amore. Protagonista indiscusso dello spettacolo, Mauro Borgioni porta in scena un Orfeo percosso nello spirito, animato da una vivace umanità che lo allontana da talune rappresentazioni scultoree del ruolo eponimo. Borgioni è dotato di una presenza scenica indiscutibile, domina il personaggio in tutte le sue sfaccettature, si muove abilmente nello spazio scenico e in quello psicologico presentando un protagonista sopraffatto dalla disperazione, dotato di una tenacia risoluta nell’impresa di smuovere anche gli inferi per riavere la sua Euridice. Provvisto di uno strumento vocale brunito e riccamente espressivo, affronta ogni passaggio con precisione e disegna un protagonista da manuale.
A Roberta Invernizzi nei panni della Musica e di Proserpina, sono affidati due momenti di particolare rilevanza: il prologo e la preghiera a Plutone. Il soprano si conferma come una delle maggiori interpreti del repertorio barocco, la sua personificazione della Musica catapulta gli spettatori nell’età aurea del mito, mentre nei panni di Proserpina appare convincente e ammaliante: trilli, abbellimenti e fioriture appaiono naturali e tutti eseguiti con il pieno controllo dello strumento vocale.
Francesca Boncompagni interpreta un’Euridice di particolare soavità. Sebbene i suoi interventi non siano numericamente così massicci, il soprano aretino tratteggia il personaggio della ninfa con una carica che risalta. Particolarmente toccante il suo “Così per troppo amore, dunque, mi perdi” del quarto atto.
Nei panni della Messaggera e della Speranza, Monica Bacelli risponde egregiamente alla doppia sfida di interpretare un personaggio latore di ombre sull’amore di Orfeo ed Euridice e di un personaggio che rappresenta la luce compagna del protagonista agli inferi. Forte di una vocalità solida, anche se dal colore diafano, il mezzosoprano risolve entrambi i ruoli con pathos intenso, anche se di segno opposto.
Il basso Luigi De Donato è un Caronte dotato di credibilità, presenza scenica e, tolta qualche sparsa incertezza nella zona grave, vocalità adeguata. Luca Tittoto interpreta Plutone e lo fa portando in scena un signore degli inferi che dimostra una forza espressiva rimarchevole, aiutato da un’emissione scura che non conosce alcuna esitazione. Il tenore Fernando Guimarães emerge per la sua accorata interpretazione di Apollo che pone fine ai tormenti terreni di Orfeo invitandolo all’apoteosi. Leslie Visco, Joshua Sanders, Luca Cervoni, Marta Fumagalli, Davide Motta Fré nelle parti di ninfe, spiriti e pastori con i loro interventi puntuali e musicalmente godibili completano l’ensemble dei solisti in scena.

L’Orchestra e il Coro del Teatro Regio di Torino affiancati dagli strumentisti della Cappella Neapolitana e dall’Ensemble strumentale La Pifaresca sono condotti da Antonio Florio. Se la celebre toccata iniziale dell’Opera di Monteverdi appare eseguita con cenni di timidezza interpretativa, l’agogica del maestro specialista in opera napoletana del Sei e Settecento prende corpo man mano che la tragedia si realizza. Da sottolineare l’ampia capacità di mettere in risalto attraverso l’accompagnamento musicale i cambi di atmosfera, soprattutto nei momenti in cui l’allegria pastorale cede il passo alla severità del regale e degli ottoni ampiamente utilizzati nel terzo e quarto atto. Inappuntabili gli interventi del coro curati da Andrea Secchi e le coreografie di Isa Traversi.
Lunghi applausi hanno accompagnato la chiusura del sipario su un titolo il cui successo potrebbe non essere così scontato. Più volte il pubblico che affollava il teatro ha chiamato gli artisti e il regista alla ribalta per manifestare il suo convinto apprezzamento.

Teatro Regio – Stagione d’Opera 2017/2018
L’ORFEO
Favola in musica in un prologo e cinque atti
Libretto di Alessandro Striggio
Musica di Claudio Monteverdi

La Musica e Proserpina Roberta Invernizzi
Orfeo Mauro Borgioni
Euridice Francesca Boncompagni
La Messaggera e La Speranza Monica Bacelli
Caronte Luigi De Donato
Plutone Luca Tittoto
Apollo e Primo pastore Fernando Guimarães
La Ninfa Leslie Visco
Eco e Secondo spirito Joshua Sanders
Primo spirito e Secondo pastore Luca Cervoni
Terzo pastore Marta Fumagalli
Quarto pastore e Terzo spirito Davide Motta Fré

Orchestra e Coro del Teatro Regio
Realizzazione del basso continuo
Strumentisti della Cappella Neapolitana
Direttore Antonio Florio
Maestro del coro Andrea Secchi
Regia Alessio Pizzech
Scene Davide Amadei
Costumi Carla Ricotti
Coreografia Isa Traversi
Luci Andrea Anfossi
Con la partecipazione dell’Ensemble strumentale La Pifarescha
Torino, 18 marzo 2018

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