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Roma, Teatro dell’Opera – La sonnambula

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Sono state molte le parole scritte sul rapporto di Giacomo Leopardi con la musica. Così, se è indubbio che la sua sensibilità poetica fosse influenzata anche dal mondo musicale, come testimoniano i suoi scambi epistolari con il fratello Carlo, allo stesso tempo non si può negare che molti dei sentimenti da lui trasposti in poesia siano a loro volta rifioriti anche nell’operismo coevo o di poco successivo. Ciò vale per le opere di Bellini che, in Sonnambula in particolare, sembra far rivivere attraverso le note e i timbri orchestrali lo spirito stesso degli Idilli leopardiani. Infatti in questa favola campestre in cui la “vaghezza”, parola cardine dell’estetica del poeta, è espressa non soltanto dai toccanti versi di Romani, ma anche dalle sospese melodie, si ha l’impressione di ritrovare una volontà creativa simile. Ne scaturisce un universo bozzettistico, al confine con la favola, che nasconde però, oltre l’orizzonte larmoyante, una profondità filosofica ed estetica assai più strutturata.
Non è casuale quindi che gli Idilli fossero già stati pubblicati nel 1825. In tal modo è ipotizzabile che Romani e Bellini, plausibilmente intrisi di queste letture, ne abbiano subito l’influenza poetica traslando nel linguaggio melodrammatico “il sentire comune degli animi sensibili” in bilico costante fra classicismo e romanticismo. Leopardi definisce queste composizioni come “Idilli esprimenti situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo”: non è forse una descrizione adatta anche per La sonnambula? La vicenda di Amina non rappresenta forse un’avventura dell’animo, intima e partecipe, cui tutti gli altri si prestano? Questa ipotesi è dettata anche dalla centralità della protagonista per cui l’opera è stata concepita: Giuditta Pasta. In effetti, nonostante l’ampio spazio lasciato agli altri, l’attenzione musicale e drammatica è concentrata su di lei e sulle reazioni di Amina agli eventi esterni. L’opera, in quest’ottica, sembra divenire creazione del suo animo, quasi manifestazione esteriore dei suoi pensieri, almeno sul fronte librettistico, in linea con lo spirito romantico che concentra il punto di vista principalmente sull’eroe, mentre la musica, grazie alle melodie nitide e alla essenzialità della scrittura orchestrale, assume toni più classici. Un perfetto connubio, questo concepito da Bellini e Romani, che si avvicina incredibilmente all’operazione di fusione fra forma e contenuto operata da Leopardi in sede letteraria.

La regia di Giorgio Barberio Corsetti sembrerebbe intuire questi due poli e, in qualche modo, tentare di sviluppare un dialogo fra di essi, per due vie: mettendo in rapporto fra loro, in termini di grandezza, gli oggetti di scena e sviluppando inoltre una doppia azione drammatica, una sorta di parallelismo continuo fra spazio scenico e spazio visuale. La scena allora si fa luogo di uno statico classicismo, il video si fa portavoce di una inquietudine romantica. I presupposti per una regia innovativa ci sono, ma il dialogo si inceppa sul fronte del dinamismo. Mentre i pregevoli video di Gianluigi Toccafondo scorrono tumultuosi e irruenti sul fondale (a volte illuminando l’azione, altre rimanendo meramente didascalici), la loro rapidità risulta in troppi momenti inefficace, quando non fuorviante, e spesso al di fuori della sincronia degli avventimenti scenici. Nello spazio del palco, poi, il regista ha dato vita a tre differenti dimensioni, evidenti dai diversi ordini di grandezza delle scenografie di Cristian Taraborrelli. Non privi di guizzo creativo, gli oggetti di scena – dalle casette illuminate al mobilio ottocentesco – sono accomunati dalle medesime forme: miniaturizzati in proscenio, adatti al gioco idealizzato fra le bambole, nella zona centrale essi acquistano monumentalità, trasformandosi in praticabili per gli interpreti. La loro maestosità però, limitata da un utilizzo assai scarsamente dinamico, resta il loro unico pregio. La misura di mezzo, cui si adatta la scena più farsesca di tutta l’opera, resta limitata a una realtà più borghese e, dunque, meno interessante anche dal punto di vista dell’organizzazione registica. In buona sostanza manca l’integrazione fra i due mondi, che viaggiano su velocità differenti senza mai incontrarsi davvero, ma restano solo giustapposti, paralleli, senza infondere nello sviluppo dell’azione alcuna novità.
Sono nella tradizione i costumi di Angela Buscemi, che punta a una sovrapposizione fra epoca di composizione dell’opera e di svolgimento dell’azione: su tutti il personaggio di Lisa è perfettamente modellato, dando all’interprete un piglio deliziosamente irriverente eppure perfettamente credibile, complice la duttilità scenica di Valentina Varriale.

Sul fronte musicale, gli orizzonti si ampliano e permettono di godere pienamente di questo capolavoro belliniano. Ciò accade perché tutti gli interpreti hanno voci adatte ai ruoli, mai fuori dal personaggio, che anzi è sviluppato sempre all’interno di una logica e di una estetica rispettosa del compositore. Ma anche e soprattutto grazie alla direzione di Speranza Scappucci che è energica e splendidamente chiara. Fin dall’inizio incede in orchestra come una imponente sacerdotessa, con grazia e autorità: le stesse doti che le permettono di imprimere su tutti, anche sul pubblico, la sua autorevolezza. Il teatro, gremito di giovani silenziosi e attenti, si affida a lei che lo fa sognare e gli scatena l’applauso fragoroso e partecipe alla fine di ogni numero. Il podio, che è da sempre territorio maschile, conquista dolcezza, con la sua presenza, ma anche estatica sospensione e cristallina espressività. Il gesto è ampio, ma senza esagerare, e le indicazioni dinamiche sono precise e mai eccessive. Anche se il suo territorio d’elezione si palesa nell’andante e nei cantabili, in cui riesce a far emergere la commovente vocalità belliniana, i tempi più mossi risplendono ugualmente di una levigatezza strumentale che guarda al neoclassicismo canoviano. Poco importa se le cabalette non sono proprio scoppiettanti come a volte ci si aspetterebbe, perché l’insieme funziona molto bene e la sintonia fra orchestra e palco è elettrizzante. Lo confermano tutti gli spettatori tributando grandi manifestazioni di gradimento alla conclusione dell’opera. La sintonia è raggiunta anche grazie al lavoro attento e vigile di Roberto Gabbiani e di tutto il coro.

Sul fronte dei protagonisti, come già anticipato, non si può che apprezzare il lavoro svolto nella selezione di un cast particolarmente felice. Il Conte Rodolfo di Riccardo Zanellato ha una voce matura e una cantabilità dolcissima che spiccano nell’aria “Vi ravviso o luoghi ameni”. Elvino è Juan Francisco Gatell che canta con sicurezza e intensità tutto il difficile ruolo, anche se in qualche passaggio la voce risulta un poco meno brillante. L’Amina di Jessica Pratt, poi, è cristallina, misuratissima nei recitativi in cui sa commuovere con un sospiro, pirotecnica nelle cabalette dove non perde occasione di sfoggiare sovracuti penetranti, ma anche elegante e teneramente malinconica nei cantabili. La ricordo, alcuni anni or sono, in un concerto in Auditorium già padrona consapevole di uno strumento affascinante, la ritrovo oggi più matura, più attenta alla scansione delle parole, più controllata nel legato che la accompagna intatto anche nei pianissimi più arditi, ma sempre ugualmente affascinante.
Un discorso a parte va fatto per i tre interpreti che provengono dall’esperienza del Progetto “Fabbrica” Young Artist Program. È capitato in altre produzioni di incontrare allievi di questo progetto e sempre con piacere sono stati sottolineati la capacità, le doti e la professionalità che li hanno contraddistinti. Anche in questa occasione non si può che confermare questo giudizio: la Lisa di Valentina Varriale è capricciosa quanto basta, ma vocalmente quasi perfetta a eccezione di qualche piccola imperfezione nell’aria di apertura; il personaggio di Teresa è stato illuminato da Reut Ventorero, non solo per il bel timbro, ma per l’ottima dizione e per una credibilità scenica notevole; resta, non da ultimo, l’Alessio di Timofei Baranov che ha un bellissimo timbro, poco udito a causa della limitatezza del ruolo.

Teatro dell’Opera – Stagione 2017/2018
LA SONNAMBULA
Melodramma in due atti
Libretto di Felice Romani
Musica di Vincenzo Bellini

Il Conte Rodolfo Riccardo Zanellato
Teresa Reut Ventorero**
Amina Jessica Pratt
Elvino Juan Francisco Gatell
Lisa Valentina Varriale**
Alessio Timofei Baranov *
* dal Progetto “Fabbrica” Young Artist Program dell’Opera di Roma
** diplomata “Fabbrica” Young Artist Program dell’Opera di Roma

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Speranza Scappucci
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia Giorgio Barberio Corsetti
Scene Cristian Taraborrelli
Costumi Angela Buscemi
Luci Marco Giusti
Video Gianluigi Toccafondo
Allestimento in collaborazione con Teatro Petruzzelli di Bari
Roma, 16 febbraio 2018, Anteprima giovani

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