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Roma, Teatro dell’Opera – La bohème

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Il Teatro dell’Opera di Roma, prima di trasferirsi nella sede estiva delle Terme di Caracalla, chiude la prima parte della sua stagione al Costanzi con una maestosa Bohème.
Un allestimento che sembra ispirato alle due fortunate serie del fotografo Michael Wolf – Architecture of Density (2003-2014) e Transparent City (2006), dedicate alla complessità delle città moderne – esposte a Milano nella mostra Life in cities. Il fotografo celebra la relazione tra densità umana e architettura urbana, fra interno ed esterno, allo stesso modo dell’impostazione registica di Àlex Ollé, fondatore de La Fura dels Baus, che mette in relazione i sentimenti e le azioni che si svolgono all’interno degli edifici con la città di Parigi. Non solo il rapporto dentro/fuori è modificato, ma anche l’immagine della capitale francese non è più la stessa: scomparse le tracce delle sue architetture ottocentesche, Parigi diviene una metropoli anonima, identica a mille altre città e alienante. Le imponenti strutture scenografiche di Alfons Flores hanno la duplice funzione di facciate dei palazzi, ma anche di praticabili, al cui interno (nei diversi piani) si sviluppano le unità abitative dei protagonisti o i caffè del secondo e terzo quadro. Si potrebbe imputare così una certa incongruenza fra alcune azioni che, per forza di libretto, andrebbero svolte fuori dalla vista, come tutte le scene sulle scale, e che di fatto rallentano o contrastano quanto drammatizzato dalla musica. Il problema però nasce nel momento in cui l’idea registica, pure efficace e di notevole impatto, va a scontrarsi con la idealità del linguaggio melodrammatico. Nell’opera la regia dovrebbe favorire se non i cantanti in senso stretto, cioè la vocalità e la cantabilità, almeno il giusto bilanciamento delle voci in scena, mentre in questo caso la disposizione degli artisti in strutture chiuse e spesso lontane dal livello del palco ha avuto esiti incerti. Questo si nota nel secondo quadro: anche se la folla variegata del Caffè Momus risultava appiattita frontalmente, lo scenografico ingresso del locale sapientemente valorizzato dalle magnifiche luci di Urs Schönebaum ha favorito la resa musicale, lasciando gli interpreti nel loro spazio d’elezione, cioè il piano del palco. In questo modo gli equilibri fra gli interpreti e la loro relazione con l’orchestra tornava naturalmente ad essere bilanciato. I costumi di Lluc Castells donano al complesso un colore vagamente vintage, mescolando giacche color canarino dal taglio anni Novanta (che ricordavano La grande bellezza) a pellicce dal taglio anni Ottanta, ma dedicando ai protagonisti un look davvero bizzarro e, a tratti, incomprensibile rispetto alla sensibilità del personaggio. Unico veramente azzeccato era l’abito di Musetta del secondo quadro.

La direzione di Henrik Nánási risente di due difetti principali: il volume eccessivo dell’orchestra e la scarsità di attenzione al dettaglio. Il piano e il forte risultano allora due mondi giustapposti, senza una sapiente scala di grigi che conduca l’ascolto dall’uno all’altro. Allo stesso modo, in questo continuo scarto, l’intesa fra orchestra e solisti risulta discontinua, come emerge più chiaramente nel terzo quadro. In tutta la lettura della partitura, poi, manca l’attenzione al dettaglio, una pausa che dia respiro alla melodia, quel senso di attesa e di sospensione che Puccini sa innestare con grande maestria nelle sue composizioni, dando l’impressione di una instabilità armonica solo lievemente accennata. Peccato, perché in alcuni passi il piglio giovanile del direttore sembra avere la stessa intensità del compositore toscano, ma sulla lunga distanza il conto è in difetto. Il coro, sotto la guida di Roberto Gabbiani, si è difeso assai bene in una parte limitata e poco felice.

La pur celebre Mimì di Anita Hartig non fa gridare al miracolo: ha pregi e difetti che possono renderla pregevole o discutibile a seconda dei passaggi. Il registro più debole è quello grave, dove però si giocano alcune frasi-chiave del personaggio. Per il resto, sa fraseggiare con gusto, smorzando e addolcendo il timbro dove è necessario, e certamente domina la parte, sebbene alcuni acuti non siano perfettamente equilibrati. Giorgio Berrugi ha incarnato un Rodolfo ugualmente alterno. La voce è rotonda, piena e vellutata, ma a volte manca dello squillo necessario, mentre riesce a cantare con una mezzavoce che incanta anche le frasi più ardue. La Musetta di Olga Kulchynska è bella, sensuale ed estremamente azzeccata al ruolo. La voce è timbratissima e il fraseggio pettegolo e civettuolo al punto giusto. Accanto a lei il Marcello di Massimo Cavalletti fa la sua figura, sia vocale sia scenica. La voce è scattante sull’acuto, brunita e piegata attentamente al fraseggio, mentre abito e capelli lo rendono assai simile a Thomas Milian nei panni der Monnezza. Simone Del Savio tratteggia uno Schaunard corretto, mentre il filosofo Colline di Antonio Di Matteo ha un colore da vero basso, ma una interpretazione ancora poco matura. Matteo Peirone nel doppio ruolo di Alcindoro e Benoît ha fatto sorridere per la somiglianza con certi personaggi dei B-Movie italiani anni ’70-’80.

Teatro dell’Opera – Stagione 2017/2018
LA BOHÈME
Opera in quattro quadri
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Musica di Giacomo Puccini

Mimì Anita Hartig
Rodolfo Giorgio Berrugi
Musetta Olga Kulchynska
Marcello Massimo Cavalletti
Schaunard Simone Del Savio
Colline Antonio Di Matteo
Alcindoro Matteo Peirone
Benoît Matteo Peirone

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
con la partecipazione della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Henrik Nánási
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia Àlex Ollé (La Fura dels Baus)
Scene Alfons Flores
Costumi Lluc Castells
Luci Urs Schönebaum
Nuovo allestimento in coproduzione con Teatro Regio di Torino
Roma, 13 giugno 2018

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