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Roma, Teatro dell’Opera – I masnadieri

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Nonostante il titolo scelto non sia un capolavoro assoluto di Giuseppe Verdi, ma una di quelle opere in cui si intravedono momenti di genio, ispirazione o imponente grandiosità di un’anima alla ricerca di un suo linguaggio specifico, in lotta titanica – romanticamente parlando – fra quello che il libretto propone e quello che la musica dispone, il nuovo allestimento de I masnadieri ha ricevuto una accoglienza sincera e partecipata dal pubblico del Teatro dell’Opera di Roma.
Se Schiller può giustamente essere considerato un novello Shakespeare (ad esempio l’eco di Re Lear si ritrova nel conflitto fra il genitore e i due figli), non altrettanto si può dire della riduzione librettistica di Maffei, che taglia le differenti situazioni con l’accetta, contrapponendole l’una all’altra, secondo l’esigenza del teatro musicale di quegli anni. I “numeri”, necessari eppure così rigidamente strutturati, limitano fortemente lo sviluppo del dramma, l’evoluzione delle coscienze dei personaggi e ancor più la credibilità di alcune azioni repentine, una per tutte l’omicidio conclusivo della protagonista. Tuttavia il fronte musicale cerca di riportare in alto il livello dell’opera: la pratica compositiva verdiana di questi anni fa già intravedere soluzioni armoniche e raffinatezze strumentali che si andranno delineando negli anni a venire, quando l’accostamento fra drammaturgia e composizione si farà sempre più vicino e troverà il suo equilibrio più completo.

Massimo Popolizio, eccellenza nel panorama teatrale e cinematografico italiano, si trova per la prima volta a confronto con una regia operistica, in cui luoghi, risorse e tempi hanno regole e usanze assai differenti rispetto alla sua esperienza nella prosa. Nonostante la frequentazione degli allestimenti lirici ronconiani, sciogliere i nodi avviluppati di certa drammaturgia romantica non è compito facile. E difatti sul fronte registico si riscontrano alcune debolezze: nulla si è fatto per bilanciare la staticità della struttura narrativa, anzi evidenziata da ingressi e uscite regolati quasi sempre dalle strutture scenografiche piuttosto che dal semplice agire degli interpreti. Questi ultimi, poi, hanno assunto per lo più pose di tradizione, alternando movimenti ingolfati e convulsi ad attimi di stasi poco illuminanti. La simbologia delle mani come mezzo di scambio e di fiducia (almeno per Carlo, Amalia e Francesco) è molto interessante, ma appena suggerita e già perduta, mentre il gioco degli scacchi cui si allude nella scena del figlio deforme, già anticipatore delle storture di un Rigoletto senza averne lo spessore umano, è quasi incomprensibile. La responsabilità è da imputare al differente linguaggio fra prosa, dove alcune soluzioni sarebbero state efficacissime, e lirica, in cui invece l’essenzialità e la tempistica del gesto e della luce possono giocare il tutto per tutto. È invece suggestivo l’allestimento scenico di Sergio Tramonti, che ripesca storici fondali spoletini, contestualizzati e rinnovati nel clima modaiolo del Trono di Spade – questo sì che piace – completato dai costumi di Silvia Aymonino e dalle luci di Roberto Venturi, a volte incomprensibilmente ingiuste verso i protagonisti abbandonati alla penombra. I video di Luca Brinchi e Daniele Spanò non aggiungono nulla allo spettacolo, ma anzi, dopo la loro suggestiva presenza durante il preludio, sembrano quasi disturbare la scena con ossessive ripetizioni di immagini didascaliche.

La direzione di Roberto Abbado è elegante, consapevole e raffinata fin dal preludio, in cui l’assolo del violoncello, scritto da Verdi per l’amico Alfredo Piatti, è splendidamente condotto. Nei diversi momenti dell’opera, poi, sa cogliere il colore orchestrale più adatto per la situazione drammatica e psicologica, ma anche sottolineare ed evidenziare le caratteristiche di ogni interprete al meglio, adoperandosi costantemente affinché sia la voce il “centro di gravità permanente” dello spettacolo, mai sovrastata dal flusso strumentale. Così le agilità di Amalia sono illuminate da studiati rallentando nella cabaletta, mentre è grandiosamente accompagnata la possanza baritonale di Francesco, registro vocale prediletto da Verdi come luogo di indagine psicologica oltreché musicale, e i lamenti del vecchio re trovano echi di malinconico struggimento nei suggestivi interventi strumentali.

Il cast è nel complesso efficace sul fronte musicale, a dispetto di alcune piccole imperfezioni, ma decisamente carente su quello scenico per la sua eccessiva staticità. Equamente suddiviso fra parti principali e parti secondarie, l’alternanza dei numeri musicali distribuisce altrettanto democraticamente la possibilità di mostrare le proprie doti sia sul fronte della cantabilità che su quello dell’agilità. Quest’ultima è quasi unicamente riservata alla protagonista femminile che proprio per questo, a volte, sembra innalzarsi nei cieli dell’idealizzazione invece di restare nelle ombre di uno sviluppo più drammatico e più aderente all’ambientazione, riservato invece alle altre voci. La parte di Amalia, infatti, fu scritta per Jenny Lind, il cui stile espressivo Verdi stesso considerava già superato, e forse per questo la sua vocalità si attarda maggiormente su un edonismo sonoro, sebbene non manchino attimi di acceso romanticismo soprattutto nei recitativi e nei duetti. Roberta Mantegna, diplomata “Fabbrica” Young Artist Program, ha tutte le carte in regola per interpretare questo ruolo, a partire da una voce agile, ma dal timbro rotondo e morbido, che arriva con facilità nel registro acuto, meglio se in mezzoforte o in piano, fino a giungere a una cantabilità impreziosita da un legato naturalmente malinconico. Le manca un pizzico di incisività nella scansione in qualche passaggio più acceso, come nel recitativo “Dall’infame banchetto io m’involai”, ma è un’interprete che promette grandi traguardi.
Molto interessante è Artur Ruciński nei panni di Francesco, perché la voce è brunita e omogenea in tutti i registri, fraseggia con gusto senza abbandonarsi a suoni volgari e riesce a rendersi credibile anche nei momenti scenicamente meno felici dell’opera. Gli manca l’opportunità di misurarsi con un’evoluzione psicologica del personaggio, anche se alcuni accenti della scena del sogno e del duetto con Moser hanno una profondità inaspettata.
Riccardo Zanellato è un re Massimiliano di gran lusso: il timbro vocale è ideale al ruolo di genitore e la sua figura possente ne sottolinea l’autorità. A tutto ciò affianca una maturità interpretativa in grado di illuminare in un istante il sentimento che la linea musicale suggerisce, con divorante tenerezza paterna. Il ruolo di Carlo è ricoperto da Stefano Secco con correttezza e coerenza. La scrittura vocale non è scontata perché insiste costantemente in una zona di passaggio che non è sempre risolta al meglio: così mentre in alcuni passaggi in mezzoforte il timbro è suggestivo e lunare, in altri, più eroici, la voce perde incisività e risulta meno brillante e, dunque, meno piacevole. Sul fronte scenico molte scelte registiche ne limitano l’azione, forse volendo isolare e idealizzare la figura del tenore romantico precursore del Trovatore, ma gli accenti di Manrico sono lontani e l’immobilità cui spesso è relegato risulta più un limite che un pregio. Stupisce l’Arminio di Saverio Fiore per la bellezza del timbro e la dolcezza di alcune frasi, mentre Dario Russo nel breve ruolo di Moser mette in mostra tutta la bellezza vellutata della sua voce di basso nobile oltre alla sua figura imponente.
L’orchestra, fra cui si distinguono alcuni solisti egregi, esegue al meglio l’interpretazione di Abbado e il coro, che Roberto Gabbiani prepara sempre con accuratezza, canta al meglio, ma si muove con impaccio in mezzo ai figuranti scatenati, più adatti alle 120 giornate di Sodoma che al romanticismo italiano.

Teatro dell’Opera – Stagione 2017/2018
I MASNADIERI
Melodramma tragico in quattro atti
Libretto di Andrea Maffei
da Die Räuber di Friedrich Schiller
Musica di Giuseppe Verdi

Massimiliano Riccardo Zanellato
Carlo Stefano Secco
Francesco Artur Ruciński
Amalia Roberta Mantegna
Arminio Saverio Fiore
Moser Dario Russo
Rolla Pietro Picone

Orchestra e coro del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Roberto Abbado
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia Massimo Popolizio
Scene Sergio Tramonti
Costumi Silvia Aymonino
Luci Roberto Venturi
Video Luca Brinchi e Daniele Spanò
Nuovo allestimento
Roma, 23 gennaio 2018

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