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Roma, Teatro dell’Opera – Die Zauberflöte

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Stupisce e diverte Die Zauberflöte al Teatro dell’Opera di Roma, spettacolo proposto in prima nazionale nell’allestimento proveniente dalla Komische Oper di Berlino e che, dal 2012, ha fatto il giro del mondo. Una ulteriore conferma che la fondazione si sta muovendo nel segno della ricerca e della continua indagine nella programmazione, senza dimenticare il coinvolgimento del pubblico. Il messaggio è chiaro: l’opera lirica può essere arte popolare anche quando si fa ricerca drammaturgica.
È quanto accade con l’ultimo capolavoro operistico di Mozart nella versione originalissima firmata da Barrie Kosky e Suzanne Andrade. Vale anzitutto la pena ricordare che il Singspiel concepito su libretto di Emanuel Schikaneder nel 1791 ha avuto due illustri trasposizioni cinematografiche: una nel 1975 con la regia di Ingmar Bergman, l’altra nel 2006 realizzata da Kenneth Branagh. Quest’ultimo impiegava già soluzioni vicine all’animazione computerizzata, che è il principio costruttivo del presente allestimento. Operazione tipica di quando le arti non hanno confine, diventano luogo dorato di perfomer che non hanno bisogno di “definire” l’attività artistica limitandone il campo, ma possono spaziare fra linguaggi, tecniche e simboli dando vita a un universo espressivo innovativo. Il cinema trasposto in teatro è quindi la matrice fondante di questo successo, complice un concept registico e un team di lavoro che fa capo al collettivo “1927”. Fondata nel 2005 dall’animatore e illustratore Paul Barritt e dalla scrittrice e performer Suzanne Andrade, la compagnia “1927” vince la sua prima sfida all’Edinburgh Festival Fringe per poi approdare nei più importanti festival e teatri internazionali con i suoi progetti originali e innovativi.

Per questo Singspiel, la triade Barrit-Andrade-Kosky recupera i miti e le immagini del cinema delle origini attraverso citazioni, suggestioni o vere e proprie copie conformi. Il lavoro si snoda su due piani fondamentali della messinscena: drammaturgia e scenografia. L’impianto è formato da un grande sipario rosso fuoco che si apre su una parete bianca estesa fino a coprire interamente lo spazio del boccascena. Su questa parete, alcuni passaggi permettono agli interpreti di “apparire” dal buio alla luce su diversi piani. Con l’ausilio di altri supporti scenografici minimi e neutri, a farla da padrone sono le proiezioni. Queste permettono una varietà pressoché infinita di cambi di scena, adattandosi di volta in volta alle molteplici situazioni. In questo modo lo stupore barocco dell’opera in musica può tradursi in un uso raffinato di supporti tecnici a perfezionare, idealmente, un universo artistico onnicomprensivo. Sul fronte drammaturgico, poi, tagliati i recitativi che si trasformano in didascalie da cinema muto (la matrice principale è l’espressionismo tedesco), i numeri musicali si susseguono con una coerenza anche più efficace perché le illusioni create trasmettono una apparente “veridicità” all’azione. L’assenza di supporti scenici reali, anziché impoverire, arricchisce lo spettacolo e lo rende fluido e coerente.
Così la graphic art si incontra con lo slapstick, Nosferatu di Murnau (Monostatos) con Buster Keaton (che di Papageno ha incredibilmente il medesimo carattere), Louise Brooks (Pamina) fugge per le terribili stanze del castello di Horace Walpole rivisitate da Escher, les triplettes de Belleville uscite da un dipinto di Otto Dix (le tre dame) si perdono in un mondo di gatti, lune e animali fantastici che va da Mèliés a Lewis Carroll, fino alle incursioni nel mondo del vaudeville (Papagena) e di Metropolis (Sarastro). Un universo parallelo di fantasia e inventiva senza sosta, proprio come la musica di cui incarna la vitalità e la complessità. Lo stupore si manifesta, infine, per la perfetta aderenza di questa creazione visiva all’esecuzione, ai gesti, agli atteggiamenti di tutto il cast: non un ingresso o un gesto hanno l’aria di essere improvvisati. La proiezione allora si fa drammaturgia, si fa musica e persino abito, considerando che molti degli interpreti – e in particolare la Regina della notte – non indossano che un tessuto anch’esso bianco. Il fatto che una performance simile avvenga in un teatro d’opera con un successo tale dimostra la portata della sperimentazione in questo campo e gli altissimi risultati raggiunti.

Sul fronte musicale, poi, è un piacere notare che le doti di Henrik Nánási, non pienamente valorizzate dalla Bohème di qualche mese fa, sono qui tutte chiarissime. Il maestro ungherese ha un’idea precisa e unitaria dell’opera – già diretta in molti teatri importanti – e guida gli artisti con sicurezza, piglio ed estro, supportandoli nei passaggi più difficili e slanciando le melodie con ardimento. A volte con quel pizzico di “forte” di troppo che si era notato anche in altro contesto, ma che stavolta non guasta perché gli equilibri sono molto più bilanciati. Lo spirito giovanile e divertito della sua direzione è perfetto per questo allestimento che, a tratti, strappa sorrisi al pubblico senza nulla togliere alla bellezza della musica mozartiana.

Il cast vocale fa del suo meglio sia sul versante scenico che su quello musicale, distinguendosi per precisione, aderenza e rispetto di tutte le indicazioni. La Pamina di Amanda Forsythe, dolce e allo stesso tempo incisiva, è perfetta in coppia con l’equilibrato Tamino di Juan Francisco Gatell, che sfoggia tutte le sue doti vocali senza risparmiarsi, ma anche senza eccessi e forzature. La Regina della notte, sfavorita dall’immobilità della sua posizione in scena, è Christina Poulitsi che affronta al meglio tutte le difficoltà tecnico-vocali del ruolo, brillando in particolare nel registro acuto e sopracuto. Gianluca Buratto veste i panni di Sarastro in maniera egregia: la voce si espande con facilità nella sala con colore ipnotico e penetrante timbratura. Il Monostatos di Marcello Nardis è eccellente sul piano scenico, ma se la cava ottimamente anche su quello vocale, entro i limiti di una parte meno interessante delle altre. Alessio Arduini è un Papageno delicato e ironico, ma dalla voce brunita, elegante nel fraseggio come nel gesto scenico. Accanto a lui la Papagena di Julia Giebel sprizza simpatia e canta con voce leggera. Ottime anche le tre dame di Louise Kwong, Irida Dragoti e Sara Rocchi, che assieme ai talentuosi Andrii Ganchuk, Domingo Pellicola e Timofei Baranov sono “figli” artistici del progetto YAP del Teatro dell’Opera. Infine, i cantori della Scuola di Canto Corale del Teatro dimostrano, nonostante la giovane età, di essere validi musicisti. Il coro diretto da Roberto Gabbiani completa degnamente un allestimento magnifico.

Teatro dell’Opera – Stagione 2017/2018
DIE ZAUBERFLÖTE
Opera in due atti
Libretto di Emanuel Schikaneder
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Pamina Amanda Forsythe
Tamino Juan Francisco Gatell
La Regina della notte Christina Poulitsi
Sarastro Gianluca Buratto
Monostatos Marcello Nardis
Papageno Alessio Arduini
Papagena Julia Giebel
Prima dama Louise Kwong*
Seconda dama Irida Dragoti*
Terza dama Sara Rocchi*
L’oratore Andrii Ganchuk*
Primo armigero Domingo Pellicola*
Secondo armigero Timofei Baranov*
* Dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
con la partecipazione della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Henrik Nánási
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia Barrie Kosky e Suzanne Andrade
Video Paul Barritt
Ideazione «1927» (Suzanne Andrade e Paul Barritt) e Barrie Kosky
Scene e costumi Esther Bialas
Drammaturgia Ulrich Lenz
Luci Diego Leetz
Allestimento Komische Oper di Berlino
Roma, 16 ottobre 2018

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