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Pavia, Teatro Fraschini – La voix humaine e Cavalleria rusticana

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Concepito lo scorso anno per il Comunale di Bologna, l’insolito dittico La Voix humaine/Cavalleria rusticana passa al circuito dei teatri di OperaLombardia dove ha debuttato con grande clamore al Teatro Fraschini di Pavia.
Un suggestivo fil rouge unisce le due opere, di primo acchito profondamente diverse fra loro, ed è la regista Emma Dante a darne rilievo. Elle e Santuzza, borghese la prima, proletaria la seconda, sono accomunate dal medesimo destino di sofferenza, a causa di un amore, finito o non più corrisposto, che porterà in entrambi i casi a un tragico epilogo: la pazzia della protagonista nel primo caso, la morte dell’amato nel secondo. La Dante pensa a due messinscene distinte e speculari: luminosa e asettica quella della Voix, buia e quasi opprimente quella di Cavalleria. Nel lavoro di Cocteau/Poulenc viene mostrato l’interno di un ambiente che sul principio fa pensare alla camera di un hotel, ma che con il progredire della narrazione assume l’aspetto di una stanza imbottita, di quelle in uso negli ospedali psichiatrici del secolo scorso. In questo spazio ambiguo, Elle, impegnata in una conversazione telefonica immaginaria, dà corpo ai suoi pensieri, che prendono vita e si materializzano fisicamente man mano che vengono evocati dalle sue parole. Ai fantasmi del passato, inondati di luce rosa come solo i bei ricordi possono essere, si alternano figure gelide e inquietanti: una coppia di infermiere dallo sguardo sadico, un medico dai modi sbrigativi, che non lascia trasparire alcuna empatia. In questo contrasto tra fantasia e realtà si consuma il dramma della protagonista, che inconsapevole del proprio stato mentale e del luogo in cui si trova, viene sedata fino a perdere i sensi.
Più simbolica ed evocativa la dimensione scenica di Cavalleria, dove la regista si trova nel proprio elemento naturale, cosa che le permette di epurare la vicenda da qualsiasi elemento oleografico con la massima disinvoltura, per concentrarsi sui connotati più essenziali di una sicilianità rivista e reinterpretata alla luce dei cambiamenti storici e culturali più recenti. Anche senza pupi e carrettini, dal palco si diffondono gli aromi del Sud, mentre l’attenzione si sposta su gesti e oggetti apparentemente semplici, ma che portano in sé significati remoti e seducenti: l’ondeggiare delle chiome, un velo di rossetto, uno spruzzo di profumo, dei ventagli colorati. Fa ricorso, poi, alla rappresentazione sacra, una sorta di pantomima della salita al Golgota di Cristo che porta la croce, per porre in evidenza la centralità e la funzione consolatoria della religione cattolica, instaurando parallelismi fra i personaggi dell’opera e i simboli religiosi (lampante, sul finale, l’accostamento nel piangere il figlio morto fra la Vergine Maria e Mamma Lucia). La visione della Dante viene supportata da un comparto tecnico di rilievo: Carmine Maringola alle scenografie, Vanessa Sannino ai costumi, Cristian Zucaro al disegno luci e Manuela Lo Sicco alle coreografie. Eccellenti, come sempre nei lavori firmati dalla regista palermitana, gli attori e i figuranti, capaci di imporsi grazie a una recitazione e a movimenti che sfuggono alle definizioni di genere e che sanno rimanere impressi nella memoria. Uno spettacolo ragionato, interessante e personale, indubbiamente meritevole di essere visto.

Francesco Cilluffo, alla guida dei Pomeriggi Musicali, rivela un approccio fin troppo cauto alla partitura di Poulenc, della quale non sottolinea a dovere gli improvvisi squarci sinfonici, mentre risulta solo in parte convincente alle prese con la musica di Mascagni. In particolare, dà di quest’ultimo una lettura appassionata delle grandi pagine d’insieme, peccando invece di scarsa partecipazione (e qua e là anche di scarsa attenzione) nell’accompagnamento dei momenti solistici, o comunque più intimi. Oltretutto, pare di capire che il suo gesto non sia ben decifrabile, come hanno dimostrato un paio di incomprensioni buca/palco, una delle quali occorsa durante la Voix humaine: situazione che ha quasi del paradossale, considerando che, se lo volesse, la Antonacci potrebbe cantare quel ruolo a occhi chiusi.

Splendida Elle, difatti, Anna Caterina Antonacci. Magnetica come solo poche altre interpreti contemporanee sanno essere, indossa i panni della donna che soffre per amore al punto di impazzire, con un’intensità e una verità espressiva che emozionano nel profondo. Elegantissima, mai sopra le righe sulla scena come nell’interpretazione vocale, si esprime con un francese morbido e arrotondato, capace di rendere ancora più seducente la prosodìa dell’idioma stesso. L’ultimo “t’aime”, così come lo declama questa Elle, mentre il farmaco che le scorre nelle vene comincia a fare effetto, è istante visivo e uditivo di rara potenza.

Sul versante Cavalleria, Teresa Romano si cimenta in una prova che, dopo una prima parte piuttosto disomogenea e stentata dal punto di vista prettamente vocale, prende quota e culmina in un intenso duetto al calor bianco con Alfio. La voce, però, risulta poco uniforme per colore e intensità rispetto ai diversi registri: abbastanza ampia e piacevole nella fascia centrale, tende ad assottigliarsi e inasprirsi in acuto, laddove, nelle discese alle gravi, pecca di aperture forse eccessive. Inoltre, si ha come l’impressione che il soprano tenda a cantarsi un po’ “addosso”, preoccupandosi sempre molto del “suono”, a discapito di una più opportuna e meglio scandita articolazione della frase. Ciononostante, riesce comunque a cogliere l’essenza di Santuzza, non rimanendo mai distaccata o peggio estranea al personaggio, ma prodigandosi, anzi, affinché il peso del fardello che porta sia veicolato con il necessario struggimento. Samuele Simoncini è invece un Turiddu giustissimo per qualità timbrica (già evidente nella bellissima Siciliana conclusa con un’ottima smorzatura), di voce vibrante, sonora e caratterizzato da un’emissione solida. Si dà con una generosità e un trasporto tali da accusare una lievissima stanchezza durante il confronto con il rivale: nulla che non possa essere risolto nel prosieguo delle recite e che certamente non va a inficiare la bontà assoluta della sua prestazione. Mansoo Kim non è un Alfio di quelli che lasciano imperituro ricordo; un poco legnoso nella sortita, canta tuttavia correttamente e sa ritagliarsi alcuni buoni momenti nel corso della scena con Santuzza. Francesca Di Sauro fa esprimere Lola con accenti melliflui, molto appropriati, e le dona il fascino di una giovinezza leggera e spensierata. Giovanna Lanza trasmette, sia vocalmente che scenicamente, il lato più severo e introverso di Mamma Lucia, facendone una figura irrigidita i cui silenzi e occhiate possiedono in realtà un’eloquenza del tutto particolare.

In un’opera dove gli episodi corali assumono un ruolo tanto rilevante, è doveroso elogiare il lavoro svolto da Diego Maccagnola nel preparare un Coro OperaLombardia in stato di grazia, capace di un ventaglio quantomai variegato di dinamiche, sempre perfettamente a fuoco, e di un suono giovane e fresco, compatto e preciso a tutte le altezze (bellissimi, per inciso, i si acuti dei soprani). Al termine, il pubblico del Fraschini ha decretato pieno e incondizionato successo per tutti, richiamando numerose volte alla ribalta i protagonisti di entrambi i titoli.

Teatro Fraschini – Stagione d’opera 2018/2019
LA VOIX HUMAINE
Tragedia lirica in un atto dalla tragedia omonima di Jean Cocteau
Musica di Francis Poulenc

Elle Anna Caterina Antonacci

CAVALLERIA RUSTICANA
Melodramma in un atto dal dramma omonimo di Giovanni Verga
su libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci
Musica di Pietro Mascagni

Turiddu Samuele Simoncini
Alfio Mansoo Kim
Santuzza Teresa Romano
Lola Francesca Di Sauro
Mamma Lucia Giovanna Lanza

Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coro OperaLombardia
Direttore Francesco Cilluffo
Maestro del coro Diego Maccagnola
Regia Emma Dante, ripresa da Gianni Marras
Scene Carmine Maringola
Costumi Vanessa Sannino
Luci Cristian Zucaro
Coreografia Manuela Lo Sicco
Allestimento della Fondazione Teatro Comunale di Bologna
Pavia, 17 novembre 2018

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