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Parma, Teatro Regio – Rigoletto

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Se amate le “operazioni nostalgia”, il Rigoletto che inaugura la stagione del Teatro Regio di Parma fa per voi. Ci si siede in poltrona, si tira un bel respiro e… magia! in un attimo si è catapultati indietro di trent’anni. Non manca proprio nulla: allestimento sontuoso e un po’ barocco, lettura musicale di tradizione (bando alle edizioni critiche), pubblico vivace e chiassoso, bis di rito, e, soprattutto, protagonista mattatore, che a ogni mossa manda in visibilio gli affezionati.

Leo Nucci festeggia le sue nozze d’oro con la lirica, e Parma, che lo ha adottato con tanto di patentino (è di qualche anno fa la sua nomina a cittadino onorario), lo celebra con uno spettacolo cucito su misura. L’orologio non guarda in faccia nessuno, e anche il grande baritono deve farci i conti. Nel primo atto alcune mende vengono mascherate con trucchi del mestiere: la voce è un po’ strascicata, il passo ritmico non sempre quadrato, le zona grave del registro suona affaticata. Ma dopo l’intervallo i motori sono caldi, e allora si può toccare con mano quanto pregiata sia ancora la stoffa dell’artista. L’anatema scagliato contro i cortigiani è un colpo allo stomaco, e nelle suppliche a Marullo si riconosce l’autentica angoscia di un padre disperato. Nucci mostra ancora acuti limpidi e rotondi, ma quel che più colpisce della sua interpretazione – e che da sempre è il suo marchio di fabbrica – è l’espressività del fraseggio e dell’accento: ogni inflessione mira a restituire il senso della parola, anche al di là della bella intonazione.

Come in ogni cerimonia che si rispetti, tutti gli onori sono per il festeggiato: sia nel bene che nel male. A tratti, infatti, gli altri protagonisti sembrano quasi soggiogati dalla potenza scenica di Nucci. Chi regge meglio il passo del baritono è senza dubbio Jessica Nuccio, chiamata a vestire i panni di Gilda. Al di là delle venature metalliche degli acuti e di un vibrato talvolta mal dosato, il soprano sa estrarre dal cilindro suoni filati, mezze voci, e salti all’acuto di ottima qualità. Gli applausi a “Caro nome” sono tutti meritati, ma anche le pagine in cui il sentimento prevale sulla tecnica trovano giusta valorizzazione: ne sono prova le strazianti battute finali con le quali Gilda saluta per sempre padre e vita. Corretta ma fin troppo guardinga è invece la prova di Stefan Pop nel ruolo del Duca di Mantova. Il tenore romeno possiede timbro caldo, voce omogenea e ottima dizione, ma la sua interpretazione risulta povera di quegli accenti che forniscono carattere a una parte un po’ piatta dal punto di vista drammatico. Giacomo Prestia fa valere tutta la sua esperienza nel delineare uno Sparafucile asciutto e incisivo, pregevole per brunitura timbrica e presenza scenica, mentre Rossana Rinaldi ha il merito di instillare la giusta dose di malizia in una parte concisa ma delicatissima come quella di Maddalena. Fra i ruoli di contorno si distinguono Carlo Cigni, un Monterone autorevole, ed Enrico Marabelli, chiamato all’ultimo istante a sostituire l’indisposto Marco Nisticò, eppure ben calato nelle vesti di Marullo.

Francesco Ivan Ciampa è un direttore giovane che tiene il timone come un lupo di mare. Con gesto ampio spinge l’Orchestra dell’Opera Italiana in forti contrasti di dinamica e di colore, ma la sua principale preoccupazione è sostenere e assecondare il naturale eloquio dei cantanti. Per ritrovare la levità e la raffinatezza che Verdi cola nella partitura bisognerà guardare altrove, ma l’approccio pragmatico di Ciampa ha il merito di mantener serrati ranghi che tendono (spesso) a sfilacciarsi. Il Coro del Regio, preparato da Martino Faggiani, fornisce un ottimo apporto dal punto di vista musicale, ma risulta piuttosto impacciato a livello scenico.

La regista Elisabetta Brusa contrappone infatti all’opulenza di scenografie e costumi (concepiti da Pier Luigi Samaritani nel lontano 1987) la stringatezza dei movimenti delle masse. A conti fatti, però, l’effetto non è particolarmente riuscito, e non riesce a svecchiare più di tanto un impianto che mostra tutti i suoi anni. Ciò non toglie che sia proprio la messinscena, con i suoi ori e i suoi velluti, uno degli elementi più apprezzati dal pubblico.
Gli applausi sono calorosissimi, e virano al tripudio quando Rigoletto e Gilda, a sipario calato, bissano “Sì, vendetta, tremenda vendetta”: giusto riconoscimento a un mito vivente dell’opera come Leo Nucci.

Teatro Regio – Stagione d’Opera 2018
RIGOLETTO
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave
dal dramma Le roi s’amuse di Victor Hugo
Musica di Giuseppe Verdi

Il Duca Stefan Pop
Rigoletto Leo Nucci
Gilda Jessica Nuccio
Sparafucile Giacomo Prestia
Maddalena Rossana Rinaldi
Giovanna Carlotta Vichi
Conte di Monterone Carlo Cigni
Marullo Enrico Marabelli
Matteo Borsa Giovanni Palmia
Conte di Ceprano Daniele Terenzi
Contessa di Ceprano/Un paggio Arianna Manganello
Un usciere Tae Jeong Hwang

Orchestra dell’Opera Italiana
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del coro Martino Faggiani
Regia Elisabetta Brusa ricordando Pier Luigi Samaritani
Scene e costumi Pier Luigi Samaritani
Luci Andrea Borelli
Allestimento del Teatro Regio di Parma
Parma, 14 gennaio 2018

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