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Parma, Teatro Regio – Attila

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Due folate di applausi salutano l’Attila del Festival Verdi. La prima monta commossa a sipario ancora calato, quando lo speaker annuncia che la rappresentazione è dedicata alla memoria dell’inarrivabile Montserrat Caballé; la seconda risuona festosa alla fine della recita, a salutare tutti gli interpreti. Un allestimento di successo, quello prodotto dal Regio di Parma in collaborazione con il Teatro dell’Opera di Plovdiv: un successo forse favorito dal fatto che si tratta di uno spettacolo ben distante dalle sperimentazioni che caratterizzano gli altri due titoli parmigiani del Festival, Macbeth e Le trouvère.
Andrea De Rosa firma una regia di impianto molto (qualcuno direbbe troppo) tradizionale, con Attila impellicciato e i romani togati, ma fatta con eleganza e precisione. Roccia lavica al suolo, un muro squarciato sul fondo, bellissime luci di sapore cinematografico (curate da Pasquale Mari) dipingono atmosfere plumbee, cariche di sofferenza e distruzione. La prima scena, agìta sulle note del preludio orchestrale, mostra una squadraccia di Unni scovare e trucidare donne e bambini nascosti in antri sotterranei. Una fuggitiva si prostra ai piedi di Attila supplicando grazia, ma il condottiero, dopo averla blandita con una carezza, la sgozza compiaciuto. Ecco così svelato, fin dalle prime mosse, un mondo governato dalla violenza e dall’inganno, in cui non c’è spazio per la pietà, la compassione, la fedeltà: in nessun caso. Non si prova simpatia per Attila, ma nemmeno per Odabella: entrambi tradiscono e ammazzano. Certo, a lungo andare il continuo sguainar di spade e coltelli può venire a noia, e alcune soluzioni, se rapportate a un impianto di base fortemente realistico – malgrado velleità oniriche dichiarate nelle Note di regia – paiono opinabili. Una su tutte: Attila che si lascia uccidere inerte, e pronuncia la fatidica domanda “E tu pure, Odabella?” prima di essere pugnalato, e non dopo, annacqua e rende ambiguo uno scioglimento drammatico tanto vertiginoso quanto perfetto. Ciò detto, non si può negare che la cifra registica sia chiara e, in ultima battuta, efficace.

Tradizionale la messinscena, tradizionale la direzione. Con Gianluigi Gelmetti al timone la navigazione è tranquilla: le emozioni non sono tante, ma di ambasce nemmeno l’ombra. La buona intesa tra buca e palcoscenico rivela una concertazione solida, e la Filarmonica Toscanini, ordinata e volenterosa, viene sollecitata soprattutto a mantenersi coesa e a mostrarsi muscolare negli scarti dinamici. Nell’affrontare una partitura che echeggia i lussi orchestrali del grand opéra francese, qualcosa in più in termini di varietà coloristica si sarebbe forse potuto tentare. D’altro canto, Gelmetti merita encomi per essersi prestato ad aprire tagli consueti (finalmente delle cabalette si eseguono anche le ripetizioni), a conferma dell’approccio filologico intelligente, non pedante, che caratterizza tutte le produzioni del Festival di quest’anno.

Sul versante vocale si trova una squadra che, in gergo calcistico, sarebbe da media-alta classifica. Ottimo l’Attila di Riccardo Zanellato: la voce è copiosa, il timbro brunito, il fraseggio espressivo. A volte l’ambivalenza del personaggio – feroce sì, ma fierissimo e nobile – stenta a emergere: ma cattivo deve essere, secondo la regia, e cattivo è. Nei panni di Odabella, la prova di Maria José Siri è di onesto mestiere, e poco più: il fraseggio è curato e gli afflati lirici ben restituiti (apprezzabile la cavatina “Oh! nel fuggente nuvolo”), ma la padronanza del canto virtuosistico richiesta dalla parte (difficilissima, beninteso!) talvolta viene a mancare. Convince Vladimir Stoyanov, che offre a Ezio voce omogenea e una nobiltà di fraseggio e di portamento che contrasta con l’immagine infida del personaggio che si è soliti incontrare. Piace anche il Foresto di Francesco Demuro: il volume non è il punto di forza del tenore, ma il timbro squillante, la pulizia d’emissione e la caparbia presenza scenica gli fanno guadagnare meritati consensi. Notevole, soprattutto, per slancio passionale, la sua interpretazione della scena della fondazione di Venezia, alla fine del Prologo, dove lo affianca un Coro del Regio che, vuoi per la sua padronanza del repertorio del primo Verdi, vuoi per il ruolo centrale che ricopre in quest’opera, è in uno stato di vera grazia. I due ruoli comprimari trovano infine interpreti coscienziosi: autorevole e imponente, anche a livello attoriale, il Leone di Paolo Battaglia, più che corretto l’Uldino di Saverio Fiore.

Teatro Regio – Festival Verdi 2018
ATTILA
Dramma lirico in un prologo e tre Atti, libretto di Temistocle Solera
completato da Francesco Maria Piave,
dalla trilogia Attila, König der Hunnen di Zacharias Werner
Musica di Giuseppe Verdi
Edizione critica a cura di Helen M. Greenwald
The University of Chicago Press, Chicago e Casa Ricordi, Milano

Attila Riccardo Zanellato
Odabella Maria José Siri
Ezio Vladimir Stoyanov
Foresto Francesco Demuro
Leone Paolo Battaglia
Uldino Saverio Fiore

Filarmonica Arturo Toscanini
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore Gianluigi Gelmetti
Maestro del coro Martino Faggiani
Regia e scene Andrea De Rosa
Costumi Alessandro Lai
Luci Pasquale Mari
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma, in coproduzione con
State Opera Plovdiv, Città Capitale della Cultura Europea 2019
Parma, 6 Ottobre 2018

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