Chiudi

Palermo, Teatro Massimo – I puritani

Condivisioni

Sfogliando la cronologia del Teatro Massimo di Palermo, ci si accorge che un’opera come I puritani, frequentata ma con qualche riserva, in particolare per le notevoli difficoltà vocali, nel capoluogo siculo è sempre rimasta in repertorio, con riprese costanti durante l’intero Novecento, potendo contare, oltretutto, su contributi canori di tutto rispetto. Non è un caso che, a un decennio appena di distanza, la partitura torni a calcare il palcoscenico palermitano, accolta da un pubblico festante e particolarmente attento. Lo spirito belliniano, legato indissolubilmente alla terra siciliana, desta un profondo affetto e un forte senso d’appartenenza che si esprime nell’attenta ricezione teatrale. A tutto ciò s’aggiunga il provvidenziale utilizzo dell’edizione critica, curata da Fabrizio Della Seta, che ha il grande merito di rendere disponibile, nella sua interezza, la musica composta dall’autore. Si ascoltano dunque una parte del duetto Elvira-Arturo dell’ultimo atto (a partire dal verso “Ah perdona! Ell’era misera” con il seguente cantabile “Da quel dì che ti mirai”) e la cabaletta a due, sempre per Elvira e Arturo, nel finale “Ah! sento, o mio bell’angelo”. È invece espunto il bel terzetto per Arturo, Enrichetta e Riccardo del primo atto “Se il destino a te m’invola”.

L’allestimento concepito nella sua interezza da Pierluigi Pier’Alli, e ripreso, in quest’occasione, per la sola regia, da Alberto Cavallotti, è di quelli entrati ormai stabilmente in repertorio. Si tratta di una coproduzione, avviata una decina d’anni fa, tra il Teatro Massimo, il Comunale di Bologna e il Lirico di Cagliari: lo spettacolo è già stato presentato in tutte le sale citate e beneficia di questo nuovo ritorno a Palermo, da dove è partito. La messinscena è costantemente irrorata da simbolismi, veri e propri leitmotive dell’intero impianto visivo. Le armi inneggiano alla guerra, mentre il cielo plumbeo sottolinea l’inquietudine della vicenda. A questi si aggiungono numerosi altri caratteri congeniali all’azione: le alte spade delimitano lo spazio e assumono i tratti peculiari, rispettando una metafisica impostazione descrittiva, dell’evento nuziale o dello spazio boschivo. L’oscurità si contrappone alla luminosità raggiunta solo nel lieto fine, in un continuo accumulo tensivo misto di elementi politici, religiosi e sentimentali che si sciolgono positivamente nel colpo di scena conclusivo. La regia cerca di plasmare i personaggi, pur dovendo scendere a patti con una certa staticità, cui il perfetto edificio musicale pone sicuro rimedio. Il coro viene mosso secondo intenzioni geometriche, rispettando la classica impostazione del commentatore esterno e quasi distaccato. Pregevoli i costumi e valida l’illuminazione di Bruno Ciulli.

Dal podio Jader Bignamini dosa i colori con gesto calibrato e mano sicura. La sua lettura, pur evidenziando una certa enfasi retorica, è attenta alle esigenze compositive, profondamente legate all’inventiva e alla duttilità nell’impostare dinamiche e agogiche. Non mancano, soprattutto nel primo atto, problemi di coesione tra palcoscenico e buca, in cui agisce l’Orchestra del Teatro Massimo, padrona sicura di questo repertorio, nonostante talune imprecisioni. Oscillante, ma nel complesso valida, la prestazione del Coro preparato da Piero Monti.

All’interno della compagnia canora spicca Celso Albelo il quale torna a vestire i panni di Arturo Talbo. La musicalità del tenore spagnolo, che sfoggia un timbro solare e una pastosità maliosa, incornicia le frasi belliniane con ispirata trasognatezza. Benché la zona centrale denoti qualche velatura, non ne risente il fraseggio e la scansione del personaggio che trova ampio beneficio nella sicurezza del registro acuto e sopracuto.
La protagonista femminile, Elvira, è affidata alla palermitana Laura Giordano, giunta, assieme alle colleghe Ruth Iniesta e Jessica Pratt, a sostituire l’annunciata Nadine Sierra. Il soprano ha volume limitato, messo a dura prova da una parte vasta e temibile come quella concepita per Giulia Grisi. La predisposizione per il repertorio settecentesco e primo ottocentesco giova molto all’esecuzione dei passaggi cantabili, vero punto di forza della sua performance. Il tentativo di sfumare il canto si rivela indispensabile, soprattutto in quei passaggi in cui sarebbero richieste maggiori attitudini belcantistiche e nell’ascesa all’acuto, sovente forzato.
Julian Kim tratteggia un Riccardo solido ma ancora generico nelle intenzioni. La consistenza dello strumento gli consente di venire a capo, con valida sicurezza, della complessa scrittura belliniana. La dizione, chiara e precisa, sostiene la sua prova e conferisce credibilità al personaggio.
Nicola Ulivieri si difende fraseggiando accuratamente ed esibendo il bel colore di cui è dotato. D’altro canto, l’emissione appare fibrosa e spesso nasaleggiante, con talune disomogeneità che pesano sulla prestazione. Anna Pennisi è una valida Enrichetta, capace di risaltare il sacrificato ruolo, e Roberto Lorenzi un buon Gualtiero Walton. Meno riuscito l’apporto di Antonello Ceron, Bruno.
Incontenibile l’esultanza del pubblico (ripagato dal bis di “Suoni la tromba, e intrepido”) che, al termine, saluta Laura Giordano, quindi l’intero cast, con una pioggia di fiori.

Teatro Massimo – Stagione lirica 2018
I PURITANI
Melodramma serio in tre parti su libretto di Carlo Pepoli
dal dramma storico Tetes rondes et Cavaliers di Jacques Ancelot e Joseph Saintine
Musica di Vincenzo Bellini

Lord Arturo Talbo Celso Albelo
Elvira Laura Giordano
Sir Giorgio Nicola Ulivieri
Sir Riccardo Forth Julian Kim
Enrichetta di Francia Anna Pennisi
Lord Gualtiero Roberto Lorenzi
Sir Bruno Roberton Antonello Ceron

Orchestra e Coro del Teatro Massimo
Direttore Jader Bignamini
Maestro del coro Piero Monti
Regia, scene e costumi Pierluigi Pier’Alli
Regia ripresa da Alberto Cavallotti
Luci Bruno Ciulli
Coproduzione Teatro Massimo di Palermo,
Teatro Comunale di Bologna e Teatro Lirico di Cagliari
Palermo, 15 aprile 2018

Download PDF
Privacy Policy Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Photo credit: "National Centre for the Performing Arts - Beijing, China" di Xi Liao Pen, 2012