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Padova, Teatro Verdi – Nabucco

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Quando ascolta Nabucco, il pubblico italiano percepisce un senso d’appartenenza che rimanda direttamente a uno sbiadito e lontano spirito patrio, covato da ciascuno nel remoto del proprio animo. Capire se la partitura verdiana sia legata più o meno evidentemente al Risorgimento, può giovare alla migliore contestualizzazione della portata storica del melodramma ottocentesco ma non scalfisce di certo il successo duraturo di un lavoro entrato in repertorio per la sua profonda forza drammaturgica. Caratteristica, quest’ultima, che nemmeno un’interpretazione sommaria è in grado di intaccare. Anche una lettura tesa fino all’eccesso a cogliere contrasti e tinte, a scapito dell’indispensabile dialogo tra buca e palcoscenico, rende comunque evidente il messaggio autoriale, forte di un linguaggio cristallino ed evocativo.
Jordi Bernàcer, impegnato al Teatro Verdi nel secondo titolo della Stagione lirica di Padova, ha per l’appunto un’idea decisamente impetuosa di Nabucco: la passionalità del suo gesto cerca un riscontro che purtroppo l’Orchestra di Padova e del Veneto non è pienamente in grado di ottenere. Complici le prove sempre più limitate e serrate, le intenzioni del direttore sconfinano, troppo spesso, in un’interazione altalenante con solisti e Coro Lirico Veneto, istruito da Giuliano Fracasso. Le scelte agogiche e dinamiche sono potenzialmente realizzabili in un’altra tipologia di teatro e con un’orchestra maggiormente avvezza al repertorio melodrammatico, mentre nell’accompagnare i cantanti si evince una cura più attenta ai colori e alle esigenze interpretative.

Il solo esecutore pienamente convincente è il baritono mongolo Amartuvshin Enkhbat il quale, a fronte della giovane età, mette al servizio di Nabucco una vocalità ben tornita, sorretta da dizione precisa e morbida emissione. Gli slanci drammatici beneficiano della bellezza timbrica e di un’omogeneità ideali a risaltare il dettato verdiano. La sua prova giganteggia, per attenzione al fraseggio e sicurezza espressiva, rispetto al resto del cast, perlopiù non all’altezza del difficile cimento. Mi riferisco in particolare a Rebeka Lokar la cui Abigaille risente dei mezzi decisamente poco affini alla tempra del personaggio. Nel complesso la prestazione appare impostata sul tentativo di mascherare l’assenza del necessario peso specifico vocale per un ruolo tanto complesso. Ne sono esempio lampante le prime due scene della parte seconda che racchiudono l’imponente “Scena ed aria di Abigaille”: il recitativo iniziale, con l’impervio salto di due ottave, mette a nudo la debolezza del registro grave mentre il successivo cantabile “Anch’io dischiuso un giorno” è risolto con maggiore convinzione e parsimoniosa oculatezza, caratteristiche purtroppo vanificate dalla stretta “Salgo già del trono aurato” dove si fanno evidenti una certa disomogeneità e lo scarso corpo dello strumento. Risultano approssimative le prove di Azer Zada, Isamele discontinuo, e Rafal Siwek, Zaccaria imponente ma dall’emissione poco curata e talvolta oscillante. Benché non paia in perfetta sintonia con lo stile verdiano Annalisa Stroppa risolve Fenena con credibilità, al pari di Luciano Leoni, Gran sacerdote di Belo. Completano la compagnia Antonello Ceron, stentoreo Abdallo, e Fulvia Mastrobuono, Anna.

Il nuovo allestimento, realizzato in coproduzione con il Teatro Nazionale di Maribor e il Teatro Sociale di Rovigo, è quasi interamente ideato da Filippo Tonon (regia e scene) coadiuvato per i costumi, in parte discutibili, da Carla Galleri. Palcoscenico e fondale, durante l’intero spettacolo, sono occupati da una struttura in cui la forma quadrata torna incessantemente, a più livelli e grandezze, con un chiaro rimando agli “orti pensili” di Babilonia, indicati dal testo di Temistocle Solera. Questa ambientazione ospita l’azione che si svolge con sufficiente coerenza, specie nelle ultime due parti, ma qualche limite nella movimentazione delle masse. Tra rimandi al cinema e ispirazioni veterotestamentarie, la scarna messinscena gioca sapientemente con le luci che evidenziano gli spazi e definiscono le atmosfere contribuendo a rendere visivamente manifesta la distinzione tra male e bene.
Al termine della recita successo caloroso per tutti, con particolari ovazioni per il protagonista.

Teatro Comunale Giuseppe Verdi – Stagione Lirica 2018
NABUCCO
Dramma lirico in quattro parti
Libretto di Temistocle Solera
Musica di Giuseppe Verdi

Nabucco Amartuvshin Enkhbat
Zaccaria Rafal Siwek
Abigaille Rebeka Lokar
Fenena Annalisa Stroppa
Ismaele Azer Zada
Abdallo Antonello Ceron
Gran Sacerdote di Belo Luciano Leoni
Anna Fulvia Mastrobuono

Orchestra di Padova e del Veneto
Coro Lirico Veneto
Direttore Jordi Bernàcer
Maestro del coro Giuliano Fracasso
Regia e scene Filippo Tonon
Costumi Filippo Tonon e Carla Galleri
Nuovo allestimento in coproduzione con
il Teatro Nazionale di Maribor e il Teatro Sociale di Rovigo.
Padova, 26 ottobre 2018

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