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Napoli, Teatro San Carlo – Nabucco

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Abituati agli ultimi due imponenti allestimenti del Nabucco di Verdi per il Teatro San Carlo negli anni Novanta a firma del grande scenografo Mauro Carosi, scolpiti com’erano sul fedele modello dei veri bassorilievi assiro-babilonesi accanto ai non meno plastici riferimenti al culto ebraico, fa un po’ tristezza il vuoto e soprattutto buio allestimento di Jean-Paul Scarpitta (con i costumi di Maurizio Millenotti e le luci di Urs Schönebaum). Varato sette anni fa all’Opera di Roma per le celebrazioni verdiane con la direzione musicale di Riccardo Muti, arriva ora in coda di stagione anche sul palcoscenico del Lirico napoletano, fra i centrati dissensi del pubblico per la regia e le scene, un discreto successo per tutte le voci del cast mentre, a giusto merito, pieni gli entusiasmi andati a premiare il giovane direttore avellinese Francesco Ivan Ciampa, al suo debutto sul podio sancarliano alla testa di Orchestra e Coro (curato dalla neo-nominata Gea Garatti Ansini) della Fondazione in sostituzione dell’inizialmente previsto Nello Santi.
Qualche minuto di ritardo e poi un’alzata di sipario insolita, lenta e silenziosa, su un canto sublime fuori campo restituito tra i fruscii di una vecchia registrazione (anno 1978) quale opportuno e lungamente applaudito tributo attraverso il quale i vertici del Teatro San Carlo, le maestranze tutte e i protagonisti dello spettacolo hanno voluto dedicare la prima recita alla voce indimenticabile di Montserrat Caballé, soprano spagnolo fra i massimi riferimenti per la lirica del nostro tempo, scomparsa lo scorso 6 ottobre. E, con il Cilea dell’aria in ascolto dall’Adriana Lecouvreur, il direttore artistico Paolo Pinamonti al proscenio ha tenuto anche a ricordare nell’occasione gli altri importanti incontri del celebre soprano con il Massimo napoletano, nel ’61 con il Crepuscolo degli dei e il Parsifal, nel ‘71 con il Trovatore, nel ‘73 con Norma, nel ‘75 con Gemma di Vergy, nel ‘77 con Semiramide e nell’’88 con Ermione. Quindi il via dal podio a un Nabucco che, sin dalle prime, lucidissime misure della Sinfonia, staccata con efficace gesto musicale da Francesco Ivan Ciampa, ha subito mostrato il singolare pregio di un taglio analitico ad alta definizione metrico-ritmica e dalle dinamiche cesellate ad arte. Un taglio epurato da effetti e turgori agogici posticci quanto intento, piuttosto, a tirar fuori fibre e filigrane autentiche, oltre al non meno raro rilievo dato ai richiami stilistici del vicino passato (il Rossini del Mosè in Egitto in primis) e dell’imminente futuro (lo stesso Verdi di Traviata e Rigoletto). Un segno sonoro rigoroso, lucente, spesso molto veloce quanto musicalmente assai generoso quello richiesto e ottenuto fra buca e palcoscenico da Ciampa, sempre ben teso e a tiro, a sbalzo e a sostegno di Cantabili, Cabalette e Strette, nei preludi meramente strumentali, nei cammei bandistici e dei raffinati pannelli corali.

Una visione musicale di per sé già vincente ma, senz’altro, condotta in coesione e coerenza con l’essenzialità di un’ottica registica puntata sulla camera oscura interna alla coscienza umana, così come ben rivela al climax l’assenza eclatante del fulmine sul capo del re babilonese Nabucodonosor dinanzi allo scontro con Abigaille e in pieno delirio d’onnipotenza, risolto a sorpresa e al contrario, ossia attraverso l’assenza non solo del lampo, ma della luce, che torna a seguire ma concentrata nel fascio solitario e diviso in due occhi di bue. Praticamente come osservato e vissuto dal punto di vista di chi effettivamente ha perso conoscenza e coscienza. Il tutto in asse con l’idea di una lettura libera da coordinate di spazio e di tempo perché proiettata, saltando a piè pari il dato concreto della rappresentazione drammatica secondo quanto specificato dallo stesso Scarpitta nelle sue note di regia, verso la “dolorosa consapevolezza della deludente realtà che ci circonda e nella quale viviamo”. Pertanto, nell’arco delle quattro parti su testo del buon Temistocle Solera e rispettivamente intitolate Gerusalemme, L’empio, La profezia e L’idolo infranto, si vedono pannelli e frammenti di cieli grigi (tanto per Gerusalemme che per Babilonia) a ciclorama, una piccola piramide al centro simile a un tumulo e rovine sullo sfondo lontano, una porta, una stretta scia di sabbia scura in caduta libera dall’alto, pochi alberi piatti su fondo dorato, mentre qualche raro colore con fregi aurei è limitato alle vesti dei protagonisti regali (gli altri costumi, di tinta neutra, ricalcano invece le tuniche dei luoghi e del tempo). Poi tanto nero e nulla di più.
Sostanzialmente quindi alle voci di Coro e solisti, per quanto con esiti non del tutto omogenei, il compito di illuminare e dare un senso alla scatola cupa che opprime la scena, sia pure con gestualità ridotta al minimo e in gran parte fermata in posa pittorica.

Il Coro del San Carlo, non solo sotto osservazione dato il titolo che ne comporta un rilievo drammaturgico di primo piano ma anche per l’ancor fresco passaggio di testimone a nuova guida, conferma nel complesso e nella migliore formazione mista la propria vocazione per il repertorio verdiano, con tenori e bassi come al solito in vetta per precisione e tempra, dunque con Vergini ebree meno credibili rispetto al metallo sfoderato dai Leviti e dagli Ebrei, così come nella dicotomia in fugato “Lo vedeste?”. Ad ogni modo apprezzabile l’apporto commosso e sferzante nella pagina iniziale “Gli arredi festivi”, nel celebre Coro del “Maledetto” e fino a ritagliare il celeberrimo “Va, pensiero” sciolto sulle sponde dell’Eufrate con tale sospensione nostalgica e struggente, più relativa chiusa su un prezioso quanto infinito pianissimo, da essere eccezionalmente su grande richiesta del pubblico bissato.
La prova più compatta resta, alla fine dei conti, quella del baritono Giovanni Meoni, un Nabucodonosor di buona prestanza scenica e vocale sia in assolo (Chi mi toglie il reggio scettro?) che in assieme. La più interessante e applaudita, non solo per le difficoltà di una parte fra le più impervie in assoluto per imponenza e aspro impiego dell’estensione dal si grave al do sovracuto (scritta da Verdi per colei che sarebbe diventata la sua seconda moglie, Giuseppina Strepponi, prima interprete nel 1842), spetta invece all’Abigaille del soprano drammatico di coloratura Anna Pirozzi pronta a sfoderare, nell’occasione, un impressionante volume di voce e un’agguerrita forza d’accenti, salti melodici tagliati a fil di lama quanto abilità nei passaggi di tecnica virtuosa e fiati all’acuto realmente interminabili sia pur a fronte di qualche stimbratura o forzatura, come nel grande Concertato del Finale I, per lei d’altra parte sferrato fra balzi di tredicesima, fiumi di semicrome puntate, sforzandi e quant’altro.
Sull’intensità di pasta e sulla duttilità del canto poggiava quindi la Fenena di Carmen Topciu, talvolta troppo sottile in zona alta, viceversa ampiamente sonoro ma non sempre curato lo Zaccaria del basso polacco Rafal Siwek mentre di buona tinta eroica, ma un po’ troppo spinto verso il canto di forza, è stato l’Ismaele del tenore Antonello Palombi, con ogni probabilità nel tentativo di svegliare e riscattare un personaggio notoriamente ritenuto fra i più incolori nella storia dell’opera. Buona, infine, la resa dei comprimari Gianluca Breda (Gran Sacerdote), Antonello Ceron (Abdallo) e Fulvia Mastrobuono (Anna) mentre, al margine, segnaliamo la presenza nel palco reale di un ospite d’eccezione, l’attore Gérard Depardieu, su invito dell’amico e regista francese Jean-Paul Scarpitta. D’altra parte ricordiamo che insieme i due artisti, rispettivamente come narratore e autore di regia, scene e costumi, inaugurarono la stagione del San Carlo in era Canessa-Majer il 19 gennaio 2001, con l’Oedipus Rex di Stravinskij abbinato a Perséphone con la voce di Isabella Rossellini.

Teatro San Carlo – Stagione d’opera e balletto 2017/2018
NABUCCO
Dramma lirico in quattro parti
Libretto di Temistocle Solera dal balletto di Antonio Cortesi Nabuccodonosor
e dal dramma di Auguste Anicet – Bourgeois, Nabuchodonosor.
Musica di Giuseppe Verdi

Nabucco Giovanni Meoni
Ismaele Antonello Palombi
Zaccaria Rafal Siwek
Abigaille Anna Pirozzi
Fenena Carmen Topciu
Il Gran Sacerdote Gianluca Breda
Abdallo Antonello Ceron
Anna Fulvia Mastrobuono

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Regia e scene Jean-Paul Scarpitta
Costumi Maurizio Millenotti
Luci Urs Schönebaum
Allestimento del Teatro dell’Opera di Roma
Napoli, 9 ottobre 2018

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