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Napoli, Teatro San Carlo – Lady Macbeth del distretto di Mtsensk

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Feroce e sensuale, ironica e grottesca. Ma, anche, opera acuta e sublime nel mostrare, di uno squallido spaccato mercantile di provincia nella Russia pre-rivoluzionaria, l’inferno della noia e della colpa, la luce ingannevole del desiderio e le ombre di una solitaria coscienza entro un vortice drammatico fatto di degrado morale, delitti e amplessi.
È la Lady Macbeth del distretto di Mtsensk, capolavoro fra i più alti del teatro musicale del Novecento europeo, secondo quanto magistralmente scolpito in partitura dall’autore Dmitrij Šostakovič e quanto in concreto restituito in tandem vincente per l’esatta verità visiva e sonora al Teatro San Carlo di Napoli grazie al raro unisono musicale e drammaturgico creatosi fra la lucidissima direzione musicale di Juraj Valčuha e la strabiliante dimensione registica di Martin Kušej, in prima italiana nella ripresa di Herbert Stöger con le scene di Martin Zehetgruber, i costumi di Heide Kastler e il fondamentale disegno luci di Reinhard Traub, qui curato da Marco Giusti. Musica e regia che, insieme, scuotono e sconcertano, senz’altro, ma incantano e trionfano guidando e trascinando con sé tutte le altre, notevoli componenti artistiche in campo, andando facilmente a esorcizzare con la qualità altissima di ogni dettaglio i tanti timori espressi nei giorni precedenti il debutto per l’azzardo di scene erotiche a nervi tesi e a fior di pelle.

Lo sguardo registico di Kušej-Stöger è essenziale, moderno, preciso. E potentissimo: il sipario si leva su alcuni istanti in silenzio, accentuando ulteriormente la vuota solitudine della giovane e avvenente Katerina L’vovna, capelli alla Marilyn e abiti succinti a mostrarne le floride forme in parallelo al sinuoso tema tornito dai legni. È la moglie dell’apatico ma benestante mercante Zinovi Ismailov e dunque vive, sotto il controllo tirannico del tracontante e libidinoso suocero Boris, praticamente reclusa nella sua gabbia di vetro. Una casa veranda spoglia ma con tante scarpe di lusso in fila ordinata sul pavimento mentre, all’esterno, alti muri color piombo, più un pastore tedesco vero a guardia nel buio, sono le pareti che chiudono il suo asfittico mondo infelice. Pareti sulle quali in seguito si vedranno surrealisticamente camminare a gravità zero le scure sagome di figuranti rappresentanti il fantasma del suocero e le angosce della donna per la prima volta omicida. In un quadro simile è dunque naturale che il prestante Sergej, un giovane lavorante con il debole per le belle donne, rappresenti il suo unico volo verso l’amore. Un volo illecito che brucia le ali e che presto farà di lei, sullo sfondo di una società cinica e moralmente malata, una spietata Lady Macbeth. Ucciderà quindi il suocero Boris, spolverando topicida nel suo piatto di funghi, per aver violentemente frustato Sergej, con lei colto nell’adulterio in flagrante. E, parimenti, dopo l’intenso amplesso con l’amante e futuro sposo consumato a colpi di ottoni e luci stroboscopiche, strangolerà con una cintura il marito Zinovi, rientrato all’improvviso dal mulino illuminando l’oscurità della notte e della scena con una fiaccola dal fuoco vivo. Climax di eros e thanatos, quest’ultimo, dalla forza tagliente e che, assieme alla precedente scena dello stupro di massa perpetrato dai lavoranti del podere degli Ismajlov ai danni della vecchia cuoca Aksinja, palpeggiata ovunque a seno flaccido e nudo nonché posseduta dallo stesso Sergej, ha visto salire dal golfo mistico impressionanti spirali sonore d’impeto e vigore ben superiori di quanto la scena racconti.

La gabbia-veranda resta quindi l’elemento di base fino al quadro sesto del terzo atto, ossia fin quando il grasso contadino straccione e ubriaco che urina al proscenio, turbando qualcuno nel pubblico persino di più rispetto allo stupro sebbene con il membro coperto dai lembi della camicia, scopre il cadavere maleodorante di Zinovi nascosto in cantina. Tutt’altro contesto, invece, con la scena dei poliziotti avidi e corrotti sotto le docce, affidata alla squadra maschile dell’ottimo Coro del Mariinskij di San Pietroburgo preparato da Andrei Petrenko e, a seguire, con la scomposta tavolata nuziale assegnata al Coro del Teatro San Carlo curato da Marco Faelli, in verità assai apprezzato sin dall’inizio dell’opera per precisione degli attacchi, smalto vocale e credibilità scenica nella sezione maschile.
Quasi uno spettacolo a parte è il quarto e ultimo atto, coincidente con il quadro nono e con un suono che si fa livida coscienza, dunque – ancora una volta bravissimo Valčuha – spettro di se stesso, accompagnando la deportazione degli assassini Katerina e Sergej in Siberia. Un ponte di tubi innocenti – per montare il quale sono stati necessari quindici minuti di intervallo non previsto – sotto cui si stringevano uomini e donne prigionieri in mutande o seminudi (coriste e coristi della Fondazione, più figuranti in prima linea a seno scoperto), come avanzi di un’umanità eticamente reietta e fisicamente mortificata. E qui, dopo l’ultimo inganno e il tradimento dell’infedele Sergej con la più giovane e bella prigioniera Sonietka, si consumerà l’ultimo omicidio-suicidio, disperato, della coraggiosa e autentica Katerina, trascinando con sé la rivale nelle acque gelate del lago nel folto del bosco, con quel battito cardiaco in musica che va lentamente spegnendosi, fino alla lacerante sferzata finale. È il punto estremo e più alto di un serrato percorso sonoro che il giovane direttore d’orchestra slavo, a giusto merito premiato nelle ore immediatamente precedenti la première con l’“Abbiati” quale migliore bacchetta dell’anno, ha costruito e gestito con grande intelligenza, alla testa di un’Orchestra ben sollecita in ogni sezione, fra quadri e interludi, scontri e contrasti, alla luce di un ordito complesso e di sintesi intersecando le opulente inflessioni tardo-romantiche e l’alta coralità musorgskiana, i lancinanti stridori dell’espressionismo mitteleuropeo e tanto Prokof’ev.

Passando infine a valutare le voci, come prevedibile, omogenea l’ottima resa del cast di interpreti ben rodati nel repertorio dell’opera russa. Il soprano Natalia Kreslina mette a segno nell’occasione una Katerina di grande temperamento e sensualità, sinceramente innamorata e straziata sia scenicamente che attraverso una condotta canora sempre ben sostenuta fra le mille difficoltà, di sostanza e tessitura, di emozioni e accenti. Il basso-baritono Dmitry Ulianov, efficacissimo interprete del vecchio mercante Boris Ismajlov, vanta d’altra parte fra gli uomini il volume e il timbro più interessanti, così come prestante si rivela la voce quanto l’ars amatoria di Ladislav Elgr per Sergej. Coerentemente con il carattere insipido di Zinovi, il tenore Ludovit Ludha ostenta invece colore e accenti pallidi mentre notevolissima è la prova drammatica e non facile del soprano Carole Wilson per Aksinja, presente anche nel finale nel ruolo di una prigioniera in reggiseno e mutande. Fra i personaggi minori, per meriti sia canori che attoriali, si citano infine almeno l’ottima Julia Gertseva (Sonietka), Evgeny Akimov (il contadino ubriaco) e Goran Juric (il pope).
Teatro plaudente, al termine, ma non pieno così come la modernità del titolo e l’eccezionalità dell’allestimento firmato da Martin Kušej – non presente alla prima italiana – avrebbero ben meritato.

Teatro San Carlo – Stagione d’opera e di balletto 2017/18
LADY MACBETH DEL DISTRETTO DI MTSENSK
Opera in quattro atti e nove quadri
Libretto di Aleksandr Prejs e Dmitrij Šostakovič
dall’omonima novella di Nikolaj Leskov
Musica di Dmitrij Šostakovič

Boris Timofejevich Ismajlov Dmitry Ulianov
Zinovi Borisovich Ismajlov Ludovit Ludha
Katerina L’vovna Ismajlova Natalia Kreslina
Sergej Ladislav Elgr
Aksinja / Una prigioniera Carole Wilson
Il contadino sciatto Evgeny Akimov
Un mugnaio Donato Di Gioia
Il portinaio Laurence Meikle
Un fattore / Un poliziotto Vladimir Sazdovski
Tre capisquadra Alessandro Lualdi, Mario Todisco, Armando Valentino
Pope / La sentinella Goran Juric
L’insegnante / L’ospite ubriaco / Il cocchiere Vassily Efimov
L’ispettore di polizia / Un ufficiale sergente Alexander Teliga
Un vecchio prigioniero Vladimir Vaneev
Sonjetka Julia Gertseva

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Juraj Valčuha
Maestro del Coro Marco Faelli
Coro Maschile del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo
diretto da Andrei Petrenko
Regia Martin Kušej ripresa da Herbert Stöger
Scene Martin Zehetgruber
Costumi Heide Kastler
Luci Reinhard Traub riprese da Marco Giusti
Allestimento del National Opera Ballet Amsterdam
Napoli, 15 aprile 2018

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