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Napoli, Teatro San Carlo – Katia Kabanova

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Un’unica, claustrofobica scatola di legno ad assi larghe color canna di fucile che, agli occhi degli spettatori, funziona come una grande camera oscura. Al suo centro, osservato come in ticoscopia, un opprimente interno borghese in stile primo Novecento che, all’occasione, diventa spazio esterno ma sempre in bianco e nero e privo o quasi di elementi di scena, regolato ad arte nel gioco silente di luci, ombre e aperture veloci su spiragli scorrevoli ritagliati fra porte e pareti, soffitto e finestre, da cui si scorgono le sagome lontane di gabbiani stilizzati. Gabbiani che ritornano continuamente. E ossessivamente, per la protagonista, fra la gestualità di braccia tese come ali, in bilico sul grande tavolo o comunque attratta dalle vie d’uscita con una fisicità propria della migliore coreutica contemporanea, e i disegni su fogli che neanche si attaccano ai muri, a emblema dolorosissimo di un volo impossibile in alto verso la libertà e verso un amore vero: oltre l’asfittica ipocrisia e l’ottuso conformismo della piccola borghesia mercantile nella Russia di metà Ottocento, oltre la pochezza di un marito incapace di amare e oltre l’odioso dispotismo di una suocera torturatrice così come ritratto nella fonte drammatica di riferimento, Groza (L’uragano) di Aleksàndr Nikolàevic Ostrovskij, con dinamiche non troppo distanti dalla successiva ma ben più più violenta Lady Macbeth di Šostakovič. E fino alla soluzione suicidale, quando con ripida inclinazione del pavimento di quella stanza, a effetto e in chiusura, la protagonista si lancia saltando giù nel vuoto e spalle al pubblico per trovare la morte nelle acque gelate del fiume Volga, esattamente al pari della non meno disperata Floria Tosca giù nel Tevere dagli spalti romani di Castel Sant’Angelo in centrata sintonia con le non rare screziature pucciniane dell’atto centrale di una partitura con targa cèca, bellissima e fra le più sensibili del Novecento europeo.

È la scatola-casa costruita e resa viva con mano geniale e teatralmente efficacissima dal regista Willy Decker con Wolfgang Gussmann (autore di scene e costumi) per l’opera in tre atti Kát’a Kabanová su libretto e musica di Leóš Janáček, applaudita con vivo quanto meritato successo al Teatro San Carlo di Napoli nell’allestimento della Staatsoper di Amburgo, proposta in prima italiana nella ripresa di Rebekka Stanzel, con le luci esatte di Hans Toelstede e la nitida drammaturgia di Klaus Bertisch, quindi riletta dalla bacchetta ideale del direttore musicale della Fondazione lirica partenopea, lo slovacco e recente Premio Abbiati Juraj Valčuha, sul podio dell’Orchestra sancarliana e del Coro preparato da Gea Garatti Ansini più cast di voci specializzate per il repertorio.
Motore in primo piano dello spettacolo, dunque, senz’altro la perfezione di un impianto scenico-registico realizzato con mezzi minimi ma potentissimo in termini di resa entro l’indagine a lente nuda sulla psiche oppressa di Kát’a, sorta di Bovary russa dall’anima fragile ma limpida e determinata, ispirata alla figura reale di Kamila Stösslová, donna infelicemente sposata e fortemente amata in tarda età da Janáček – e dunque baricentro solitario di una trama dalle dinamiche centrifughe: trascurata dal marito Tichon, osteggiata dalla gelosa  e austera suocera Marfa Kabanowa (Kabanicha), sollecitata a tradire e ad amare Boris, nipote del vecchio e irascibile mercante Dikoj, dalla giovane cognata adottiva Varvara che, in parallelo, amoreggia con il maestro-chimico-meccanico Kudrjás. Ma la sua coscienza, da “donna di animo dolce e gentile” qual è, non reggerà ai vortici della tempesta psico-meteorologica, mutando presto il suo volo in senso di colpa, condanna e tragedia. Il tutto, alla luce di una rara e totalizzante intesa ritmico-dinamica ed espressiva fra scena e golfo mistico, misurata con spiccata sensibilità e rigore impeccabile tanto sulla scansione metrica dell’espressione linguistica quanto sul ventaglio molteplice delle disposizioni emotive, rigidamente secche o in drammatico deragliamento a seconda dei personaggi in gioco.

In tal senso magistrale come sempre il lavoro messo a fuoco e a segno dal direttore Juraj Valčuha, ben compreso e sostanzialmente assecondato dalle compagini della Fondazione nel profondo scavo e conseguente, serrato legame fra i tasselli di una partitura divisa fra lirica e prosa musicale, passione e solitudine, orrore e incanti della natura. Pertanto, fitta di ombre cromatiche, salti e spigoli metrici, di variazioni, trasfigurazioni e ostinati, ritmi spezzati, suoni onomatopeici e affondi timbrici nel rispetto dell’originalissimo rimbalzo in osmosi con cui l’autore di musica e libretto salda i significati e i significanti della lingua cèca, delle melodie parlanti o a canto spiegato e di una scrittura strumentale corrispondente come non mai alle diverse istantanee dell’azione e di un’anima segnata dal destino. Destino che, non a caso, con otto colpi di timpani sul cupo fondo degli ottoni gravi ne scandisce all’appello il nome (Ka-te-ri-na Ka-ba-no-vá), nell’Ouverture come nel fatale epilogo. Il tutto, restituendo peso specifico e coerenza a una moltitudine di materiali, fra richiami tematici e spunti popolareggianti, suggestioni straussiane, di provenienza russa (Čajkovskij in primis), slava e persino italiana.

Impeccabile inoltre, sia sul fronte scenico che vocale, ogni interprete del cast: Pavla Vykopalová, soprano di notevole forza e versatilità vocale, scolpisce una Kát’a di grande verità drammatica passando, con i suoi non facili soprassalti canori, da moglie e nuora umiliata a donna sola ed intensa, da dolce amante a visionaria adultera pronta a sacrificare se stessa attraverso l’unica via d’uscita possibile. Dunque splendida, innanzitutto, nei suoi soliloqui. Quindi, sempre guardando al bel protagonismo dei ruoli femminili, particolarmente apprezzabile per timbro e plasticità espressiva nella sua linea rotonda ben proiettata e tornita è la giovane Varvara dell’ottimo mezzosoprano Lena Belkina, così come centrata per tinta e rigidità si rivela l’urticante e secca emissione della suocera Marfa Kabanová (Kabanicha) di Gabriela Beňačková. Al loro fianco, non meno bravi gli uomini, a partire dai tre tenori: il rodato Ludovit Ludha offre al suo Tichon Ivanyč Kabanov la giusta dose di voce fra vuota indifferenza per la moglie e debole accondiscendenza verso la vecchia madre gelosa, Misha Didyk è un Boris Grigorjevič di spontanea e piena pasta vocale, così come il carattere richiede e ancor più interessante, per la bellezza del colore e la nobiltà del fraseggio, è il Kudrjáš di Paolo Antognetti. Completavano la compagnia, l’imponente basso Sergej Kovnir (Savël Dikoj), Sofia Tumanyan (la domestica Glaša), un lodevole Donato Di Gioia per Kuligin e, nei ruoli di contorno, Francesca Russo Ermolli, Valeria Attianese, Luigi Strazzullo.
Caldi i consensi al termine per tutti e un plauso speciale al direttore musicale Valčuha.

Teatro San Carlo – Stagione d’opera e balletto 2018/2019
KÁT’A KABANOVÁ
Opera in tre atti su libretto di Leoš Janáček e Vincenc Cervinka
dal dramma Grosa (Il temporale) di Aleksandr Ostrovskij
Musica di Leoš Janáček 

Katerina Kabanová Pavla Vykopalová
Tichon Ivanyč Kabanov Ludovit Ludha
Marfa Kabanová, detta Kabanicha, Gabriela Beňačková
Boris Grigorjevič Misha Didyk
Savël Dikoj Sergej Kovnir
Varvara Lena Belkina
Vana Kudrjás Paolo Antognetti
Kuligin Donato Di Gioia
Glasa Sofya Tumanyan
Feklusa Francesca Russo Ermolli

Orchestra e coro del Teatro di San Carlo
Direttore Juraj Valčuha
Maestro del coro Gea Garatti Ansini
Regia Willy Decker ripresa da Rebekka Stanzel
Scene e costumi Wolfgang Gussmann
Luci Hans Toelstede riprese da Wolfgang Schünemann
Drammaturgia Klaus Bertisch
Assistenti ai costumi Erika Eilmes e Sara Berto
Produzione Staatsoper Hamburg
Napoli, 15 dicembre 2018

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