Chiudi

Napoli, Teatro San Carlo – Così fan tutte

Condivisioni

Non tradizionale né moderna, ma sfumata come un sogno che solletica lo sguardo e le coscienze. Con gesti veloci e scaltri, o lenti e silenziosi, ma sempre in geometria simmetrica entro una visione surreale e metafisica, a primo impatto semplice e dai materiali neanche troppo preziosi. E invece, a ben guardare, non lontana dalla pittura onirica del Picasso d’ispirazione partenopea per Parade, in bilico fra l’Immaginazione (Schwärmerei) e una percezione sospesa oltre il tempo, fra il bianco di tende, siparietti e dei ricordi di un’infanzia un po’ retrò, di sottane leggere o di abiti da fata, e i grigi artificiali di foggia settecentesca, fra il color malva per le intermittenze del cuore e un celeste vivo che unisce a specchio le maglie del mare brillante sullo sfondo al cielo trasparente di una Napoli lucente ma evocata appena, come da libretto, in filigrana. Evocata giusto tre volte – nella specifica del personaggio Fiordiligi, dama ferrarese abitante a Napoli, nella didascalia del luogo scenico e, ancora, nel Vesuvio che Dorabella sente nel petto nel duetto all’Atto II – per restare nella stessa cifra ternaria annunciata in apertura della terza opera della Trilogia a partire dai tre terzetti virili su tonalità maggiori per terze discendenti (Sol, Mi Do), tra l’altro pari agli intervalli che accompagnano il motto che dà forma al titolo, e così via. Quindi, nel mezzo, gli assi cartesiani di una Ragione (Vernunft) e di una Sensibilità (Empfindsamkeit) in frizione e in parodia a fine Settecento fra l’amore e il disincanto dell’umana esistenza di ogni sesso e tempo, entro l’ambiguo scambio di maschera e realtà. Il tutto, indagato e asserito in chiave paradigmatica innanzitutto in musica fra le pareti della Scuola degli amanti, saldando e sublimando come non mai l’intesa fra stile strumentale viennese e canto italiano, fra buca e palcoscenico, in virtù di una lezione immensa per analisi, stile e retorica sul linguaggio iperclassico ma già di sensibilità nuova come da partitura.
Vale a dire, un Così fan tutte di Da Ponte-Mozart emblematico, di nuova suggestione e intelligenza quello firmato dalla regia di Chiara Muti con le scene minimali ma da lanterna magica di Leila Fteita, i bellissimi costumi di Alessandro Lai e le luci limpide di Vincent Longuemare per un’inedita quanto prestigiosa coproduzione con la Wiener Staatsoper varata in prima battuta con l’apertura della nuova Stagione lirica e di balletto del Teatro San Carlo di Napoli. Un evento speciale coronato da un fuoco di dieci minuti misti di entusiasmi e applausi e, d’altra parte, forte dell’attesa quanto altissima direzione di Riccardo Muti, tornato sul podio dell’Orchestra e del Coro della Fondazione della propria città dopo un’assenza di ben trentaquattro anni, cioè quando nel lontano dicembre 1984 diresse un contrastato Macbeth di Verdi per la regia di Sandro Sequi più scene e costumi di Giacomo Manzù.

Nell’allestimento, ben pensato e ritagliato a un respiro con i metri, le pause, le impennate, le ombre, l’ironia e l’intera gamma di colori racchiusi nella musica di Mozart, sono saggiamente tanti gli spunti dai lessemi o dai passaggi-chiave estratti dall’ultimo libretto della Trilogia dapontiana secondo una rilettura che, al di là della riconoscibile impronta di scuola strehleriana nell’esatta definizione del segno, nell’impiego del doppio al quadrato (dodici figuranti) a rifrazione dei sei personaggi in campo e delle delicate silhouette (in apertura dell’Atto II, in corrispondenza con l’aria di Despina “Una donna a quindici anni”), vanta un lavoro di scavo e organizzazione dalla non comune pertinenza, estetica e drammaturgico-musicale. Escludendo i poco esaltanti edifici laterali simili a corpi di fabbrica abbandonati in luoghi di mare in periferia, le tre gradinate vitree accolgono pochi ma assai efficaci elementi e movimenti di scena sul cardine di un gioco destinato infine a volgersi nella verità di un’amara burla. Ed è così che s’intrecciano in apertura d’opera la partita di tennis a quattro, con i due giovani ufficiali innamorati Ferrando e Guglielmo più relativi doppi con Don Alfonso arbitro di campo, i letti-vela delle giovani dame Fiordiligi e Dorabella, il carretto con lo zucchero filato dalle vaghe tinte pastello, l’antica giostra in metallo (nel duetto d’attacco del Finale I), un cavalluccio a dondolo (su cui oscilla dolcemente Fiordiligi mentre Dorabella intona la sua aria “È amore un ladroncello”) e fino a trasformare in magica la scena del giardino all’italiana, con maschere zoomorfe che rinviano tanto al futuro Falstaff verdiano, gabbato, quanto allo scambio d’identità ordita dagli stessi Mozart e Da Ponte nell’incontro notturno delle precedenti Nozze. Il tutto, mentre su una bianca mongolfiera arriva la concreta cameriera Despina a mo’ di Cupido (e, di rinvio, alla creatura alata del citato sipario per Parade) schioccando frecce per far innamorare la meno renitente Dorabella, mentre il sale di una comica ironia viene aggiunto nella scena del simulato avvelenamento e relativa, miracolosa guarigione tramite impulsi elettrici su nastri a spirale tipo bobina di Tesla, o nel finto matrimonio in coda all’Atto II con gli abiti da sposa delle due fanciulle internamente farciti con lunghe serie di lampadine a luce bianca.
Fra premesse e risultati, una studiata partita a scacchi di sentimenti e strategie universali, intorno a due coppie dall’individualità giustamente non distinta ma che, in via progressiva, abbandonano il mondo dell’innocenza amando diversamente e secondo abbinamenti invertiti che confermano quanto gli uomini e le donne si perdano in maniera difforme, per poi ritrovarsi paradossalmente attraverso il travestimento secondo abbinamenti invertiti già chiari grazie alla musica.

Lo spettacolo al San Carlo ha inizio quindici minuti dopo le ore 19, quando Riccardo Muti sale fra gli applausi scroscianti sul podio, raccoglie rapidamente gli entusiasmi del pubblico – tanti anche i giovani e, infatti, è di una scuola lo striscione steso dalla balconata centrale che gli dà il “Bentornato” – guarda dritto verso l’orchestra e con gesto immediato stacca con concentrazione estrema quel dualismo fra verità e convenzione che l’Ouverture annuncia con eloquenza e a contrasto fra il peso asburgico delle prime due battute in “forte” e la seguente risposta, diciamo pure all’italiana e a scherno, ben tornita dai fiati (notevolissima la linea delle prime parti con Hernan Garreffa all’oboe, Bernard Labiausse al flauto e Luca Sartori al clarinetto), per tre misure. È da qui che ha inizio la doppia e meravigliosa partita fra Mozart e Muti padre. Una partita fatta di equilibri perfetti, fra sospensioni e affondi, dilatazioni dei tempi e pressioni cinetiche, accenti vivaci e delicate torniture espressive. Dunque restituendo in formula esatta alla testa di un’orchestra sancarliana rigorosa e ben sollecita ai suoi comandi i trentuno numeri dell’opera, in gran parte d’assieme, ora illuminandone gli intrecci sottili, ora velando con ombreggiature dalla sensibilità speciale i cammei principali, quasi accarezzando con le mani la musica nel Terzettino “Soave sia il vento “ o nell’aria di paragone di Fiordiligi “Come scoglio”, o ancora nella tenerissima aria di Ferrando “Un’aura amorosa”, analogamente a quanto con preziosa efficacia scolpito in scena smorzandone delicatamente i movimenti e le luci. E di non minore attenzione e plasticità timbrico-dinamica ricevono da lui i recitativi accompagnati (per i semplici si citano i meriti di Luisella Germano al fortepiano), come nel bellissimo sforzato dei soli archi nell’infiammare il tormento per la successiva aria “Smanie implacabili” cantata nell’Allegro agitato a tre bemolli da Dorabella, o le scene con il Coro preparato con perizia da Gea Garatti Ansini.

Quanto al cast, al riscontro degli esiti complessivi, non superlativa ma di buona estrazione mozartiana la squadra delle sei voci protagoniste: in prima linea si apprezzano a pari merito la Dorabella del mezzosoprano Paola Gardina, di squillo chiaro, duttile fra i diversi umori e registri, precisa per intonazione e dizione, accanto al Guglielmo del baritono Alessio Arduini che vanta una considerevole baldanza sia vocale che scenica, ben a fuoco nelle sue arie “Non siate ritrosi” e “Donne mie, la fate a tante” con fiati, archi e timpani, quanto nei brani d’assieme. Parte seria non facile, per quel suo delicatissimo confine fra virtuosismo e ironia, è Fiordiligi, assegnata al soprano svedese Maria Bengtsson, interprete di bella luce all’acuto ma con suoni spesso spenti al grave, vocali molto strette, qualche consonante da perfezionare (in primis, la “t” di tempesta nella sua celebre aria di paragone) ma dall’intenso temperamento sia vocale che gestuale. Ben vivaci scenicamente e similmente da spingere in ulteriore definizione canora il Don Alfonso di Marco Filippo Romano e la Despina di Emmanuelle de Negri mentre il Ferrando del tenore Pavel Kolgatin, per quanto di colore appropriato, resta un passo indietro per l’esiguità dello slancio vocale e per l’eccessivo uso del vibrato.
Al termine, dunque, pace fatta fra il Maestro e l’Orchestra più Coro del San Carlo di recente generazione e, siglarla, il suo breve applauso verso l’organico in buca, più galante baciamano al puntuale violino di spalla Cecilia Laca e pacca sulla spalla al talentuoso primo violino di fila Pasquale Murino. Quindi, ovazioni per Muti padre, applausi e qualche sporadico buh dal loggione per Muti figlia, consensi unanimi per i cantanti in gioco. Si replica fino a domenica 2 dicembre.

Teatro San Carlo – Stagione d’opera e balletto 2018/2019
COSÌ FAN TUTTE
ossia la Scuola degli amanti
Dramma giocoso in due atti
su libretto di Lorenzo da Ponte KV 588
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Fiordiligi Maria Bengtsson
Dorabella Paola Gardina
Guglielmo Alessio Arduini
Ferrando Pavel Kolgatin
Despina Emmanuelle de Negri
Don Alfonso Marco Filippo Romano

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Riccardo Muti
Regia Chiara Muti
Scene Leila Fteita
Costumi Alessandro Lai
Luci Vincent Longuemare
Maestro del coro Gea Garatti
Nuova produzione del Teatro San Carlo
in coproduzione con Wiener Staatsoper
Napoli, 25 novembre 2018

Download PDF
Privacy Policy Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino