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Napoli, San Carlo Opera Festival 2018 – Rigoletto

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Allestimento nuovo di zecca ma con taglio registico nobile e dal sapore antico, scene dipinte e suggestivi luoghi praticabili secondo la migliore tradizione d’uso per lo stile ottocentesco, una direzione musicale sapiente per scelte metriche, ritmi e dinamiche quanto nello scavo di esatta fibra romantica. Quindi, al centro del titolo e dell’azione, un buffone deforme meno sardonico e beffardo del solito perché, nell’occasione, innanzitutto padre dal cuore tenero e immenso, proprio come la sua voce. E parimenti singolare, al suo fianco, un Duca di Mantova dall’irresistibile fascino latino: solare, giovane, bello e, nonostante il ruolo di erotomane impunito, pure simpatico, oltre che vocalmente magnifico. Dall’altra, sul fronte femminile, una fanciulla sedotta e abbandonata forte di un timbro, laddove perfetto, puro come il cristallo e, al suo opposto, una Maddalena finalmente seducente e prestante su doppio registro, canoro e visivo.
Questi, in sintesi, i punti sui quali ha fatto leva il pieno, meritato successo del Rigoletto di Verdi proposto a Napoli quale secondo e centrale tassello del San Carlo Opera Festival 2018, in produzione inedita affidata alla stessa squadra che aveva confezionato l’edizione palermitana della Tosca di Puccini giocata due giorni prima in apertura e, nelle date a seguire, in serrata alternanza.
Lo spettacolo, dunque firmato dalla ben curata regia di Mario Pontiggia e da Edmondo Tucci per raffinata coreografia al primo atto, con le scene prevedibili – gran sala del Palazzo del Duca stretta fra due immensi affreschi e, sullo sfondo, archi prima coperti da un prezioso panneggio dipinto, poi aperti su un panorama d’incanto; un suggestivo edificio con loggia praticabile alla Romeo e Giulietta, più alberi d’autunno alla Giselle per la casa di Rigoletto; una semplice, scura locanda per l’atto finale – ma assai pregnanti di Francesco Zito, i bei costumi di Giusi Giustino e le luci di Bruno Ciulli, andava volutamente ad accogliere e a raccontare nella più rassicurante dimensione teatrale le tematiche cupe e scabrose predisposte fra libretto e partitura. Vale a dire, come noto, la sete di vendetta di un buffone gobbo e per di più colpito da maledizione, il suo attaccamento morboso per la figlia Gilda, l’irriverenza di un Duca dalle poche virtù e dai tanti vizi, in musica scolpito dalla sua spavalda quanto celeberrima Canzonaccia “La donna è mobile”, il cinismo della corte nobiliare, un sicario senza scrupoli con relativa sorella di facili costumi e, al termine, un cadavere in un sacco.

Analogamente nel rispetto delle convenzioni ma con profonda attenzione per il segno lessicale e la cifra stilistica della drammaturgia musicale verdiana, Pier Giorgio Morandi sul podio del Coro maschile (preparato da Marco Faelli) e dell’Orchestra della Fondazione ha garantito, fra buca e artisti in palcoscenico, coerenza e forza alle diverse situazioni e dinamiche relazionali, fra scorci descrittivi e affondi psicologici, entro una puntuale definizione delle sezioni cinetiche destinate all’azione e l’ampio respiro dato alle molteplici parti liriche, a solo o in assieme. Il Preludio d’apertura, in verità staccato con tiro piuttosto statico seppur a fronte dei vibranti tremori in minore che annunciano il peso della maledizione, è andato via via rianimandosi, in parallelo al levarsi del sipario su una festa alla corte di Mantova osservata come in fermo immagine, con i cortigiani in abito rinascimentale di velluto rubino e in posa da contraddanza dinanzi a tre statue di cavalieri in armatura giocati a subliminale richiamo con il convitato di pietra mozartiano d’altra parte, di lì a seguire, evocato dalla profonda e possente cifra timbrica del Monterone interpretato dal bravo e imponente baritono Gianfranco Montresor.

Coristi, ballerini e il suono della banda interna incorniciano così, al meglio e in forma quasi surreale, la prima sortita del Duca, un brillante Saimir Pirgu che con gran piglio, staccata a meraviglia la sua ballata in sei ottavi “Questa o quella per me pari sono”, trionfa sin dal principio sfoderando con vivace disinvoltura canora non soltanto la propria morale erotica ma, anche, qualità notevolissime nei numeri a seguire per salda tecnica e intonazione, originalità del colore, durata dei fiati, bellezza e fierezza del fraseggio, fino a conquistare l’intero, affollato teatro, con quel suo esaltante “si” acuto, interminabile e librato nell’aria come una freccia perfetta in vetta alla sua più nota Canzone (acclamata da tante quanto vane le richieste di bis), sia durante l’intonazione in scena che dietro le quinte.
A un’orchestra in buona forma (su tutti, si premiano il primo flauto Bernard Labiausse e il primo oboe Hernan Garreffa) così come alla sempre ottima sezione maschile del Coro del San Carlo il compito, intanto, di evidenziare la frizione speculare tra il mondo del fisicamente deforme Rigoletto, padre amoroso, e lo sfarzo superficiale di un contesto che vive nella deformazione morale fra cinismo e intrighi, a partire dal luminoso “Tutto gioia, tutto è festa” e fino a spostare gradualmente l’attenzione sul ruolo del titolo, irriverente gobbo non proprio senz’anima stando al pathos e agli accenti con rara sensibilità torniti a ogni battuta dal baritono George Petean. Il suo tormentato sfogo di uomo ridicolo e storpio si carica di tinte drammatiche e dolenti più che rabbiose e, ancora, fra il celebre scambio di battute (“Pari siamo! Io la lingua, egli ha il pugnale”) con lo Sparafucile alquanto stimbrato del basso George Andguladze e il vigoroso, implorante “Cortigiani, vil razza dannata”, dolcemente protettivo più che morboso è il suo canto a due, all’inizio come nella tragica fine, al fianco della figlia Gilda. Protagonista femminile, quest’ultima, che nel soprano Patrizia Ciofi trova un’interprete ideale per l’esatta cifra timbrica e in termini di evoluzione del personaggio ma che, sul piano prettamente vocale, tende a dividersi fra le vette di momenti sublimi (a segno nel duetto accanto a Saimir Pirgu sotto le mentite spoglie di Gualtier Maldè, nelle colorature in “Caro nome”, nella seconda parte del duetto al II atto, nel quartetto, nel terzetto) e le ombre di qualche acuto stretto in gola o non sempre sostenuto né proiettato al meglio (esordio in scena e prima parte del duetto “Tutte le feste al tempio”). Viceversa omogenea la prova del sempre ottimo mezzosoprano Nino Surguladze per una Maddalena, come anticipato, di rara tempra e seduzione. Fra i momenti più alti, si annoverano senz’altro il quartetto “Bella figlia dell’amore” e il punto di massima tensione (tempesta e terzetto “Se pria ch’abbia il mezzo la notte toccato”) che sfocia nella sostituzione della vittima del piano criminoso pattuito fra Rigoletto e Sparafucile ai danni del Duca, con una Patrizia Ciofi significativa luce e motore dell’assieme.
Fra i comprimari si apprezzano Donato Di Gioia (Marullo), Enrico Di Geronimo (il Conte di Ceprano) e Giovanna Lanza (Giovanna).
Al termine, calorosissimi gli applausi per tutti.

San Carlo Opera Festival 2018
RIGOLETTO
Melodramma in tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave
dal dramma di Victor Hugo Le roi s’amuse
Musica di Giuseppe Verdi

Il Duca di Mantova Saimir Pirgu
Rigoletto George Petean
Gilda Patrizia Ciofi
Maddalena Nino Surguladze
Sparafucile George Andguladze
Marullo Donato Di Gioia
Giovanna Giovanna Lanza
Il Conte di Monterone Gianfranco Montresor
Matteo Borsa Cristiano Olivieri
Il Conte di Ceprano Enrico Di Geronimo
La Contessa di Ceprano Angela Fagnano
Un usciere di corte Rosario Natale
Un paggio della Duchessa Silvana Nardiello

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Pier Giorgio Morandi
Regia Mario Pontiggia
Scene Francesco Zito
Costumi Giusi Giustino
Luci Bruno Ciulli
Nuova produzione del Teatro di San Carlo
Napoli, 14 luglio 2018

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