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Muscat vs Dubai: l’opera nella penisola arabica

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Il primo è stato l’Oman: già nel 2001 il sultano Qaboos bin Said al Said, appassionato di musica, aveva iniziato i piani per la costruzione di un teatro d’opera. E dieci anni dopo, nell’ottobre del 2011, si è alzato il sipario sul palcoscenico della Royal Opera House of Muscat, il cui acronimo, ROHM, suggerisce un pendant mediorientale della londinese Royal Opera House. Forse il sultano aveva conosciuto là l’opera lirica occidentale, durante i suoi lontani anni di studi a Londra, e con la creazione del nuovo teatro ha potuto coronare il suo sogno di assistere a un’opera senza dover prendere un aereo. I ricchi vicini degli Emirati Arabi però non sono stati a guardare: subito dopo l’inaugurazione della ROHM, lo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum ha annunciato il progetto di costruire un teatro d’opera a Dubai, e cinque anni più tardi apriva i battenti la Dubai Opera. Due teatri molto diversi, come diversi sono l’Oman, un paese che cerca di aprirsi alla modernità ma attento a rimanere fedele alla sua tradizione, e gli Emirati, e in particolare Dubai, una città proiettata verso la ricerca continua di novità, specialmente sul piano urbanistico e architettonico. Diversi ma con un cifra comune: entrambi i teatri si propongono come crocevia fra tradizioni diverse, combinando musiche orientali e occidentali e non solo. Ma, forse, dietro a queste scelte in apparenza simili ci sono ragionamenti diversi.

Partiamo da Dubai. Il modernissimo teatro è situato nell’avveniristico Downtown Dubai, ai piedi della Burj Kalifa, il grattacielo più alto del mondo, e di fronte all’ingresso del Dubai Mall, quello che contiene fra le altre meraviglie una pista per pattinare sul giacchio anche quando fuori ci sono 50 gradi, una cascata e un enorme acquario verticale. L’architetto Janus Rostock ha scelto di dare alla Dubai Opera la forma di un dau, la barca a vela tipica della penisola arabica, ma pur strizzando l’occhio alla tradizione, Dubai lo fa a modo suo: la costruzione in vetro svetta magnificamente illuminata verso lo spazio aperto che la separa dalla Dubai Fountain, un’altra mirabolante attrazione della città emiratina. Il foyer è una cascata di luci e contrasta un po’ con l’elegante ma austero interno, che, alla bisogna, può trasformarsi in un enorme salone.
Ora nella sua seconda stagione, l’Opera di Dubai ospita spettacoli di tipo diverso, dal musical alla world music, al balletto classico e moderno. Non produce in proprio, e dalla programmazione complessiva, affidata a Joseph Fowler, si rileva la volontà di non dare un’impronta marcatamente occidentale, ma aprirsi a tutte le tradizioni e a tutte le regioni del mondo, coerentemente con la provenienza del pubblico costituito soprattutto da turisti, che a Dubai confluiscono da ogni paese. Così, si sono succedute sul palcoscenico emiratino il musical sudafricano Mandela Trilogy, poi i Saholin Warriors cinesi, Evita, il Balletto Nazionale di Mosca con Romeo e Giulietta, concerti di jazz, musica classica e pop occidentale e orientale, nonché gli immancabili Anna Netrebko e Yusif Eyvazov. L’offerta operistica per questa stagione è soddisfatta da due compagnie straniere, l’Opera Nazionale Polacca da Varsavia, che ha portato a Dubai le sue produzioni di Onegin e di Aida, e l’Opera Nazionale Armena, che porterà in primavera Carmen e Il flauto magico: anche qui, compositori di tradizioni diverse e compagnie spesso poco note in occidente.

Siamo entrati nel luccicante teatro per la produzione di Aida del 17 febbraio. Il pubblico affollava la sala e dei quasi duemila posti, pochi restavano vuoti. Si tratta di un pubblico molto svariato: soprattutto stranieri, abbigliati in tutte le fogge, ma anche emiratini con il tradizionale lungo abito bianco e il copricapo tenuto fermo dal cordone nero. Le signore sono indifferentemente in lungo o in minigonna, scollate o accollate, qualcuna anche vestita tradizionalmente, in abaya nera e velo sul capo: nessuno sembra far caso a come si è vestito il vicino.
La produzione venuta da Varsavia e affidata al regista italiano Roberto Laganà Manoli, pure responsabile di scene e costumi, prevede un’ambientazione tradizionale, con tutti i possibili richiami all’Egitto: piramidi, palme, lunghe parrucche intrecciate, costumi dorati e chi più ne ha più ne metta. Per qualche motivo la danza dei piccoli schiavi mori del secondo atto è sostituita da un numero solistico. Il trionfo è ancora affidato al corpo di ballo, che mima una battaglia sullo sfondo. A fronte di tutta questa dovizia scenica, le indicazioni registiche latitano, e i cantanti visibilmente non sanno come muoversi in palcoscenico. Cosa che ha penalizzato soprattutto Dario Di Vietri, a cui era affidato il ruolo di Radamès. La prestazione del tenore barese era discontinua, con momenti più e meno convincenti e un risultato sostanzialmente un po’ generico. Al suo fianco, nel ruolo del titolo, era il soprano coreano Lilla Lee, che si è dimostrata un’Aida all’altezza della situazione: voce lirica, ma capace anche di buona tenuta nei momenti drammatici, registro acuto squillante e buona espressività, ha tenuto testa facilmente alla aggressiva ma poco incisiva Amneris di Mariya Berezovska e all’Amonasro del baritono Jorge Lagunes, protagonista di una interpretazione di ottimo livello. Poco autorevole il Ramfis di Grzegorz Szostak e poco regale il re di Lukas Konieczny. Buoni invece gli interventi del coro e sostanzialmente corretta l’orchestra dell’Opera Nazionale Polacca, diretta da Patrick Fournillier. Successo per tutti, da un pubblico che però non era certo di appassionati.

Il teatro della ROHM a Muscat, capitale omanita, si propone con un look più tradizionale. Il grande complesso sorge isolato in uno dei quartieri più eleganti della città. Completamente rivestito di marmo bianco di Carrara, oltre al teatro contiene ristoranti chic e un centro commerciale affollato di lussuose boutiques. L’interno è imponente, decorato in legno e in oro, come la sala, che può ospitare 1.100 persone. I visitatori vengono informati del dress code, riportato anche sui biglietti: giacca per gli uomini e ‘abiti conservativi’, cioè non troppo corti né scollati, per le signore. Questo vale per gli stranieri, perché agli omaniti, sia donne sia uomini, sono richiesti gli abiti tradizionali: gli uomini sono in camicione lungo, non necessariamente bianco, e soprattutto portano in testa il massar, sorta di turbante basso (ma comunque poco piacevole, se a vestirlo è la persona seduta davanti a voi). Donne di nuovo in abaya, con i capelli completamente coperti.
Nella programmazione, sul palcoscenico di Muscat si succedono musica classica e pop locale, molta opera, soprattutto italiana, complice la direzione artistica di Umberto Fanni, che è succeduto nel 2015 all’italiana di adozione Christina Scheppelmann, balletto e anche spettacoli più esotici, come lo show multimodale vietnamita À Ố. Anche se pure qui il pubblico è per lo più straniero, si ravvisa la volontà di formare anche un pubblico locale, e non a caso il sultano ha favorito la creazione e lo sviluppo di un’orchestra sinfonica omanita.

Contrariamente all’Opera di Dubai, la ROHM ha ultimamente anche iniziato a coprodurre alcuni degli spettacoli che propone. È il caso di Norma, una coproduzione con l’Opéra de Rouen che, dopo il battesimo francese, è arrivata a Muscat con un cast completamente rinnovato il 22 febbraio. La produzione, affidata al regista Frédéric Roels si avvale delle scene di Bruno de Lavenère e dei costumi di Lionel Lesire. Presenta una scena fissa: un’ampia cupola con il fondo aperto, da cui si affaccia una grande luna, che in altri momenti lascia spazio a giochi di luci e nel finale alle fiamme del rogo su cui sale la protagonista. Visualmente l’effetto è molto efficace e suggestivo, anche grazie a una regia ben curata e all’ottima prestazione scenica dei protagonisti. Il regista ha poi deciso di avvalersi di tre danzatori che, sul bordo superiore della cupola, mimano le vicende che avvengono sul palcoscenico: una trovata del tutto superflua, che crea distrazione più che aiutare la comprensione. Il sipario si solleva sul coro dei druidi, che invocano Norma in abiti da contadini, con fare dimesso. Entrano poi Pollione e Flavio, in costume classico, e si avvicendano con Norma, in lungo abito sacerdotale. I bimbi di Norma sono nascosti da una botola che si apre nel centro del palcoscenico, ma non perdono occasione per uscire a giocare con Clotilde.
Nel cast si distingue in primo luogo Elena Mosuc, nel ruolo del titolo. La cantante, solita a ruoli più lirici, ha qualche difficoltà nel recitativo iniziale dove è costretta a sforzare la voce, ma dall’attacco di “Casta diva” sembra perfettamente a proprio agio, e disegna un personaggio pieno di chiaroscuri. Convincente anche la Adalgisa di Anna Kasyan che, nonostante qualche nasalità, offre una valida controparte alla compagna. Meno valido, invece, il Pollione di Marc Laho, che presenta una compagine vocale disordinata, con difficoltà nel registro basso. In definitiva, i momenti migliori dello spettacolo sono il duetto fra Norma e Adalgisa e il terzetto che ne segue dopo l’arrivo di Pollione, mentre il duetto finale fra Norma e Pollione risente della discrepanza fra i due interpreti.
L’Orchestra dell’Opéra de Rouen è diretta da Fabrizio Maria Carminati, che riesce a mettere in luce tutti i passaggi di questa complessa partitura, offrendo anche una solida guida ai cantanti.
Al folto pubblico internazionale si mescolavano piccoli gruppi di appassionati omaniti che non hanno mancato di dimostrare il proprio entusiasmo, con calorosi applausi per tutti i protagonisti, e una vera (e meritata) ovazione per Elena Mosuc.

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