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Milano, Teatro alla Scala – Simon Boccanegra

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Un’opera notturna, che anche dietro la limpida bellezza delle melodie più ispirate, nasconde una sorta di male oscuro che serpeggia negli animi dei personaggi e in qualche misura ne ammorba l’esistenza, ne corrompe gli slanci, tinge di malinconia (quando non di disillusione) ogni gesto. Un dramma cupo, sofocleo, che si risolve in un suicidio che ha la durata di 25 anni ed è generato dalla morte di una donna amata. Ma anche un grande affresco storico sul quale si innestano le vicende personali dei protagonisti, a loro volta contenute nel più ampio scenario della natura e, in particolare, del mare, luogo più mitico e metaforico che geografico, luogo della memoria e della verità. Anzitutto per il protagonista.

Federico Tiezzi è regista colto e profondo: nel saggio che accompagna, sul programma di sala, la ripresa del suo allestimento di Simon Boccanegra di Verdi, in scena alla Scala, dipana il filo delle scelte che animano la sua visione registica con dovizia di riferimenti letterari e artistici, nonché con una acuta riflessione sulla storia e sulla drammaturgia. Peccato che il risultato visivo non sia all’altezza delle affascinanti argomentazioni che lo sostengono: le scene lineari di Pier Paolo Bisleri e i pregevoli costumi di Giovanna Buzzi costituiscono così uno sfondo estetizzante – talvolta prezioso – sul quale i personaggi si muovono poco e in modo alquanto convenzionale; risultano più efficaci le scene d’insieme, dove l’abilità registica nel posizionare il coro, complici le luci di Marco Filibeck, crea quadri di un certo impatto, ma nel resto dello spettacolo la noia è incombente. Fa da cornice alla narrazione scenica un celebre dipinto di Caspar David Friedrich, Il naufragio della speranza, che, sempre nelle intenzioni del regista, simbolicamente attiene alla vicenda politica e storica di Simone.

Il cast, nel suo complesso, è adeguato al compito, ma non si può certo dire che si produca in una esibizione memorabile. Delle interpretazioni di questi ultimi anni di Leo Nucci, qui nelle vesti di Simone, si è detto molto. L’identificazione del grande baritono con il personaggio è completa e vissuta con intelligenza e passione, restituita con misura e attenzione sia alle ragioni della melodia che a quelle del teatro. La voce, tuttavia, pur conservando il tipico smalto che la contraddistingue, si è impoverita in armonici e la linea di canto talvolta si incrina. Krassimira Stoyanova torna a vestire i panni di Amelia Grimaldi e lo fa con la sua voce bella e omogenea, ben proiettata ed esibita con gusto e attenzione alle sfumature. Resta però l’impressione che non sia esattamente questo il repertorio di elezione del soprano bulgaro, forse anche per una non perfetta padronanza della dizione italiana: nell’estate del 2016, sempre alla Scala, la ascoltai in Simone e in Rosenkavalier a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro e mi colpì soprattutto in Strauss quale superba Marescialla. Fabio Sartori è un Gabriele Adorno vocalmente convincente grazie a una voce ampia, di bel colore e a un’interpretazione attenta e partecipe; resta l’impaccio scenico, ma tant’è. Delude invece il Fiesco di Dmitry Beloselskiy, che esibisce un colore interessante, ma l’interprete è di fatto assente (canta quasi tutto sul mezzoforte) e la voce tende a stimbrarsi nelle note più gravi, mentre Dalibor Jenis è un Paolo Albiani sufficientemente bieco. Apprezzabile il contributo degli altri: il Pietro di Ernesto Panariello, il capitano dei balestrieri di Luigi Albani e l’ancella di Barbara Lavarian. Come sempre, ottimo il Coro della Scala istruito da Bruno Casoni.

Dal podio, Myung-Whun Chung plasma la materia orchestrale con la consueta sapienza e pare avere anche lui inteso la ricchezza di rimandi sottesi a una partitura che, accanto a scene di fattura geniale, allinea anche pagine più convenzionali. Concentrato ed elegante, col suo gesto sobrio e gli occhi socchiusi, sembra dipingere davanti agli spettatori un olio denso di colori che si presenta in posizione dialettica rispetto alla linearità e semplicità dell’allestimento scenico e registico. Chung smussa le asperità, stende una sorta di umbratile velo sulla musica, salvo accedere la partitura di improvvisi bagliori nell’inarcarsi delle melodie, soprattutto quando protagonista è la voce sopranile, ma anche nel rilievo, sempre controllatissimo, dato a legni e ottoni nelle scene più concitate. Quello che, forse, manca è una più stringente logica teatrale: il racconto fluisce liquido, il canto è sempre assecondato, morbidamente sostenuto, ma Verdi è anche fraseggio incisivo, scolpitura plastica delle frasi, “parola scenica”, insomma, per dirla con una sua celebre espressione.

Teatro alla Scala – Stagione d’opera e balletto 2017/2018
SIMON BOCCANEGRA
Melodramma in un prologo e tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave e Arrigo Boito
Musica di Giuseppe Verdi

Simon Boccanegra Leo Nucci
Jacopo Fiesco Dmitry Beloselskiy
Paolo Albiani Dalibor Jenis
Pietro Ernesto Panariello
Amelia (Maria) Krassimira Stoyanova
Gabriele Adorno Fabio Sartori
Capitani dei balestrieri Luigi Albani
Ancella di Amelia Barbara Lavarian

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Myung-Whun Chung
Maestro del coro Bruno Casoni
Regia Federico Tiezzi, ripresa da Lorenza Cantini
Scene Pier Paolo Bisleri
Costumi Giovanna Buzzi
Luci Marco Filibeck
Produzione Teatro alla Scala e Staatsoper Unter den Linden, Berlin
Milano, 20 febbraio 2018

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