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Milano, Teatro alla Scala – Orphée et Euridice

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La figura mitologica del cantore Orfeo ha ispirato, nel corso dei secoli, diverse manifestazioni artistiche. Per limitarci al campo musicale, numerose sono le composizioni a tema: per esempio, L’Euridice di Caccini, L’Orfeo di Monteverdi, Orfeo ed Euridice o L’anima del filosofo di Haydn, il poema sinfonico di Liszt Orpheus, Orphée aux Enfers di Offenbach fino ad arrivare, nel Novecento, a titoli quali Orpheus und Eurydike di Křenek o Orfeo cantando…tolse… di Guarnieri. Al 1762 risale la prima di Orfeo ed Euridice di Christoph Willibald Gluck, su libretto di Raniero de’ Calzabigi, andata in scena al Burgtheater di Vienna e considerata, assieme all’Alceste del 1767, l’opera manifesto della riforma musicale e teatrale gluckiana. Essa fu poi presentata in versione rivista, riorchestrata e ampliata al teatro parigino del Palais-Royal nel 1774 con nuovi versi francesi di Pierre-Louis Moline. Orphée et Euridice presenta, rispetto all’originale viennese, numerose varianti: in primis, il ruolo maschile è affidato a un tenore acuto e non più a un castrato contraltista; si ha poi un’estensione dei balletti (circa 45 minuti di danze), insistendo così sul merveilleux e sullo spettacolare tanto cari alla scena francese; a livello timbrico, infine, si ha una modernizzazione della partitura con l’inserimento di oboi e clarinetti al posto di cornetti e chalumeaux.

La versione francese viene oggi proposta al Teatro alla Scala per la prima volta, in una fortunata produzione del 2015 della Royal Opera House, Covent Garden di Londra. Il coreografo israeliano Hofesh Shechter e il regista inglese John Fulljames concepiscono uno spettacolo semplice, estremamente essenziale; l’idea di fondo è che tutta la vicenda sia frutto della psiche di Orphée, sorta di percorso interiore della sua anima che prende forma davanti ai nostri occhi, in una fase di elaborazione del lutto e del dolore: niente lieto fine, quindi, niente ricongiungimento con l’amata, ma l’impatto con la cruda realtà (la morte di Euridice) e la sua accettazione. Spoglie le scene di Conor Murphy: il palcoscenico, sovrastato da grandi pannelli movibili in legno lucido cosparsi di fori e oculi, è occupato solamente da un ponte mobile che, all’occasione, si alza o si abbassa, sul quale è posizionata l’Orchestra del Teatro alla Scala; risicati gli elementi di scena (una sedia, lampade da miniera, un falò). Con una gestualità trattenuta, alquanto tradizionale, i cantanti sono spesso relegati al proscenio, interagendo con la compagnia di danza Hofesh Shechter Company, vero motore della rappresentazione, in un amalgama piuttosto riuscito di musica, voce, movimento. I danzatori eseguono coreografie di Shechter, alternando passi di ballo classico, neoclassico, contemporaneo e street dance, adottando un linguaggio forte e autentico, prepotentemente cinematografico e odierno. Durante la serata si alternano, così, la Pantomima delle Ninfe e dei Pastori, dal sapore arcaico e rituale; la selvaggia Danza delle Furie, dionisiaca e tribale, con ballerini a petto nudo e imbrattati di fuliggine; la Danza degli spiriti beati, maggiormente eterea e apollinea; il Ballo finale, un tripudio di fluidità, brio e movenze a tratti scomposte. Lo scenografo Murphy firma anche i sobri costumi, di foggia contemporanea, giocati su cromie misurate: blu elettrico per Orphée, azzurro per Euridice, bianco e nero per il coro, grigio-verde, giallo e celeste per i ballerini; degno di nota il tailleur dorato a pantalone indossato da Amour. Le luci di Lee Curran, riprese da Andrea Giretti, sono perlopiù calde e ambrate, bianche e glaciali in rari frangenti quali il lamento del cantore nel terzo atto.

Nel complesso equilibrata la direzione ovattata di Michele Mariotti, improntata a sonorità dolci e morbide, all’occorrenza brillanti e più sostenute, sempre attenta ad agevolare il canto. Non sempre convincente l’agogica dei tempi, eccessivamente lenti e privi di nerbo in alcuni momenti come, per esempio, l’Ouverture o il Preludio del secondo atto.
Mattatore della recita è Juan Diego Flórez: in possesso di una voce non debordante ma ben proiettata, timbricamente mediterranea e solare, il tenore peruviano esibisce un registro acuto saldo, un fraseggio dinamico e una buona padronanza del francese. Nell’arietta “L’espoir renaît dans mon âme” emerge per la facilità con la quale sciorina le impervie colorature, mentre nell’aria “J’ai perdu mon Euridice” delinea un protagonista dolente e intenso, inizialmente combattivo, più elegiaco nel da capo.
Musicale l’Euridice del soprano tedesco Christiane Karg, distintasi per una vocalità omogenea, cristallina nelle note alte, e per un’interpretazione sbalzata a tuttotondo, molto volitiva. Piace qui ricordare almeno l’aria “Cet asile aimable et tranquille”, intrisa di serenità e tenerezza, cesellata con raffinatezza.
Delizioso l’Amour sbarazzino di Fatma Said, ex allieva dell’Accademia del Teatro alla Scala, già apprezzata da chi scrive nei panni di Pamina nel 2016 al Piermarini: il soprano di origini egiziane si fa notare per uno strumento avvolgente, luminoso in acuto, e per una resa ammiccante e smaliziata del ruolo. Di forte presa i numerosi interventi del Coro del Teatro alla Scala, guidati con sapiente maestria da Bruno Casoni, incisivi e puntuali.
Teatro quasi esaurito e successo al calor bianco per tutti gli interpreti, in particolare per Juan Diego Flórez e, in misura minore, per Christiane Karg, Fatma Said e Michele Mariotti.

Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2017/2018
ORPHÉE ET EURIDICE
Azione drammatica in tre atti
Libretto di Pierre-Louis Moline da Ranieri de’ Calzabigi
Musica di Christoph Willibald Gluck

Orphée Juan Diego Flórez
Euridice Christiane Karg 
L’Amour Fatma Said

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Compagnia di danza Hofesh Shechter Company
Direttore Michele Mariotti
Maestro del coro Bruno Casoni
Regia Hofesh Shechter e John Fulljames
Coreografia Hofesh Shechter
Scene e costumi Conor Murphy
Luci Lee Curran riprese da Andrea Giretti
Produzione Royal Opera House, Covent Garden, London
Milano, 3 marzo 2018

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